Archive for category Fatto in casa (autoproduzione)

Sabato: forno

Se non abbiamo qualche impegno e se non fa ancora caldo il sabato mattina a casa nostra si ascolta musica barocca o jazz (dipende da chi vince tra me e il Partenopeo) tra le grida di gioco di due bimbi e si accende il forno. Ci finiscono dentro in sequenza cibi vari che verranno consumati il giorno stesso o durante la settimana, si spegne automaticamente il riscaldamento che tanto basta a tenere calda la zona giorno e cucinare tutto in un colpo solo aiuta a contenere i consumi perché da una teglia all’altra non c’è bisogno di preriscaldare. Nel frattempo sui fornelli fischia la pentola a pressione con i cereali e poppia un’altra pentola con sugo di pomodoro o, più raramente, ragù, ma dato che non vanno nel forno in questo post le ignoreremo, lasciandole a fare da puro accompagnamento olfattivo e sonoro.

Ormai la routine è consolidata e porta via relativamente poco tempo, si comincia ancora in pigiama e ci si prepara con molta calma, e nelle pause ci può stare anche un partita a qualcosa con i bimbi o due chiacchiere e una mail, altrimenti il Partenopeo fa la formazione per il Fantacalcio e io mi godo gli odori della cucina sfogliando qualcosa di poco impegnativo.

In teoria la preparazione comincia nel tardo pomeriggio precedente, per un totale di 4 minuti, nei quali si mettono 500 gr di farina 0 biologica in una ciotola, 350 gr di acqua, 3 briciole di lievito di birra e un cucchiaino di sale e si da una mescolata generica per l’impasto del famoso pane senza impasto. Si copre con un coperchio la ciotola (risparmiamo la pellicola, è pur sempre usa e getta) e si lascia lì per circa 16 ore. Poi si infilano nella macchina del pane, programma solo impasto, gli ingredienti della pasta matta per torte salate e la si schiaffa in frigo sempre in contenitore chiuso per tutta la notte. Se proprio non basta, si mettono a bagno ceci o fagioli da dare in pasto alla pentola a pressione. E basta.

Il giorno dopo, finita la colazione, mentre si sparecchia, metto a stufare o a scottare una qualche verdura per la torta salata. Nel frattempo, appena il tavolo è libero, si copre di farina per spiattellarci sopra la pastella molle e bollosa del pane senza impasto. Cospargo di farina integrale, faccio quattro belle piegone, e ci rimetto sopra la ciotola della lievitazione rovesciata per una mezz’ora.

Nel frattempo probabilmente la verdura si è cotta, è tempo di scolarla per bene o di dare una rimescolata a quella che si sta stufando sul fuoco. Finalmente si accende il forno, d’inverno è proprio il momento giusto. Tiro fuori la pasta matta, e la stendo bella sottile, e ne fodero una teglia. La verdura scolata finisce nel robot insieme ad un uovo, tutti gli avanzi di formaggio presenti in casa e, di rado, qualche resto di carne o di salume. Quella stufata, asciugata per bene, invece si dispone così come è, e l’uovo misto a formaggio si versa sopra. Si dispone sulla pasta e la si mette dentro al forno non troppo caldo, tanto queste preparazioni non richiedono un lungo preriscaldamento.

Torno al mio no-knead bread e lo rovescio su uno strofinaccio pulito coperto di farina integrale, piego sopra i bordi dello strofinaccio che tanto deve stare lì due ore.

Qui ci sono una ventina di minuti liberi, in cui posso decidere se inseguire i bimbi perché si lavino e si vestano, se andarmi a vestire io, o se rimanere in pigiama con un gran grembiule bianco e nero con su scritto “Montréal Jazz Festival” ad ascoltare Bach o Brad Meldhau. In genere opto per la terza opzione.  Ci sta anche una lavata al robot che adesso deve impastare gli ingredienti per una torta per la merenda o la colazione del giorno dopo. In genere è una classica ciambella allo yogurt, o una crostata morbida, oppure dei muffin semivegani di cui vi parlerò presto. Tutti impasti semplici, nessun albume da montare, l’alta pasticceria è riservata ai pomeriggi piovosi o alla Domenica.

L’impasto dolce finisce in uno stampo al silicone sempre all’insegna della pigrizia, il forno si apre per far uscire la torta di verdure da riscaldare per cena, si regola un attimo la temperatura e la torta va nel forno già caldo per la cottura precedente. Insieme alla torta va in forno anche la pentola per il pane: altrimenti detta cuocipollo, è una delle pentole da forno con coperchio, fondamentale per dare al pane senza impasto quella crosta e quella consistenza così fragrante. Anche se la ricetta originale dice che andrebbe riscaldata ad una temperatura più alta per mezz’ora, basteranno pochi minuti al termine della cottura della torta per farla arrivare al giusto grado, senza dover far andare a vuoto il forno a temperature altissime.

Si mette il timer e ci sono almeno 40 mn per farsi belli e cominciare a sentire il profumo degli zuccheri che si stanno caramellando sull’orlo della teglia. Quindi è ora di estrarre i dolci, alzare il forno alla massima temperatura per qualche minuto, e quindi compiere la complicata manovra di rovesciare il pane dallo strofinaccio nella pentola caldissima. Chiudere con il coperchio (non riscaldato), abbassare leggermente la temperatura e attendere per circa 3/4 d’ora di sfornare il pane più buono che io abbia mai fatto, croccante e fragrante, un vero piacere del sabato mattina.

E se vogliamo esagerare si può terminare il tutto infornando una brioche rustica, un arrosto, un pasticcio di pasta o un paio di patate per pranzo, ma solo nelle mattine più attive, altrimenti saranno sufficienti una pasta e fagioli o una zuppa accompagnate dal pane appena sfornato, e intanto programmare un pomeriggio un po’ meno pigro e casalingo, che tanto per cena e merenda siamo già a posto.

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Continuiamo a chiamarla Provvidenza

Come dice il poeta, life happens mentre nel frattempo sei occupato a fare altro, e a volte passa più di un mese e avresti qualche post pellegrino tra le bozze e nulla di pubblicato sul blog. Che per fortuna è un diversivo e questo consente di trascurarlo senza sensi di colpa e senza interventi di quell’antipatico di super io, che, come tutti i super, un personaggio del tutto a modo non può essere.

Il lavoro, ringraziamo i cieli, procede e quel côté avventuroso che mi ha portato nella vita mi rende allegra quasi come il chiacchiericcio continuo del piccolo guascone e gli amori improbabili del primogenito. E poi ho sfoggiato il mio Adrift sulla stampa nazionale, mi pare il caso di citarlo. Il giorno della foto nevicava a secchiate e davanti all’armadio non mi sono mascherata e ho messo abiti che sento più miei, i jeans con i fiorellini ad uncinetto, il mio cardigan compagno di vacanze e, tra l’altro, una maglietta B.e.

Infine Sabato si parte per Genova, grazie un buono regalato da una cara amica, perché anche se hai bisogno di staccare o di una piccola vacanza, sempre bisogno è, e la Provvidenza, da denominazione, provvede. I bimbi sono estasiati all’idea di tornare all’acquario e di entrare finalmente nel sottomarino, e ai genitori cambiare il paesaggio aiuta a cambiare prospettiva, e la prospettiva, come direbbe Anton Ego, è un bene prezioso di questi tempi.

Concludo mandando a far conoscenza con l’es il super io che mi vuole convincere che non è il caso di pubblicare post così inutili, una piccola vacanza ci vuole per tutti. La vita accade, dice il poeta, e io me la faccio accadere un po’ più in là questo fine settimana.

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Gli scialli e l’effetto nonna

Mi avanzava una bella pallotta dell’alpaca usata per l’Argilla e la gratificazione di sentire questo filato sotto le dita mi aveva lasciato la voglia di lavorarla ancora, senza contare che da tempo ho messo sulla lista dei capi indispensabili da procurarmi un maglioncino grigio perla, che completerebbe con estrema soddisfazione alcuni pantaloni e giacchini che ho nell’armadio. Purtroppo per un maglioncino, neanche striminzito ©, non bastava, allora ho pensato di farne un complemento che con una maglietta semplice sotto rendesse un effetto analogo.

Non solo per natura una sciallista, ne faccio pochi e sto in genere molto attenta alla vestibilità. Trovo che il modello sbagliato, portato magari con l’abbinamento sbagliato, sia quanto più infagottante ci possa essere sulla piazza. Se c’è un esito che la tricoteuse appassionata con smanie modaiole deve fuggire è “l’effetto nonna” e fare uno scialletto grigio è come camminare su un crinale periglioso a valle del quale ti attendono spunzoni e spunzoni di mise nonnesche.

Nonostante questo, ho deciso di fare uno scialletto grigio. Ho ripreso come modello di base l’Azzu di Emma Fassio. L’Azzu è un modello geniale nella sua semplicità: la sua versatilità sta proprio nella forma, che abbina la vestibilità di una sciarpa alla bellezza di linee di uno scialle. E’ lungo, si avvolge attorno al collo con facilità, cadendo poi a misura sulle spalle, senza lembi che pendono di qua e di là come può capitare a chi, come me, gli scialli non li sa proprio portare, ma non è poco aggraziato come il banale rettangolo sciarpesco. Per evidenziare la morbidezza del filato, ho deciso di lavorarlo largo, con ferri del 9, in modo da accentuare l’effetto caldo, arioso e un po’ rustico, e sono molto contenta del risultato. Sempre per calcare sull’effetto caldo-ma-leggero, ho modificato il disegno del modello con un bordo più spumoso e caratteristico, più buchini, più legaccio, più spessore e leggerezza.

Ho fatto le foto senza neanche svaporarlo quindi i bordi risultano ancora un po’ stortarelli, ma stavo quasi pensando di tenerli così, imperfetti e mobili.

Per quanto riguarda il livello di gratificazione, è stato decisamente elevato: un avanzo di un filato di qualità, pochi giorni di lavoro e un capo morbido come è difficile trovarne. E ora, con tutta quella neve qui fuori, non posso desiderare di più.

E ora gli abbinamenti:  Azzu shawl – home made, cardigan misto cachemire con doppia abbottonatura – Diffusione Tessile, jeans neri – Muji. 
Si fa così? Temo di non essere molto portata come knitter-fashion-blogger.

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Argilla – maglione da uomo

Ho finalmente acchiappato il Partenopeo perché posasse con indosso la mia ultima fatica, il mio primo maglione da uomo.

L’ho realizzato come ho realizzato la maggior parte dei capi da quando avevo 13 anni, preso un filato, immaginato un modello di massima, i ferri e via, come mi ispirava il percorso. In questo la lavorazione topdown è decisamente d’aiuto, infatti per questo maglione ho preso le misure del collo e poi man mano ho adattato la vestibilità.

L’ho chiamato Argilla per il suo colore grigio e proprio per questa caratteristica di aver lavorato un filato come creta, circolarmente, e di aver ottenuto questo capo che mi ha dato molta soddisfazione. Volevo losanghe che si intrecciassero davanti e dietro, partendo dall’alto e andando a  complicarsi man mano verso la base e il disegno è venuto come lo avevo in testa, con il particolare di unirsi sui fianchi, di scambiarsi sotto le maniche e di sfumare nelle coste del polsino, che è un risultato esteticamente molto gradevole.

Il filato usato è una rocca comprata su ebay, 78% alpaca, 20% lana e 2% nylon. Mi è piaciuto molto lavorarla, era morbida e leggera ma con una buona definizione, ne è avanzato un po’ e ci ho fatto un’altra cosina che vi mostrerò prossimamente. Non ricordo il costo, ma comunque era contenuto per la quantità di filato, segno che comunque si possono continuare a fare maglioni senza spendere miliardi.

Altri due particolari che sono contenta di aver curato è il punto con cui sono distribuiti gli aumenti degli scalfi. Non so se l’avevo mai visto in giro, di certo non sarò l’unica ad averlo impiegato, ma il motivo spigato che risulta dall’aver aumentato a diritto distanziando via via le maglie sul rovescio mi è piaciuto e penso che lo ripeterò.

Ultimo, il retro è elaborato esattamente come il davanti. Cerco sempre di curare il retro dei maglioni che realizzo, è proprio una mia fissazione, anche se devo acquistare una maglia non la prendo mai che abbia una importante decorazione unicamente sul davanti e un retro spoglio e magari poco curato. La schiena è visibile esattamente come il viso agli altri ed è un peccato che venga trascurata. Posto che che non è il caso di metterci nulla di particolarmente arzigogolato che possa dare fastidio quando ci si appoggia, se posso realizzare un capo che abbia una decorazione a tutto tondo il mio livello di soddisfazione aumenta.

Ora i difetti. Il collo è ripreso, non sapevo come farlo e l’ho lasciato con un filo di avvio provvisorio, poi l’ho lavorato da lì a coste 2/2. Ora che ho in mente il modello globalmente, avvierei direttamente dal collo e farei partire la losanga da lì esattamente come per i polsini. Inoltre gli scalfi sono un pelo troppo ampi per cui ho dovuto operare più diminuzioni di quante volessi nelle maniche, che hanno quindi una linea più morbida rispetto al busto che volevo piuttosto aderente. Indossato non si nota, ma quando lo rifarò aggiusterò questi particolari.

Insomma, sono abbastanza soddisfatta, soprattutto per la resa del punto con il filato. Voi che ne dite?

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Trousse e pochette da tovagliette americane provenzali


In cui si parla di Provenza, della Madrina Caffettiera, di tumori, di una donna dallo spirito mozzafiato, di pochette trapuntate, di viaggi e del senso dell’upcycling.

Mia madrina era un’originale signora che era stata compagna delle medie di mia mamma a Honfleur, parlava 10 lingue, viveva a Gratz, frequentava seminari di astrologia, era stata operata per un tumore al seno e da quel momento si nutriva secondo i principi ayurvedici. Una volta mi disse che in passato lei era una caffettiera che avrebbe voluto essere un annaffiatoio, e la sua vita era cambiata da quando aveva accettato di essere una caffettiera.  Un paio di mesi dopo la laurea partii per Nizza per andarla a trovare nel piccolo appartamento per le vacanze che aveva acquistato nel centro della città. Erano anni che non la vedevo e rimasi lì per tutta una soleggiata settimana di Febbraio e per puro caso beccai pure le stupende sfilate del Carnevale dei Fiori.

Ricordo la bellezza di quel piccolo appartamento arredato di materassi e cuscini colorati di giallo e di blu e di un grande tavolo rotondo su cui troneggiava un vaso pieno di tante, lussureggianti, luminose, odorose mimose. Facevamo passeggiate al mare e al castello, al marché aux herbes e per le viuzze, mangiando socca e tarte aux blettes, andavamo al cinema e leggevamo al sole.

Mi sono riportata come souvenirs da quel viaggio 3 cartoline colorate di blu con un particolare giallo vivo, questi americani provenzali e una passione per l’abbinamento giallo/blu.

Gli americani sono poi stati usati per un tempo limitato nelle mie case di neolavoratrice, ma alla fine si sono rivelati troppo piccoli per ospitare le mie abbondanti colazioni, si sono un po’ ristretti con il lavaggio e sono rimasti dimenticati in un cassetto. Poi si sono sommati due eventi. Il primo è che quest’estate  passata in viaggio avrei tanto avuto bisogno di trousse morbide in cui infilare alcuni effetti più delicati e non le avevo, il secondo è che ho cominciato a seguire questo blog e sono capitata su questa idea. Dopo qualche settimana mi sono detta che in realtà, pochette a parte, utilizzare gli americani per fare proprio le buste morbide che mi mancavano era la soluzione. Ho reclutato mia madre, che si stava giusto lamentando che non le davo più lavoretti di cucito da fare, e i due americani sono diventati uno una trousse con zip e l’altro una pochette portapantofole (o anche no, sarebbe anche carina da usare proprio come borsetta) da viaggio.

Poco tempo fa, su quel blog su cui avevo visto questa buona idea, si è cominciato a parlare la situazione di Ashley, l’anima del blog, e la sua improvvisa scoperta di un tumore in stato avanzato. Ashley ha una bambina bionda e tanto spirito e tra un tutorial e uno sponsor si affacciano le descrizioni del suo ombelico storto dopo l’operazione di asportazione dell’utero, dei suoi pantajazz e jeans premaman, gli unici che riesce ormai ad indossare, delle sue giornate, e i grafici dei risultati della chemio con una verve, un senso dell’umorismo e una forza che lasciano stupiti. Mi trovo a commuovermi e a sorridere davanti a queste pagine e a questa donna che ringrazio di condividere questa sua esperienza apertamente, perché il suo modo di vivere l’imprevisto e il dolore è stupefacente e affascinante, e in un mondo che normalmente il dolore lo nasconde a volte ho fame di esempi positivi.

Alla fine spesso il senso di modificare quanto ho in casa, di portare avanti la storia degli oggetti, arricchendola di ricordi, di utilizzi e significati nuovi è questo: quando infilerò qualcosa di delicato nella mia trousse provenzale mi verrà in mente Nizza in Febbraio, la mia Madrina Caffettiera, mia mamma e i suoi lavoretti di cucito che le riempiono le serate solitarie, una lunga estate itinerante e lavorativa, Ashley e la sua bimba, il senso della vita e della malattia. Non sarebbe sicuramente stata la stessa cosa entrare in un negozio e trovare esattamente quello che mi serviva, acquistarlo e lasciare questi americani e i ricordi ormai cuciti con loro a languire in fondo ad un cassetto.

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Sforacchiato a sproposito

Ieri ho adottato una parola e temo quindi che ve la troverete in tutti i post di qui alla fine dell’anno. Se qualcuno mai cercherà sforacchiato sul web forse alla fine arriverà qui, chissà. Mi è piaciuta, mi ha ricordato Dumas, cappa e spada, e qualcosa di vecchio e bucherellato con una storia da raccontare.

Ieri ripensavo a questo blog, e ad un altro che non aggiorno praticamente più, e alla mia nuova vita da imprenditrice. Qualche volta mi chiedo perché mi ostino ad avere una vita così sforacchiata, con energia che fuoriesce da tutte le parti, invece di prendermi un’ossessione e seguire solo quella. Pensavo che sarebbe meglio in questo momento che mi dedicassi ad un blog aziendale, invece di pubblicare ricette di scarti di verdura. O forse no, forse vale anche qui la questione dei vasi comunicanti e qualcosa sui piccoli lussi a basso impatto e l’impegno che ci metto a scriverne andrà a beneficio del mio lavoro reale e viceversa. Ho cominciato con il mio piccolo ideale, un passo per volta, di fare qualcosa di sostenibile anche nell’attività che sostiene finanziariamente me e la mia famiglia e non c’è nessun conflitto con il cercare di vivere una vita semplice e felice.

Nonostante questo ieri sera riflettevo su eventuali problemi di immagine. E se il cliente, a cui io vado a dire che posso fornirgli un software che rivoluzionerà la sua archiviazione documentale, facendogli risparmiare tempo, denaro e salute, viene a sapere che io “perdo tempo” anche a scrivere di scialli a maglia e di buccia di zucca?

Ho conosciuto un ragazzo fermamente convinto che le donne non siano tecnicamente portate come gli uomini perché sono incapaci di passare il loro tempo libero a valutare le prestazioni dell’ultimo processore uscito. Non credo che le donne ne siano incapaci ma oggettivamente io non passo il mio tempo libero così. Sul mio Google Reader si alternano abbastanza equamente blog di sviluppatori, blog di cucina, blog di maglia, blog di genitori, più qualcosa sulla moda, il marketing e i piccoli imprenditori. Ed effettivamente i primi sono scritti in prevalenza da uomini e indovinate quali sono in prevalenza tenuti da donne? Sta di fatto che io sviluppo tutto il giorno e invece di mettermi a parlare di librerie java la sera mi metto a parlare di zucca e salviette. Non ho una teoria, una spiegazione, sono così. L’unica parola positiva che mi viene per descriverlo è “eclettica”,  ma “sforacchiata” ci sta bene lo stesso. Penso si possa notare anche dalla mancanza di specificità e di approfondimento degli argomenti di questo blog che sono una donna per tutte le stagioni.

Una verità è che lavorare a maglia e scrivere qui lo trovo estremamente utile anche nel mio lavoro. Provo il software archiviando pattern in pdf con caratteristiche diverse, mi esercito a scrivere, a costruire interi maglioni o sistemi da un filo o da una riga scritta in linguaggi che non contengono la parola chiave “sforacchiato”. Mi aiuta a tenermi semplice nella vita e nel disegnare l’interfaccia utente, a non sprecare tempo e spazio disco. Mi spaventa un po’ che la rete non dimentica, ma sono io, qui ed ora, piena di buchi da cui fuoriescono vari aspetti dei giorni che passano e lasciano comunque un’immagine che spero la più coerente possibile nel vivere le mie diverse vite.

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Ci siamo!

E’ passato quasi un anno da quando Ciami ha lanciato questa bella iniziativa. Mi ero da poco affacciata nell’intricato mondo della maglia on line e cominciavo a frequentare simpatici blog di simpatiche donne che pensavano che fare a maglia non è tanto o almeno non è solo una cosa da nonne, e tra pochissimo uscirà il grandioso risultato del loro impegno per gli altri. Bando alle ciance, sfogliate il lookbook, andate a provare a vincerne una copia qui e diffondete il più possibile l’iniziativa. Ne vale la pena!

 

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Di lui e di lei (custodie a maglia per kindle)

Spesso e volentieri non pubblico post per giorni, a volte anche per settimane, perché ho un’idea precisa in mente di qualcosa che voglio mostrare e, incurante delle altre bozze e delle altre foto che languono in attesa d’ispirazione, aspetto di avere il tempo e la voglia di fare la foto allegata alla mia spiegazione. Io non sono molto brava a fare le foto, e poi ci vuole luce e tranquillità, e spesso nei momenti in cui c’è luce e tranquillità a casa mia io lavoro indefessamente e al blog penso poco. Poi quando mi viene voglia, non ho la foto, e rimando. Quello che ha analizzato la Procrastinazione Strutturata ha appena vinto un igNobel, e questa cosa mi fa un po’ di stizza perché io la stavo già mettendo sotto studio da tempo.

Questo preambolo per rassicurarvi che non ho smesso di fare a maglia. Eravate preoccupati, eh? Ma ho un po’ procrastinato il fare le foto dei miei lavoretti, perché di lavoretti si tratta, mentre c’è un lavorettone che avanza pian piano. E’ sempre l’Adrift, che ho scelto di fare in un filato sottilissimo, un adrift oversize, avvolgente, con le maniche lunghe. Un’eternità blu a maglia rasata in pratica.

Per spezzare ho provato a inventarmi qualcosa per sperimentare delle nuove tecniche viste qua e là. Tempo fa avevo visto la custodia dell’iphone realizzata da Tzugumi e me l’ero appuntata per adattarla per il kindle. Poi sono andata a sentimento, senza schemi predefiniti,  ma devo a lei e al pattern da lei scelto la prima ispirazione e l’idea dei ricami a punto catenella.

Poi ho raccolto un po’ di lana dell’adrift (vedete la rocca in foto? farò maglioni blu per tutto l’inverno), un avanzo di cotone rosa del mio Azzu (ah, non l’ho mai fotografato?  ma guarda), ho applicato il magic cast on per realizzarlo in un solo pezzo, aggiunto qualche ajour e due giri a legaccio alla fine e un alberello propiziatorio per decorare.

Visto il mio, anche il Partenopeo ha cominciato a pensare che una custodia analoga declinata al maschile non sarebbe stata una cattiva idea. In quel momento c’era anche da rivedere uno dei punti che avevo fatto per un pattern per Unite Contro il Cancro,di cui potete vedere qui il risultato delizioso del testing di Tibisay, e quindi ho pensato di riprodurlo passo a passo seguendo le istruzioni che io stessa avevo scritto mesi prima per ricontrollarne gli errori.

L’avanzo di lana utilizzato è un resto di gomitolo lasciato dalla realizzazione del cappellino di Totoro e il montaggio delle maglie è stato fatto con il magic cast on a rovescio e rigirando poi le 4 + 4 maglie a diritto perché non sapevo bene come fare a montarle cambiando verso. Ora i kindle a casa mia sono finiti mentre i resti di gomitoli continuano ad occupare spazio ma se l’adrift continua ad annoiarmi troppo sarà il caso che mi inventi qualcos’altro di breve realizzazione e facile trasporto per variare. Suggerimenti per una povera tricoteuse in crisi?

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Detersivo lavastoviglie fatto in casa

La lavastoviglie è un gran elettrodomestico. In realtà la nostra è piccolina, solo 45 cm, che più grande non si saprebbe proprio dove incastrarla. Per ovviare ai continui lavaggi però ha un ciclo iperecologico (gli altri programmi non ce li hanno mai presentati) e, siccome siamo ecofighetti, la nutriamo unicamente di aceto bianco come brillantante e l’ottimo detersivo per lavastoviglie di Officina Naturae, completamente biodegradabile e che, udite un po’, lava pure bene.

Ma ogni tanto finisce. A volte capita quando mancano mesi al prossimo ordine di detersivi con il GAS e quindi bisogna adattarsi ad un sostituto degno ma mai davvero all’altezza. Altre volte succede di domenica sera e con il lavello pieno. E in me si scatena il panico perché odio lavare i piatti di una cena a mano e odio pregare il marito di farlo lui. Questa volta, però, mi sono buttata e invece di impiegare il mio tempo a lavare i piatti, li ho messi in lavastoviglie ed ho tentato uno di quegli intrugli che si trovano su internet sotto il nome di “detersivo fai da te per lavastoviglie”.

Per realizzarlo ho quindi frullato insieme due o tre ricette e un limone tagliato in pezzi con mezzo bicchiere di sale, poi ho messo tutto in un pentolino con un mezzo bicchiere di acqua e mezzo di aceto di mele (la ricetta indicava aceto bianco, ma io avevo solo quello). Ho fatto bollire per 10 mn abbondanti e poi travasato in un barattolo di vetro. La dose da utilizzare è di un cucchiaio nella vaschetta del detersivo.

Pregi? Lascia un buon odore, o meglio, nessun odore. Lava abbastanza bene, sgrassa, anche se non rimuove le incrostazioni ma per quelle ci vuole la passata di spugna preventiva (anche se con il detersivo Officina Naturae si può farne spesso a meno). E’ economico, è molto veloce da fare, e sapere di non dipendere da fornitori lontani anche per quanto riguarda il detersivo da una sensazione di potere inaudita.

Difetti? Non è abrasivo, quindi non rimuove lo sporco in profondità, ma forse aumentando il sale funziona meglio. Immagino che sia delicato sulle stoviglie, come contropartita. E mi lascia qualche piccolo residuo di limone frullato sul fondo della lavastoviglie, ma anche lì probabilmente facendo andare il robot da cucina più a lungo si dissolve meglio.

Ora ho il mio mezzo barattolo di detersivo casalingo e conto di utilizzarlo fino alla fine e di rifarlo provando a perfezionare la ricetta alternandolo con il detersivo precedente per i periodi di pigrizia. Qualcuno là fuori l’ha già provato o ci vuole provare?

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Olio per il corpo alla lavanda

E adesso un post un po’ frivolo, non sia mai che qualcuno che è capitato per caso su questo blog con il post precedente poi pensi che si parla solo di roba seria.

Quest’estate mi sono imbattuta in questo simpatico libretto scaricabile dal titolo Cosmesi naturale pratica. Mi ha riportato all’adolescenza, quando copiavo con una grafia che voleva essere elegante su un quaderno rilegato in tessuto tutte le ricette di maschere e impacchi casalinghi che trovavo su giornali e affini. La storia era sempre quella, avrei voluto le potentissime creme ai nanocomponenti e ai tecnoidratanti che si trovavano in profumeria ma non le potevo comprare, quindi provavo a fare alternative casalinghe. Ricordo ancora la pappa di mela che mettevo sulle mani, non so bene che effetto sperassi di ottenere, e il tuorlo d’uovo sbattuto per nutrire i capelli. Consistenze scomode e intrugli da fattucchiera ma era divertente crearli e qualche volta risultavano persino efficaci. Ma rispetto ai miracoli promessi dalle pubblicità televisive sicuramente l’effetto era molto meno eclatante.

Ho ricominciato ad interessarmi alla cosmesi naturale, dopo anni di acquisti distribuiti tra il reparto cosmetici dei supermercati, le erboristerie e piccole follie in profumeria, con la nascita dei miei figli. Perché a quel punto ti tempestano la testa di parole come parabeni, resorcina, paraffina e tante altre cose che ho allegramente distribuito sul corpo in tutti questi anni (senza tra l’altro ottenere i risultati meravigliosi promessi dalla pubblicità) e che invece non mi sono sentita di spalmare sui culetti dei miei bambini. Magari non è detto che siano proprio proprio così nocive ma, se devo scegliere, perché non ricorrere invece a qualcosa di meno controverso? Partendo dal fatto che oltre l’acqua per lavare i bimbi non serviva molto, ogni tanto tra un pannolino lavabile e l’altro utilizzavo un po’ del meraviglioso olio weleda alla calendula. Incuriosita mi sono chiesta che olio usassero come base invece del solito paraffinum liquidum e ho notato la brevissima lista degli ingredienti: olio di sesamo e estratto di calendula. Tutto biologico, naturalmente.

Beh, però niente che non si possa fare in casa, almeno per questo prodotto specifico. In un periodo in cui stavo programmaticamente consumando quanto presente sulla mensola del bagno al fine di semplificare e migliorare il nostro parco prodotti, spronata dal libretto di cui sopra, ho compiuto la complicatissima mossa di mescolare insieme olio di sesamo (7.50 al negozio bio) e poche gocce di olio essenziale di lavanda, sempre bio (10.50 tutto il flaconcino ma potete metterci il profumo che volete). Ci ho aggiunto anche un pizzico di curcuma per le sue proprietà riequilibranti ma è stato un esperimento e credo se ne possa fare a meno. E da quel momento non ho più acquistato idratanti per il corpo, e dire che io ho la pelle delle gambe estremamente secca. Si assorbe facilmente e lascia la pelle meravigliosa, profuma, ed è naturale. E costa pochissimo, in proporzione ad altre creme, meno di un flacone da supermercato, contando che con una bottiglia di olio ne riempiresti 3 flaconi e che prima di consumare l’olio essenziale di lavanda bisogna prepararne parecchie volte. Senza contare la diminuzione dei rifiuti prodotti, visto che l’olio è imbottigliato in vetro. E’ o non è un piccolo lusso a basso impatto?

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