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Pain d’épice per esigenti
Posted by Lisa in blogs I know, gratificazioni del palato, vivere nel lusso on February 1, 2012
Uno dei non propositi fatti all’inizio di quest’anno è stata di smetterla di perseguire il mio tentativo di cucina sempre più salutistica virata al vegano visto che la mia famiglia si oppone strenuamente e supplisce acquistando merendine e piatti confezionati. La colazione in particolare era il momento in cui il mio buonissimo (almeno per me) pane biologico autoprodotto accompagnato da marmellata biologica autoprodotta o acquistata tramite il gruppo d’acquisto veniva snobbato e messo in concorrenza con pacchi di biscotti confezionati pieni di roba che normalmente non si trova in una dispensa casalinga.
Una della passioni del Primogenito, noto per i gusti selettivi e una generica inappetenza mattutina, è il pain d’épice confezionato. E’ capace di impilarne due tre fette una sopra l’altra e mangiarle a grandi bocconi, immagine piuttosto straniante riferita a lui.
Ho provato più volte a replicare una versione casalinga, molto tentata dall’assenza di grassi animali, ma ho finito per terminare da sola interi filoncini di pain d’épice appena decenti, che il resto della famiglia lasciava languire dopo averne assaggiato poche briciole.
Ho quindi lasciato perdere il mio desiderio di pain d’épice integrale e integralista e quando da Mercotte ho trovato questa ricetta cinque stelle ho tentato con qualche modifica la versione forse meno sana ma più gustosa della ricetta lì proposta e, meraviglia, finalmente ho visto il Primogenito divorarlo come quello a base di sciroppo di glucosio e in confezione plasticosa che troneggia sugli scaffali del supermercato.
Le modifiche riguardano l’utilizzo per metà farina bianca di segale, che si sposa così bene nel prodotto originale, e il nappage, che in questo caso è stato del banale sciroppo ottenuto facendo bollire acqua e zucchero.
Pain d’épice
320 gr di miele (io ho usato per metà millefiori e per metà melata), un uovo, 110 gr. di burro, 130 gr di latte parzialmente scremato, 150 gr di farina di segale e 120 gr di farina 00, 9 gr di bicarbonato di sodio, 1 chiodo di garofano in polvere, un cucchiaino di cannella, un pizzico di zenzero e un pizzico di polvere d’arancia. Ingredienti:
Preparazione:
Preriscaldare il forno a 165 gradi. Scaldare leggermente latte e burro in un pentolino in modo che il burro sia perfettamente fuso. In una casseruola, scaldare il miele a 50 gradi. Io ho usato un termometro da carne ma in pratica ho notato che è il momento in cui comincia a schiarirsi e a risultare più fluido. Versarlo in una terrina, aggiungere l’uovo e montare il composto con le fruste finché non faccia
una schiuma leggera, aggiungere il latte con il burro, le farine setacciate insieme al bicarbonato e le spezie. Sbattere con le fruste finché il composto non risulti cremoso e perfettamente omogeneo, versarlo in due stampi da plumcake piccoli (io ne ho versato la metà nello stampo da plumcake e con il resto ho fatto dei muffin alle spezie) e infornarlo per circa 50 mn. Verificare con lo stecchino e nel frattempo scaldare in un pentolino circa 150 gr di acqua con 4 cucchiai di zucchero. Versare questo composto sul pain d’épice ancora nello stampo, lasciar assorbire qualche minuto e sformare. Degustare freddo o tiepido.
Trousse e pochette da tovagliette americane provenzali
Posted by Lisa in blogs I know, Fatto in casa (autoproduzione), semplice e crudo buonismo on December 5, 2011
In cui si parla di Provenza, della Madrina Caffettiera, di tumori, di una donna dallo spirito mozzafiato, di pochette trapuntate, di viaggi e del senso dell’upcycling.
Mia madrina era un’originale signora che era stata compagna delle medie di mia mamma a Honfleur, parlava 10 lingue, viveva a Gratz, frequentava seminari di astrologia, era stata operata per un tumore al seno e da quel momento si nutriva secondo i principi ayurvedici. Una volta mi disse che in passato lei era una caffettiera che avrebbe voluto essere un annaffiatoio, e la sua vita era cambiata da quando aveva accettato di essere una caffettiera. Un paio di mesi dopo la laurea partii per Nizza per andarla a trovare nel piccolo appartamento per le vacanze che aveva acquistato nel centro della città. Erano anni che non la vedevo e rimasi lì per tutta una soleggiata settimana di Febbraio e per puro caso beccai pure le stupende sfilate del Carnevale dei Fiori.
Ricordo la bellezza di quel piccolo appartamento arredato di materassi e cuscini colorati di giallo e di blu e di un grande tavolo rotondo su cui troneggiava un vaso pieno di tante, lussureggianti, luminose, odorose mimose. Facevamo passeggiate al mare e al castello, al marché aux herbes e per le viuzze, mangiando socca e tarte aux blettes, andavamo al cinema e leggevamo al sole.
Mi sono riportata come souvenirs da quel viaggio 3 cartoline colorate di blu con un particolare giallo vivo, questi americani provenzali e una passione per l’abbinamento giallo/blu.
Gli americani sono poi stati usati per un tempo limitato nelle mie case di neolavoratrice, ma alla fine si sono rivelati troppo piccoli per ospitare le mie abbondanti colazioni, si sono un po’ ristretti con il lavaggio e sono rimasti dimenticati in un cassetto. Poi si sono sommati due eventi. Il primo è che quest’estate passata in viaggio avrei tanto avuto bisogno di trousse morbide in cui infilare alcuni effetti più delicati e non le avevo, il secondo è che ho cominciato a seguire questo blog e sono capitata su questa idea. Dopo qualche settimana mi sono detta che in realtà, pochette a parte, utilizzare gli americani per fare proprio le buste morbide che mi mancavano era la soluzione. Ho reclutato mia madre, che si stava giusto lamentando che non le davo più lavoretti di cucito da fare, e i due americani sono diventati uno una trousse con zip e l’altro una pochette portapantofole (o anche no, sarebbe anche carina da usare proprio come borsetta) da viaggio.
Poco tempo fa, su quel blog su cui avevo visto questa buona idea, si è cominciato a parlare la situazione di Ashley, l’anima del blog, e la sua improvvisa scoperta di un tumore in stato avanzato.
Ashley ha una bambina bionda e tanto spirito e tra un tutorial e uno sponsor si affacciano le descrizioni del suo ombelico storto dopo l’operazione di asportazione dell’utero, dei suoi pantajazz e jeans premaman, gli unici che riesce ormai ad indossare, delle sue giornate, e i grafici dei risultati della chemio con una verve, un senso dell’umorismo e una forza che lasciano stupiti. Mi trovo a commuovermi e a sorridere davanti a queste pagine e a questa donna che ringrazio di condividere questa sua esperienza apertamente, perché il suo modo di vivere l’imprevisto e il dolore è stupefacente e affascinante, e in un mondo che normalmente il dolore lo nasconde a volte ho fame di esempi positivi.
Alla fine spesso il senso di modificare quanto ho in casa, di portare avanti la storia degli oggetti, arricchendola di ricordi, di utilizzi e significati nuovi è questo: quando infilerò qualcosa di delicato nella mia trousse provenzale mi verrà in mente Nizza in Febbraio, la mia Madrina Caffettiera, mia mamma e i suoi lavoretti di cucito che le riempiono le serate solitarie, una lunga estate itinerante e lavorativa, Ashley e la sua bimba, il senso della vita e della malattia. Non sarebbe sicuramente stata la stessa cosa entrare in un negozio e trovare esattamente quello che mi serviva, acquistarlo e lasciare questi americani e i ricordi ormai cuciti con loro a languire in fondo ad un cassetto.
Tracy Anderson e la ginnastica dell’estate
Posted by Lisa in blogs I know, il downshifting ti fa bella on August 1, 2011
Non suona così liceale chiamarla ginnastica? Dopo vari saltelli, 3 chili persi, una taglia in meno e vari abiti pregravidanze reindossati sono completamente dipendente dal Tracy Anderson Method. Non sono molto ortodossa nel seguirlo ma ho avuto risultati e motivazione che in passato trovavo solo durante le lezioni di danza storica (passaggio altrimenti detto da Strauss a Gloria Gaynor). Non si tratta solo di chili persi: oggettivamente rivedo volentieri parti del mio corpo che erano ormai date per disperse. Sapevo che durante le vacanze lavorative non avrei potuto continuare con la stessa costanza ma avevo terrore di perdere i risultati ottenuti e quindi mi sono ripromessa di fare almeno mezz’ora al giorno, alternata tra MS (muscular structure) e DC (cardio dance) ovvero tra esercizi e saltelli a tempo di musica. Questo perché Miss Tracy dice che fare meno di mezz’ora di uno o dell’altro è inutile e che l’una e l’altro sono necessari. Ormai i dvd sono stati fatti e rifatti e sto svaligiando youtube in attesa di poter fare un investimento autunnale. Rispetto alla palestra è un bel risparmio per cui credo di potermi permettere una ulteriore follia. Pensavo di condividere qui la mia fitness routine (wow) estiva a base di risorse gratuite. Io ho cominciato a vedermi cambiare dopo i primi dieci giorni, è un bel regalo da farsi per l’estate.
Qualche consiglio pratico, direttamente dalla pagina di facebook del TAM (Tracy Anderson Method). L’ideale sarebbe fare un’ora di ginnastica al giorno, 4/6 giorni a settimana. Io ne faccio mezz’ora, con l’idea di mantenere i risultati ottenuti ma, a parte che non perdo più peso, sto comunque continuando a vedere progressi. Alterno 2 giorni di MS con 1 di Dance Cardio perché tra nuotate e passeggiate un po’ di esercizio che tenga il cuore in movimento penso di farlo ma nel caso si abbia più tempo meglio far mezz’ora di entrambi. Se si vuole perdere peso meglio fare la DC dopo la MS, pare aiuti a bruciare i grassi più facilmente. Gli esercizi andrebbero cambiati ogni dieci giorni per evitare che i muscoli si abituino ai movimenti. Si parte in genere con 20 ripetizioni ad esercizio e si cerca di arrivare fino a 40.
Per l’inizio di Agosto vorrei cominciare con questo workout (1 e 2) completo da fare in spiaggia e aggiungere come cardio una nuotata di mezz’ora. Se, come me, siete mamme, aspettatevi di sentire vari commenti pittoreschi e tentativi di imitazione da parte della prole mentre vi esercitate.
Una volta il Primogenito, mentre seguivo questo video di esercizi per le braccia, mi ha detto: “Mi vai a plendere un bicchiele di acqua? Qui ci sto io a fale ginnastica.” Ed è rimasto a fare su e giù con le braccia fino al mio ritorno. Non so se mi vale come tonificazione muscolare dei tricipiti ma i muscoli facciali impegnati nel sorriso dopo erano tonicissimi. E per lo stretching finale mi è arrivato il delizioso libro di Claudia Porta Giochiamo allo yoga? e i miei bimbi, restii fino ad ora ad una pratica così statica, si divertono molto a riprovare le posizioni e a guardare i bei disegni. E la mamma sorride e distende i muscoli, che comunque dopo tanto esercizio un po’ di relax se lo merita.
Personal trainer
Posted by Lisa in blogs I know, il downshifting ti fa bella, lavorare per vivere on April 27, 2011
Siamo io, Madonna, Shakira, Gwyneth Paltrow e qualche altra. Due mesi fa è scaduto il mio abbonamento alla palestra e, causa situazione economica non definita, non l’ho rinnovato. In più andare in palestra richiede tempo: prepara la sacca, vai lì, 4 salti, 2 addominali, stretching, doccia, capelli rivestiti e torna a casa e sono passate due ore. Troppe da trovare in una giornata in questo periodo.
Non so se lo sapete ma in una giornata tipo gente come Gwyneth Paltrow accompagna i figli a scuola, torna a casa, si mette un impacco nutriente sui capelli, indossa la sua tutina firmata e fa ginnastica davanti a un video di Tracy Anderson. Io invece lo faccio all’ora di pranzo e con pantaloni e maglietta sdrucite (cogliete l’ironia del paragone, vi prego). I primi giorni che lavoravo intensamente da casa se ero sola la pausa pranzo si limitava a mettere insieme un piatto di pasta e mangiarlo in 10 minuti, e poi tornare a lavorare. Adesso stacco per un’intera ora e vedo che va anche meglio per i risultati lavorativi. Ma ora ci metto anche i miei 3/4 d’ora di palestra casalinga, economica in tempo e denaro.
Ecco il mio set: una coperta, due bottigliette d’acqua da mezzo litro in qualità di pesetti (lo dice Tracy Anderson di sollevare quel peso, non sono io che sono pigra!) e un set di 3 dvd della personal trainer delle star presi in superofferta su amazon. Forse potevo fare anche a meno dei dvd, su youtube si trova comunque moltissimo, tra aerobica (oh, com’è anni 90 chiamarla aerobica!), pilates e stretching e ci si può fare il proprio programma personalizzato stando attenti che senza istruttore bisogna fare doppia attenzione a non strafare e a fare i movimenti giusti. Ma alla fine questi dvd sono valsi l’acquisto. Se cercate un po’ leggerete che questa tipa promette di cambiare il vostro corpo infischiandovene della genetica per farvi diventare snelle senza ingrossare i muscoli. Non lo so e non mi interessa e forse un mondo in cui la genetica non conta e si è tutti magri e snelli allo stesso modo non è detto che mi piaccia. Ma questi esercizi hanno un indubbio vantaggio: sono divertenti. Io metto su quello di dance cardio per mezz’ora e poi per 10/15 minuti quello di mat workout. A me piace ballare, quindi ballo, sudo, mi diverto, tengo sotto controllo stress e peso. Poi doccia veloce e pranzo, ed è passata poco più di un’ora. Questa è la routine da un mese a questa parte, quindi sono orgogliosa di comunicarvi che non è solo un buon proposito, e sono rientrata in un paio di vestiti che non potevo più indossare dalla prima gravidanza. Già già.
Giappone intorno
Posted by Lisa in blogs I know on March 16, 2011
Hokusai. Ho lo Tsunami appeso alla parete sul divano. E’ poco più grande dell’originale, ammirato in una mostra a Milano. Non avevamo stampe alle pareti quando l’abbiamo comprata nello shop della mostra, l’abbiamo incorniciata e appesa ed è ancora lì, anche se ora mi suscita sentimenti diversi. Urashima Taro, con gli splendidi disegni nel mio libro di fiabe e leggende giapponesi, letto e riletto. Il racconto della bomba su Hiroshima. Miyazaki. Quanto mi piace Miyazaki. Pochi giorni fa abbiamo rivisto Ponyo, per i due anni del piccolo guascone gli avevo fatto un cappellino da Totoro, secondo questo modello. Libri, autori. Il sushi. Una volta una ragazza giapponese mi ha detto che per loro il sushi è come per noi le lasagne, si mette in tavola nei giorni di festa. Adesso anche questo pattern di Olgajazzzy. Vive lì, nella base militare, e offre per le 2 prossime settimane l’85% delle vendite dei suoi pattern per l’emergenza in Giappone. I miei colleghi, sempre gentilissimi. La prima volta che mi ha scritto Kobayashi per segnalarmi un baco si è messa a sorridere la trekker ignorante che è in me, perché questo nome mi era noto per via dell’Ira di Khan. Dicono che sono tornati a lavorare al 40esimo piano dei loro edifici. Leggo questo blog e mi rimane tanta ammirazione. E da piangere, è da sciocchi, con quel poco di Giappone che ho intorno ed era quanto ne conoscevo.
Adrift – alla deriva
Posted by Lisa in blogs I know, lavorare per vivere, lo zen e l'arte del tricot, vivere nel lusso on March 9, 2011
Perché siamo nel 2011, ieri era la giornata della donna, e Penelope ha un piano, non solo fare e disfare e aspettare. Penelope ha lavorato un po’ troppo ultimamente e, come dice giustamente Eva nel commento al post precedente, l’inverno è stato faticoso e il cambio di stagione può fare vittime. Quindi la nostra brava eroina darà fondo alle riserve del freezer per evitare orrori culinari dovuti alla fretta e la smetterà di rimettersi a sviluppare la sera dopo aver messo a nanna le nuove generazioni e si dedicherà solo a un po’ di lettura sul kindle (magari un po’ di documentazione tecnica, sarà permesso?) e un po’ di maglia.
E come progetto ha scelto quello del Kal di Marzo, l’adrift. Fare un cardigan che si chiama “alla deriva” è catartico in questo momento. Per giunta ho fatto i gomitoli di un filato “sbagliato” comprato su ebay, una baby merinos bluette troppo sottile e adatta per la macchina, l’ho messo triplo ed ho cominciato. E’ leggero, e sicuramente non lo finirò a Marzo, ma dato che non si potrebbe portare perché non è ancora stagione è bene non finirlo troppo presto. Una scusa per darmi il tempo. Oltretutto è proprio di quello stile che mi intriga, quel tipo di modello che può essere fatto solo a mano, senza cuciture, di linea fluida, qualcosa che nei negozi non si trova e non si può trovare. Si, lo ammetto, zen a parte mi sento molto vicina a questo lato snob del fare a maglia che si diffonde in rete, fatto di pattern particolari, filati scelti con cura e costruzioni complesse. E poi chissà come mai alla fine la mia partecipazione ai Kal corrisponde con una settimana della moda di qualche genere.
Non è il solo modo per cui lavorare a maglia incita alla socializzazione. Giro con i miei microzaini con tutto dentro, compreso gomitolo e ferri circolari, e il kindle, e a seconda del luogo in cui mi tocca sostare vado avanti con una o con entrambe le mie passioni portatili. Non arrivo alla raffinatezza di Tibisay con il suo set portalavoro a puntocroce ma mi attrezzerò presto. E spesso raccolgo storie e curiosità, come oggi, in cui ho accompagnato mia mamma a fare un piccolo intervento in day hospital. Incuriosita dal mio lavoro, una vecchina ornata di occhiali televisivi con due cuori di strass sulle stanghette, alla sua quarta operazione all’anca, mi ha raccontato di come i suoi primi ferri circolari li avesse visti in Danimarca, anni e anni prima. E da lì la storia della sua vita, della sua mamma, di un pezzo di Bologna durante la guerra, mescolato di amori lontani, separazioni aristocratiche e fortune immense in terra straniera. Ho chiuso il kindle e ho ascoltato. La documentazione tecnica poteva attendere, alla faccia di Ulisse.
Penelope
Posted by Lisa in blogs I know, lo zen e l'arte del tricot on March 7, 2011
Ultimamente non mi riesce bene nulla. Ho fatto una torta di compleanno durissima, con la glassa screpolata e tante caramelle infilzate dentro per mascherare lo scempio. Comincio e ricomincio maglioni e kal ma non ne porto a termine nessuno, non mi convince il filato, poi il filato stesso mi chiama a far altro, poi non focalizzo il modello, poi lascio decantare in attesa della primavera. Non so bene come valutare la voglia di indipendenza e l’attaccamento ossessivo del Cadetto di Guascogna: provo a blandire, indurirmi, coccolare, gli lascio i suoi spazi, cerco i miei e poi mi ritrovo ghermita, abbracciata e prigioniera, lascio e riprovo da capo, un tango ineguale tra una mamma e il suo bimbo da ieri treenne.
Penso che sia meglio partire bootstrap ma guardo i bandi di finanziamento, focalizzarsi sul prodotto e accetto consulenze. Piango tanto e sono anche tanto felice. Ma lavorare a maglia mi ricorda che questo è il verso della vita, costruire provando, avere pazienza, che le maglie di perdono e i punti si sbagliano, ma alla fine, grazie al senso del fare e non dell’arrivare, si tengono a bada i dissipatori e si attende Ulisse.
Aggiunta che non c’entra quasi nulla del 10 Marzo: ho letto solo ora questo bellissimo post di Piattini Cinesi. Parla di Penelope anche questo, in modo diverso e molto più profondo.
Serendipità e sedanorapità (vellutata di sedanorapa)
Posted by Lisa in blogs I know, gratificazioni del palato, km 0 on February 25, 2011
Mi rendo conto. Il titolo. Ci sono blog che hanno chiuso per molto meno. Ma sono qui che mi destreggio acrobaticamente tra impegni di lavoro e lavatrici da stendere e questa vellutata è da segnare da una vita, il blog langue, e poi illustra uno dei lati belli del web. Il che non scusa il titolo ma lo spiega. Sicuramente c’è una spiegazione sociologica ma mi capita di continuo di trovare in qualche blog quello che mi serve ma non so di star cercando. Come è successo quando, tra le ultime cassette del GAS (ora siamo in pausa in attesa della primavera, peccato), mi si è presentata davanti una verdura assai brutta e assai strana, una di quelle che le vedi e ti chiedi “Ma ci hanno mai presentato, a noi?”, insomma, un’illustre sconosciuta. Scopro poi che trattasi di sedanorapa, e già il nome preoccupa, perché io non ho mai incontrato una ricetta che preveda insieme sedani e rape, tantomeno sedanirapa (o sedanirape? o sedanorape?). Lo adagio con cautela in frigo, in attesa di decidere la sua sorte, e intanto cucino un più classico cavolo verza. Ma rileggendo un po’ di blog in arretrato, chi non mi tira fuori il sedano rapa se non addirittura la cucina di calycanthus? Insomma, mica gli ultimi arrivati. Prendo nota, mi ispiro, riduco e modifico con quanto ho in casa: per la mia versione molto casalinga niente gorgonzola ma scaglie di parmigiano. Ed è stata una scoperta davvero entusiasmante, perché questo tubero bitorzoluto è delizioso, un cibo prelibato, e questa vellutata è un vero piatto esotico a km 0.
Vellutata di sedanorapa
Ingredienti (per due persone):
1 sedano rapa, 1 grossa patata, 1 spicchio di aglio “vestito”, mezzo bicchiere di latte, sale, pepe, scaglie di parmigiano e crostini.
Preparazione:
Tagliare velocemente a pezzettini il sedano rapa e la patata. Nel mentre, soffriggere l’aglio in qualche cucchiaio d’olio, levarlo dal fuoco, versare le verdure e insaporire mescolando finché i tuberi non cominciano ad ammorbidirsi. Aggiungere poca acqua o brodo (io ne scaldo 3 dita in un pentolino vicino), coprire. Se i pezzi sono sufficientemente piccoli dovrebbero bastare una decina di minuti dalla ripresa del bollore. Non so le proprietà del sedano rapa, ma in genere non cuocere troppo a lungo le verdure è meglio, quindi pezzi piccolini e non stracuocere. Aggiungere il latte, frullare, rimettere un attimo sul fuoco ad addensare. Sale e pepe e servire con scaglie di parmigiano e crostini.
No, la foto non la metto. Non l’ho fatta e visto che cito il Calycanthus con quelle foto spettacolari, mi vergognerei pure tanto. Ma la vellutata è davvero buona quindi per quella mi arrischio, non fosse altro per il racconto della bella scoperta fatta.
Struffoli (cappello e sciarpa-cravatta)
Posted by Lisa in blogs I know, fashion tormentor, lo zen e l'arte del tricot, riciclo on January 24, 2011
E siccome a fare dei polsini e una balza non si usa la lana di tutto un gilet, ecco il cappello e la sciarpa cravatta struffolosi.
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Il fiore sul cappello è fatto con un filato irregolare con gli stessi colori di quello struffoloso con cui avevo fatto i bordi del gilet originale. Non ho la caterinetta per cui ho fatto l’i-cord ai ferri come avevo letto tempo fa da Beadsandtricks (grazie Alessia!) e anche tratto ispirazione per il fiore, che però al centro ha una pallina struffolosa.
La sciarpa-cravatta è fatta prima costruendo un piccolo cilindro con i ferri circolare, poi riprendendo una doppia fila di maglie su un lato e proseguendo con i ferri circolari in modo da fare una specie di lungo tubo con un cappio all’inizio. Sul finale raddoppiare di colpo le maglie e poi diminuirle dimezzandole ad ogni giro per fare la pallina terminale e fermare così la cravatta.
Ah, e quelle sono le piastrelle e lo specchio del mio bagno, in mancanza di fotografi terzi.
Ok, è un po’ estroso, ma è caldissimo e poi chi ammetterebbe di non avere abbastanza personalità per portarlo? Io no di certo!
Epifanie
Posted by Lisa in blogs I know, semplice e crudo buonismo on January 7, 2011
Oggi si teneva un presepio vivente nella mia parrocchia, con l’avvento dei Re Magi che avrebbero portato doni ai bambini presenti. Ci siamo recati anche noi. Era dentro la chiesa ma in prima fila, ad attendere l’arrivo dei volontari in costume che dovevano sostenere la parte, non c’erano solo bambini. Io e il mio bimbo grande eravamo un po’ indietro, in quello spazio che permette di non spintonare e non essere spintonati, davanti a me c’erano due vecchiette che allungavano il collo grinzoso, e proprio mentre mi chiedevo ragionevolmente perché non facessero passare avanti i più piccoli mi sono ritrovata le guance bagnate di lacrime. Non capivo perché ma quel gesto mi ha provocato una reazione poco comune. Penso di aver colto qualcosa di forte nell’egoismo e nell’attesa di quelle due donne, qualcosa di selvaggio, che commuoveva. Se devo dare una spiegazione, rovinando l’indefinitezza di quello che ho sentito, penso che quell’amore per la finzione semplice e popolare di quelle vecchie mi deve essere sembrato così vitale, così stranamente genuino nell’era dei social network che ho passato la successiva mezz’ora a lavarmi via il trucco con un pianto continuo.
Non so perché ho cominciato questo post raccontandovi questa impressione forte ma forse lo posso collegare al fatto che nella mia vita ci sono stati piccoli, banali fatti quotidiani che mi hanno fatto cambiare totalmente prospettiva sulle cose. Oggi approfitto del fatto che nessuno è obbligato a leggere per raccontarvene uno davvero insulso perché riguarda gli argomenti trattati in questo blog.
Quando dico banale intendo banale sul serio. Sentite qua. Da adolescente non avevo una gran paghetta, e mentre me la sarei spesa volentieri in profumeria e altri beni voluttuari, siccome ero una ragazzina assennata ci compravo libri e giornali che mi sembravano un miglior investimento. Le mie poche incursioni tra creme e trucchi d’alto bordo erano delle vere esperienze sensoriali e sociali e quando oltre all’aspirato prodotto la commessa faceva scivolare nella busta rigida una manciata di campioncini, ero davvero grata.
Questi campioncini li tenevo in una scatola speciale, a fiori. Erano di profumi che non mi potevo permettere, di creme costose, di schiume da bagno principesche. Le tenevo lì, in attesa di una vera occasione per usarle. E le dimenticavo. A volte ne usavo qualcuna, a volte le dovevo buttare. Ma in genere conservavo il mio tesoro in attesa del momento giusto.
Un giorno, avevo superato i 20 anni, ho deciso di usarli tutti, a spron battuto. Volevo utilizzare la scatola per altro, e ormai qualche acquisto in più me lo potevo permettere, quindi perché non usarli per capire cosa avrei davvero desiderato possedere? Li ho trovati tutti secchi, se ne sono salvati pochissimi. Aprivo quelle microboccette di profumo esausto e pensavo a tutte le volte che avrei potuto usarne qualche goccia e non l’avevo fatto. Avevo accumulato e mai consumato.
Ora in profumeria non ci vado praticamente più, compro per la maggior parte prodotti naturali on line e qualcosa autoproduco, quindi non è certo quell’aspetto che rimpiango. Ma per me quell’episodio segna il momento in cui ho capito che non ci sarebbe stato un dopo se io non usavo quanto mi serviva per vivere la mia vita ora, senza attendere “l’occasione”.
Per questo di recente, quando una blogger che seguo da anni e che mi piace da morire anche per un suo strano snobismo estetico gentile, educato ed estremamente civile, ha finalmente espresso un concetto che sentivo mio da tempo, cioè che in realtà si sta migrando da una stagione di accumulo ad una di reale consumo di quanto abbiamo, ho ripensato a quei campioncini mai usati.
E dato che è tardi e che le altre cose che volevo scrivervi oggi non le scriverò, come ringraziamento per aver letto la mia insulsa storiella vi rimando direttamente ai consigli di Robba per uno stile di vita meno “dispersivo” e vi auguro buona Epifania, qualunque sia.
