Archive for January, 2011

Macarons

La prima volta mi erano riusciti meglio, anche se per ganache avevo utilizzato una cremina al caffé confezionata che avevo in dispensa. Fortuna della principiante. Erano solo un po’ scuretti, per quello ho pensato di rifarli al cioccolato perché non si notasse. Trucco da furbetta ma li dovevo portare ad una merenda con degli amici che pur andando a Parigi un anno sì e un anno no non li avevano mai assaggiati. Ovviamente questa volta è andata peggio: la prima infornata è venuta piena di buchini ma ho fatto in tempo a dare un’occhiata a internet per capire come mai e la seconda è venuta decente. Fortunatamente i miei amici non avevano idea di come dovessero presentarsi e ne hanno apprezzato il sapore, mentre il Primogenito ne ha ridotto il volume in maniera imbarazzante mentre chiacchieravamo.

Per chi, come i miei amici, non li conoscesse, i macarons sono the it-cake del momento, dolci buonissimi e carissimi che vengono declinati in mille gusti e colori, di difficile esecuzione, per cui al giorno d’oggi si fanno corsi di pasticceria degni di entrare in un remake (si, tanto l’hanno già fatto, senza pudore) di Sabrina.

La ricetta l’ho presa qui che a sua volta l’ha presa qui. Devo ancora migliorare ma penso che ci siamo quasi. Ovviamente sono una versione casalinga, intanto imparo dai miei errori e miglioro, non sarà mica più difficile di un soufflé. Intanto per i non francofoni eccola, magari se li proviamo insieme impariamo meglio.

Macarons

Ingredienti:

La quantità degli ingredienti si basa sul peso degli albumi. Circa tre albumi sono 100 gr ma a seconda delle uova potrebbero essere poco più o poco meno. Aggiustare gli altri ingredienti di conseguenza.

100 gr di albumi, 100 gr di farina di mandorle, 160 gr di zucchero a velo, 40 gr di zucchero semolato, 1 paio di cucchiaini di cacao per colorare, 100 ml di panna fresca, 2 noci di burro, 140 gr di cioccolato fondente.

Preparazione:

Separare gli albumi il giorno prima, lasciarli la notte in frigo in un contenitore chiuso, tirarli fuori al mattino e attendere almeno 6 ore che tornino a temperatura ambiente (importante, io ho atteso di meno, quindi il contrasto di temperatura infilandoli nel forno è stato maggiore e forse per quello la prima infornata non era liscia). Passare la farina di mandorle al mixer, poi setacciarla (e controllare che siano sempre 100 gr alla fine). Mescolare con lo zucchero a velo e il cacao. Io, per sicurezza, a questo punto ho ridato un colpo di mixer alla miscela perché il cacao era leggermente umido e volevo mescolarlo meglio.

Montare gli albumi con un pizzico di sale, prima piano poi più velocemente. Quando sono praticamente montati, aggiungere lo zucchero semolato e terminare di montare a neve fermissima. Aggiungere delicatamente gli altri ingredienti.

Stendere sulla placca del forno la carta forno. Se siete persone precise, disegnate i tondini dei macarons ben distanziati (io non lo sono, lo sapete, almeno non in cucina). Prendere un sac-à-poche e vestitevi con abiti che potete lavare facilmente: io ogni volta che prendo in mano quell’attrezzo mi riduco in modo indecente. Nel link indicato, in mancanza del sac-à-poche, ha usato un sacchetto per surgelati con un buchino all’estremità, quindi non ci sono scuse. Fate tanti bei tondini distanziati. Io tendo a farli piccolini perché credo sia più semplice che riescano, ma poi dipende dai gusti. Con queste dosi escono due teglie non pienissime.

Lasciare i macarons “fare la crosta” (importante) e dopo mezz’ora accendere il forno ventilato a 160°. Nel frattempo preparare la ganache. Mettere la panna e il burro in un pentolino e scaldarli sul fuoco finché non sbollicchiano. Togliere dal fuoco, buttarci dentro il cioccolato a pezzetti, mescolare bene finché non si scioglie e via in frigo.

Quando la superficie del macarons è “toccabile”, cioé il dito non rimane sporco a sfiorarla, sono pronti per il forno. E qui ho sbagliato la prima infornata. Perché fuori era freddo, il forno comunque era caldo, ovviamente, e la superficie si è irruvidita. Per la seconda infornata invece ho seguito un consiglio trovato su internet e ho lasciato leggermente aperto lo sportello per i primi 5 minuti e non ho avuto questo effetto. Cuocere 15 minuti, poi lasciare 5 minuti a forno spento e aperto.

Inumidire con una spugnetta il piano di lavoro e farci scivolare sopra la carta forno con i macarons. Aspettare altri  minuti e staccarli delicatamente. Prendere la ganache e porne un cucchiaino colmo (oppure usare di nuovo il sac à poche se non è stato scaraventato fuori dalla finestra per il nervoso) su metà dei macarons. Chiudere con l’altra metà e porre in frigo per un’altra oretta.  Non saranno venuti proprio perfetti ma per essere buoni lo erano.

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kindle

Ogni tanto qualche investimento bisogna farlo. Per guadagnare spazio, evitare ulteriori rifiuti e aumentare la mia qualità della vita. Dietro questo in me spesso di nascondono tante scuse per spendere a vuoto ma stavolta penso di avere un nuovo oggetto molto utile.

Fortunatamente qui ci ha pensato Babbo Natale e non ho dovuto programmare l’acquisto di un e-reader. Non un tablet pc, ma un semplice e-reader, perché tanto la funzione che volevo era quella e tutti mi dicevano che davvero era come leggere carta stampata: perché i mobili di casa mia si stanno piegando sotto il peso dei libri, perché mi scoccia leggere e buttare nella carta riciclata quintali di giornali e riviste, perché spesso per lavoro ho bisogno di acquistare in tempi brevi manuali disponibili solo su librerie on line straniere, perché mi garba l’idea di portarmi dietro un’intera biblioteca in qualche decina di centimetri quadrati e infilarla in borsetta senza dover per forza scegliere le versioni tascabili, perché consuma pochissimo e si deve ricaricare di rado, perché vorrei leggere testi gratuiti scaricati da internet senza fissare un monitor e perché spesso è difficile trovare edizioni di testi di qualche anno fa e io spero che il mercato digitale supplisca alle mancanze del mercato editoriale, perché così posso tenermi gli schemi a maglia tutti insieme e passare dall’uno all’altro senza foglietti sparsi. Ma soprattutto perché a casa nostra non c’è più spazio, anche per i libri. Ne abbiamo già tanti.

La mia nonna contadina avrebbe detto troppi.

E proprio perché il libro, come oggetto fisico, ci piace tanto, possiamo ora tenere quelli più belli, quelli con illustrazioni e rilegature curate, quelli con una bella carta da sfogliare, quelli che hanno dei ricordi tra le loro pagine, quelli da consultazione, ma fare anche un po’ di spazio all’aria. In generale vedo così la nostra futura casa, un po’ per ripiego un po’ per stile di vita, meno oggetti reali per casa, device più piccoli, tutto quanto può essere digitalizzato memorizzato in scatolotti di dimensioni contenute, elettrodomestici multifunzione, prestiti e scambi continui per possedere meno ma avere più varietà, consumo e non accumulo e spazio per le persone. E devo ammettere che mi sembra molto più ecologico (anche se assolutamente contrario ai miei sogni originali di felicità) avere una casa piccola (da vivere, da riscaldare, che occupa terreno coltivabile, che in generale sfrutta meno risorse) che una casa più grande necessaria perché ingombra di oggetti, anche se si tratta di libri. Mi riempio spesso gli occhi di quelle case giapponesi che sembrano vuote di tutto, e mi dico che devo capire il loro segreto e portarlo qui nel mio appartamento di 65 metri quadri al terzo piano. Si, lo so, Esopo e le sue volpi avrebbero da dire e infatti la mia casa la sento piccola comunque, per quattro persone e un ufficio casalingo, ma almeno così posso ridurre il mio desiderio di spazio futuro.

Tornando all’argomento del post, l’unica cosa negativa che trovo in questo nuovo strumento, è che al momento gli ebook di libri recenti costano circa come gli hardcover, e non mi pare giusto. Ma per fortuna si tratta dei testi moderni, e io invece sono cresciuta a base di ‘800, e Dickens e Balzac costano pochi euro o nulla.

Per infilare in kindle in borsetta però ci voleva almeno un vestitino. Nella foto potete vedere quello che gli ho imbastito in 5 minuti 5. Il feltro è ricavato da una maglia mezzo infeltrita per sbaglio che ho finito di infeltrire facendole fare un ciclo a temperatura più alta in compagnia di jeans e indumenti pesanti con centrifuga finale. Ne ho tagliato un rettangolo irregolare e l’ho cucito molto grossolanamente con un cordoncino rosso da ricamo, lasciando i nodi a vista e non facendo espressamente la minima attenzione alla regolarità dei punti, che tanto in così poco tempo non avrei potuto garantire. In attesa di farne uno più preciso e più carino, questa è una soluzione pratica e a costo zero che ho immediatamente utilizzato.

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La mia casa è un monastero

Scrivo questo post su un impulso. Non intendo parlare di politica, società e morale e compagnia. Dico solo al volo una impressione forte che ho stamattina, rimettendomi al lavoro dopo aver scorso i titoli dei giornali on line. Per scrollarmeli da dosso.

Inutile lamentarsi, parlare di crisi, declino, decadenza, caduta. Almeno, inutile per me. Vivo questo periodo chiusa nel mio monastero, a copiare testi ed abbellire codici, a coltivare il mio orto di semplici e a offrire rifugio alla mia anima tormentata e alle altre. Firmo quando devo firmare, scelgo quando devo scegliere. Mi scrivo la mia regola di laico consacrato alla semplicità e alla ricerca e mi ci attengo, perché una regola ci vuole. Fuori combattono città contro città, papato e impero, e forse non mi accorgerò dell’umanesimo che arriva dai comuni e a cui servirà la tradizione dimenticata. Conserverò i romanzi dell’800 e il lavoro a maglia, le conversazioni on line e gli acquisti collettivi, le ricette coi cavoli e la musica barocca, la teoria del lavoro e della preghiera e la pratica. Non so che fa la televisione, non conosco i volti noti ai più. Indosso il mio saio a grana di riso e annaffio la lavanda sul davanzale, ascolto Bach, scrivo codice in java e compilo burocrazia, e cerco un testo sacro da leggere al mattino al posto dei giornali, che mi parli di responsabilità e del bene e del male.

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Struffoli (cappello e sciarpa-cravatta)

E siccome a fare dei polsini e una balza non si usa la lana di tutto un gilet, ecco il cappello e la sciarpa cravatta struffolosi.

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Il fiore sul cappello è fatto con un filato irregolare con gli stessi colori di quello struffoloso con cui avevo fatto i bordi del gilet originale. Non ho la caterinetta per cui ho fatto l’i-cord ai ferri come avevo letto tempo fa da Beadsandtricks (grazie Alessia!) e anche tratto ispirazione per il fiore, che però al centro ha una pallina struffolosa.

La sciarpa-cravatta è fatta prima costruendo un piccolo cilindro con i ferri circolare, poi riprendendo una doppia fila di maglie su un lato e proseguendo con i ferri circolari in modo da fare una specie di lungo tubo con un cappio all’inizio. Sul finale raddoppiare di colpo le maglie e poi diminuirle dimezzandole ad ogni giro per fare la pallina terminale e fermare così la cravatta.

Ah, e quelle sono le piastrelle e lo specchio del mio bagno, in mancanza di fotografi terzi.

Ok, è un po’ estroso, ma è caldissimo e poi chi ammetterebbe di non avere abbastanza personalità per portarlo? Io no di certo!

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Savarin al calvados ovvero il babà con il buco

Ho la fortuna di avere una suocera che è un’ottima cuoca. In più, è napoletana. In più, io sono curiosa e vedo solo il positivo di imparare da una che se ne intende una cucina che conoscevo pochissimo. In più, fa un babà spettacolare. In più, è una persona pratica dal punto di vista culinario, per cui quando, ottenuta la ricetta, mi sono lamentata di non avere lo stampo, mi ha detto “E tu fallo in quello a ciambella e chiamalo savarin!”.  Siccome io, nonostante le mie ascendenze d’oltralpe, non avevo mai fatto un savarin, non ci ero arrivata. Per farmi perdonare dalla mia metà francese, non avevo il rum e ho usato il calvados.  Poi ho usato meno lievito e aumentato i tempi, messo la buccia di arancia perché non avevo limone e usato lo zucchero integrale di canna. Questo è il risultato, che ci ha deliziati durante il Recycle Christmas Waste Party.

Savarin al Calvados

Ingredienti:

3 uova, 180 gr di farina, 65 gr di burro, 1/2 bicchierino di latte, 1 cucchiaio di zucchero di canna, 1 pizzico di sale, 8 gr di lievito di birra, la buccia grattugiata di un 1/2 arancio, la buccia in pezzi dell’altro mezzo arancio, 400 gr di zucchero, 1 bicchiere di calvados, panna da montare con due cucchiai di zucchero a velo per guarnire.

Preparazione:

Sciogliere il lievito in un dito di latte. Lavorare il burro con la frusta elettrica per una decina di minuti, aggiungere le uova, il latte con il lievito, lo zucchero, la farina setacciata e la buccia grattugiata di arancio. Sbattere con la frusta a lungo, direi circa 30 minuti.

Lasciar lievitare l’impasto coperto nella ciotola per un’ora e 30, poi versarlo nel recipiente a ciambella precedentemente imburrato e lasciar lievitare altre due ore. L’impasto deve almeno raddoppiare.

Nel frattempo mettere sul fuoco una pentola non coperta con 1/2 litro d’acqua, 400 gr di zucchero di canna, la buccia a pezzi di arancia e far bollire fino ad ottenere uno sciroppo. Lasciar raffreddare e aggiungere un bicchiere abbondante di calvados. Versare in una ciotola più ampia dello stampo del savarin.

Infornare l’impasto in forno già caldo a 180° per circa mezz’ora (prova stecchino). Appena sfornato metterlo nella ciotola con la bagna, in modo che la assorba immediatamente. Se necessario, versare la bagna non assorbita sopra il savarin con un cucchiaio per bagnarlo completamente.

Rovesciare sul piatto di portata. Volendo lucidare con marmellata di albicocche diluita, ma io non l’ho fatto. Lasciar raffreddare e guarnire con panna montata.

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Struffoli (miniabito)

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Natale è passato ma, non essendo quest’anno stati a Napoli a casa del Partenopeo, io di struffoli non ne ho mangiati. Il Partenopeo non li fa perché non gli piacciono e io non volevo passare le vacanze con una ciambella di palline fritte intinte nel miele che mi chiamava dalla dispensa. Ma qualcosa di struffoloso è comunque venuto fuori in quel periodo, facendo accoppiare una maglia misto cachemire dalle proporzioni poco donanti e una specie di gilet da pecorella che avevo fatto negli anni ’90 con un filato che andava di moda allora. Disfatto il gilet e usato per allungare e rendere frivolissima la seria maglia sottogiacca rosa tenue. Così gli struffoli me li porto addosso, a zero calorie.

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Riciclo mondano

Che non significa che bisogna riciclare le proprie conoscenze ma che utilizzare il tema di riciclo in occasioni sociali può essere divertente.

Ieri abbiamo concluso le nostre feste natalizie. Da due anni, dopo la Befana, organizziamo la festa del riciclo natalizio o, per dirla internazionale, il Recycle Christmas Waste Party.

Ci ritroviamo con alcuni amici per scambiarci i regali meno indovinati dell’anno ed esaurire le scorte di panettoni e cioccolatini, secondo questa formula (copio incollo dall’invito ufficiale):

Spero che tutti abbiate messo meticolosamente da parte ogni regalo non azzeccato abbiate ricevuto per questo Natale.
E’ giunto il momento di condividerli, secondo queste regole:

  • La prima regola è che non importa portare un regalo. Soprattutto non comprate nulla se non lo avete! Il tema del party è il riciclo, non l’acquisto di nuova spazzatura!
  • Non deve essere per forza un oggetto ricevuto a Natale, valgono anche altri regali che vi hanno fatto in altre circostanze.
  • Impacchettateli con materiale rigorosamente riciclato e anonimo. Per i regali senza pacchetto o incartati con materiale evidentemente nuovo vi sarà fornito materiale per riconfezionarli lì per lì.
  • Non è necessario tenere i regali estratti. Si possono a propria volta riciclare come regali ad altre persone, complice il fatto che hanno cambiato giro e non rischiate di essere traditi, donare alla pesca di beneficenza della parrocchia, destinare ad uso improprio (reggilibri, pareggiatori di tavoli, combustibile per camino).
  • Non è necessario portare un unico regalo. Se la fortuna vi ha beneficiato di più di un regalo non azzeccato, potete cogliere l’occasione di rimetterli in circolo tutti insieme.
  • Il valore dell’oggetto può essere qualsiasi, da nullo a elevato. L’importante è che proprio non sia di vostro gusto, non sappiate che cosa farvene, sia sbagliato per qualche motivo.
  • Ovviamente non valgono regali che sono già spazzatura, oggetti rotti o vecchi, per quelli c’è il riciclo creativo e l’isola ecologica.

I pacchetti anonimi vengono numerati e messi in un cesto, poi si procede all’estrazione, in genere la fase più divertente. Tutto accompagnato da un buon tè e pasticcini. Alla fine c’è una fase di scambio, molto proficua anche per cominciare a prepararsi ai regali dell’anno prossimo: “Mi cedi l’angioletto di cristallo? E’ perfetto per la zia Lina.”, “Mio cugino è tifoso di quella squadra, non è che mi daresti il guanto da forno siglato?”, “Io quel film non l’ho visto, davvero ce l’avevi già?”, etc.

E si comincia Gennaio più leggeri o almeno avendo variato l’inutilità del regalo inutile, e avendoci fatto sopra due risate e una chiacchierata, che già ne aumenta il valore. E il prossimo Natale accoglierete ogni regalo sbagliato con un sorriso perché già saprete come utilizzarlo.

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Epifanie

Oggi si teneva un presepio vivente nella mia parrocchia, con l’avvento dei Re Magi che avrebbero portato doni ai bambini presenti. Ci siamo recati anche noi. Era dentro la chiesa ma in prima fila, ad attendere l’arrivo dei volontari in costume che dovevano sostenere la parte, non c’erano solo bambini. Io e il mio bimbo grande eravamo un po’ indietro, in quello spazio che permette di non spintonare e non essere spintonati, davanti a me c’erano due vecchiette che allungavano il collo grinzoso, e proprio mentre mi chiedevo ragionevolmente perché non facessero passare avanti i più piccoli mi sono ritrovata le guance bagnate di lacrime. Non capivo perché ma quel gesto mi ha provocato una reazione poco comune. Penso di aver colto qualcosa di forte nell’egoismo e nell’attesa di quelle due donne, qualcosa di selvaggio, che commuoveva. Se devo dare una spiegazione, rovinando l’indefinitezza di quello che ho sentito, penso che quell’amore per la finzione semplice e popolare di quelle vecchie mi deve essere sembrato così vitale, così stranamente genuino nell’era dei social network che ho passato la successiva mezz’ora a lavarmi via il trucco con un pianto continuo.

Non so perché ho cominciato questo post raccontandovi questa impressione forte ma forse lo posso collegare al fatto che nella mia vita ci sono stati piccoli, banali fatti quotidiani che mi hanno fatto cambiare totalmente prospettiva sulle cose. Oggi approfitto del fatto che nessuno è obbligato a leggere per raccontarvene uno davvero insulso perché riguarda gli argomenti trattati in questo blog.

Quando dico banale intendo banale sul serio. Sentite qua. Da adolescente non avevo una gran paghetta, e mentre me la sarei spesa volentieri in profumeria e altri beni voluttuari, siccome ero una ragazzina assennata ci compravo libri e giornali che mi sembravano un miglior investimento. Le mie poche incursioni tra creme e trucchi d’alto bordo erano delle vere esperienze sensoriali e sociali e quando oltre all’aspirato prodotto la commessa faceva scivolare nella busta rigida una manciata di campioncini, ero davvero grata.

Questi campioncini li tenevo in una scatola speciale, a fiori. Erano di profumi che non mi potevo permettere, di creme costose, di schiume da bagno principesche. Le tenevo lì, in attesa di una vera occasione per usarle. E le dimenticavo. A volte ne usavo qualcuna, a volte le dovevo buttare. Ma in genere conservavo il mio tesoro in attesa del momento giusto.

Un giorno, avevo superato i 20 anni, ho deciso di usarli tutti, a spron battuto. Volevo utilizzare la scatola per altro, e ormai qualche acquisto in più me lo potevo permettere, quindi perché non usarli per capire cosa avrei davvero desiderato possedere? Li ho trovati tutti secchi, se ne sono salvati pochissimi. Aprivo quelle microboccette di profumo esausto e pensavo a tutte le volte che avrei potuto usarne qualche goccia e non l’avevo fatto. Avevo accumulato e mai consumato.

Ora in profumeria non ci vado praticamente più, compro per la maggior parte prodotti naturali on line e qualcosa autoproduco, quindi non è certo quell’aspetto che rimpiango. Ma per me quell’episodio segna il momento in cui ho capito che non ci sarebbe stato un dopo se io non usavo quanto mi serviva per vivere la mia vita ora, senza attendere “l’occasione”.

Per questo di recente, quando una blogger che seguo da anni e che mi piace da morire anche per un suo strano snobismo estetico gentile, educato ed estremamente civile, ha finalmente espresso un concetto che sentivo mio da tempo, cioè che in realtà si sta migrando da una stagione di accumulo ad una di reale consumo di quanto abbiamo, ho ripensato a quei campioncini mai usati.

E dato che è tardi e che le altre cose che volevo scrivervi oggi non le scriverò, come ringraziamento per aver letto la mia insulsa storiella vi rimando direttamente ai consigli di Robba per uno stile di vita meno “dispersivo” e vi auguro buona Epifania, qualunque sia.

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Angelico

Correva l’anno 1993, oppure il 1994, non ricordo esattamente. Preparavo Fisica II, oppure Meccanica Razionale. Di sicuro portavo i fermagli con gli strass nei capelli gonfi e ricci, chiamavo fuseaux i leggings e scarpe da tennis le sneakers e avevo più scarpe con tacco cilindrico che ballerine. E da un sacchetto di mohair in offerta, 12 gomitoli allineati in una busta di plastica, non ricordo la marca, ho cominciato a lavorare un punto pizzo elaborato e, come Tita in Come l’acqua per il cioccolato, ho continuato e continuato.

Il modello è davvero semplice, due quadrati a punto pizzo per il davanti e il dietro, due trapezi isoscele per le maniche, cuciture e per i bordi due giri a legaccio. Lo schema del punto l’ho preso da una vecchissima raccolta di punti a maglia che apparteneva alla mia nonna francese. Per quanto è semplice e sovradimensionata la linea è articolato il punto utilizzato e se un senso ha questo capo è in questo contrasto. Se fossi una persona seria lo nominerei “Angel dress” ma dato che non lo sono lo chiamo “La tovaglia delle feste”. Il rischio indossandolo in periodo natalizio è equivalente: o ti verranno appiccicate due ali di stagnola e sarai arruolata nel primo presente vivente che incrocerai oppure verrai apparecchiata di bicchieri a stelo lungo e piatti di ceramica con il filo d’oro in attesa di ricevere la zuppiera della nonna ripiena di tortellini.

Dopo averlo usato e usato, non l’ho indossato per almeno 10 anni e l’ho ritrovato quest’autunno, facendo shopping nel mio armadio. E’ fuori tempo e fuori moda e appena l’ho guardato ho pensato: questo è perfetto per l’ultimo dell’anno. L’avremmo passato con i soliti amici molto nerd e un po’ bohémiens, borghesizzati quel minimo che si confà all’età, in una casa in campagna in cui una delle coppie storiche si è appena trasferita, con veranda, camino e le stelle ben visibili nel cielo fuori dalle finestre.

A volte si indossano dei vestiti. Ieri, per dire addio al 2010, anno controverso, e inaugurare il nuovo anno mi sono messa un pezzo della mia giovinezza, un ricordo di mia nonna, uno schema antico, un capo fatto a mano, intrecci ai ferri, passione, qualcosa di eccessivo, caldo e avvolgente, del pizzo, della lana, del bianco. E no, niente di rosso.

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