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Il piccolo imprenditore, la resilienza e la propensione al rischio

Da un anno a questa parte tra le mie varie letture sto leggendo blog e articoli che presentano startuppers che da una piccola idea hanno creato un piccolo business innovativo. Molti di loro, parlando del momento di decidere di licenziarsi da un posto sicuro da dipendente, di lasciare un’attività già avviata o semplicemente di investire tutto il loro tempo, nel caso non avessero già un impiego, nel nuovo progetto, premettono “Per questa ragione/quell’altra ragione io e la mia famiglia avevamo ridotto i nostri consumi e quindi sapevamo di poter vivere con poco.” Le ragioni potevano essere molteplici e non sempre si trattava di un downshifting programmatico: si poteva trattare di un trasferimento lontano dalla città, un problema economico, l’inasprimento dei tassi di un mutuo ventennale, una maternità che decretava la fine di un contratto a termine, o anche la scoperta di un nuovo stile di vita meno consumista.

Ne conoscete, no, di gente così? Adesso il downshifting è più di moda di una borsa di Prada (si, una volta tanto siamo pure trendy, no, up to date, no, la parola che adesso è di moda per dire che qualcosa è di moda). Quello che non avevo realizzato è che questa potesse essere una chiave di innovazione economica. Non sto parlando delle tecniche di farsi il pane in casa, di realizzare da soli pannolini lavabili ultratecnici, di fare upcycling di cose vecchie non più usate o comunque di applicare la creatività alla vita di tutti i giorni.

Parlo della coscienza di essere resilienti ai cambiamenti, di potercela fare anche in condizioni considerate dai più difficili, di avere diminuito la nostra dipendenza da una grande quantità di denaro e di consumo per i bisogni quotidiani. Dato che non ho bisogno di tanto, posso rinunciare ad un po’ di sicurezza e rischiare. Mettere da parte quel tanto che mi serve per coprire il rischio di non guadagnare per qualche anno, o comunque accontentarsi di poche entrate, lasciare quel posto in cui non mi sento di esprimere il mio potenziale, andare tra la gente e vedere se da qualche parte c’è bisogno di quello che posso creare. Con i miei tempi e i miei modi, giocando il tutto per tutto per la mia idea, e cioè non in ricerca di un nuovo posto da dipendente ma da imprenditore, dove provare a farcela in prima persona.

La maggior parte di questi imprenditori sono i cosiddetti bootstrapper, cioè partono con mezzi propri, senza cercare finanziamenti esterni, cominciando magari con un solo prodotto indirizzato ad un pubblico ristretto, puntando sulla specializzazione e sulla qualità. Naturalmente questo non è che si può applicare ad ogni campo: ci sono attività che richiedono di per sé grossi investimenti iniziali e quindi non possono essere avviate in modo incrementale e immediatamente “sostenibile”. Ma se si può loro fanno la scelta consapevole di non ricercare investitori per la loro idea, intascando da subito parte del guadagno e mettendosi a capo di un grosso progetto con gli effetti collaterali di tenere conto della logica “ho investito, devo guadagnarci tanto subito ad ogni costo”, di entrare nel mercato in modo massiccio senza aver avuto il tempo di testare le proprie capacità e la relativa risposta, di non poter comunque decidere una strada veramente nuova perché vincolati dal parere di chi ci ha messo dei soldi per ottenerne molti di più.

Leggendo le premesse alle scelte di questi innovatori, perché di innovatori si tratta almeno nel modo di avviare e vedere il loro mercato, mi sono chiesta se non avevano semplicemente riportato il loro stile di vita, che bada alla qualità più che alla quantità, che limita le spese a quanto veramente è necessario, contando sulle proprie forze, nella propria attività imprenditoriale. Riassumendo in un facile slogan: chi riduce innova.

Questi piccoli imprenditori hanno in genere individuato una nicchia specifica non coperta dalle grandi aziende, o coperta con prodotti così generalizzati da diventare costosi e pesanti perché rispondenti ad esigenze troppo ampie. Io invece ti fornisco proprio quello che serve a te, dicono, senza costi extra ma dandoti la qualità di un lavoro artigianale che una multinazionale non potrà fornirti proprio per la massificazione dei propri obiettivi. In questo modo si va ad alzare la qualità del lavoro di chi opera in settori magari poco frequentati perché considerati marginali per il grande profitto, fornendo informazione e soluzioni ad hoc. Vincono tutti, come dicono gli americani, chi ha creato il prodotto/servizio e il cliente. Si produce mercato senza danneggiare nessuno.

Questo il piccolo imprenditore lo può fare anche perché non va alla ricerca immediata del guadagno, del potere, ma della soddisfazione personale. Chissà, forse anche perché si è esercitato in questo tipo di scelte prima nella vita personale. Senza voler generalizzare, non varrà certo per tutti, ma è un’ipotesi da considerare. Chi è sostenibile e cerca la qualità di vita nel privato, potrebbe farlo anche nel proprio lavoro, quando ci può mettere del proprio.

Pur non essendo un’economista, la prossima volta che qualcuno mi rimprovererà dicendo che la mia riduzione dei consumi rallenta l’economia, gli risponderò con le tante storie di imprenditoria sostenibile che ho letto in quest’anno. E anche se questo post non vuole essere altro che una sensazione e una provocazione , spero che non sia solo una visione ininfluente nel panorama macroeconomico, perché questo tipo di economia mi piace e spero che questa scelta di produrre quanto serve per chi lo utilizza, senza indurre bisogni che sfociano nell’accumulo, sia davvero la molla per un nuovo modo per pensare la legge di domanda/offerta.

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