Archive for February, 2011

Serendipità e sedanorapità (vellutata di sedanorapa)

Mi rendo conto. Il titolo. Ci sono blog che hanno chiuso per molto meno. Ma sono qui che mi destreggio acrobaticamente tra impegni di lavoro e lavatrici da stendere e questa vellutata è da segnare da una vita, il blog langue, e poi illustra uno dei lati belli del web. Il che non scusa il titolo ma lo spiega. Sicuramente c’è una spiegazione sociologica ma mi capita di continuo di trovare in qualche blog quello che mi serve ma non so di star cercando. Come è successo quando, tra le ultime cassette del GAS (ora siamo in pausa in attesa della primavera, peccato), mi si è presentata davanti una verdura assai brutta e assai strana, una di quelle che le vedi e ti chiedi “Ma ci hanno mai presentato, a noi?”, insomma, un’illustre sconosciuta. Scopro poi che trattasi di sedanorapa, e già il nome preoccupa, perché io non ho mai incontrato una ricetta che preveda insieme sedani e rape, tantomeno sedanirapa (o sedanirape? o sedanorape?). Lo adagio con cautela in frigo, in attesa di decidere la sua sorte, e intanto cucino un più classico cavolo verza. Ma rileggendo un po’ di blog in arretrato, chi non mi tira fuori il sedano rapa se non addirittura la cucina di calycanthus? Insomma, mica gli ultimi arrivati. Prendo nota, mi ispiro, riduco  e modifico con quanto ho in casa: per la mia versione molto casalinga niente gorgonzola ma scaglie di parmigiano. Ed è stata una scoperta davvero entusiasmante, perché questo tubero bitorzoluto è delizioso, un cibo prelibato, e questa vellutata è un vero piatto esotico a km 0.

Vellutata di sedanorapa

Ingredienti (per due persone):

1 sedano rapa, 1 grossa patata, 1 spicchio di aglio “vestito”, mezzo bicchiere di latte, sale, pepe, scaglie di parmigiano e crostini.

Preparazione:

Tagliare velocemente a pezzettini il sedano rapa e la patata. Nel mentre, soffriggere l’aglio in qualche cucchiaio d’olio, levarlo dal fuoco, versare le verdure e insaporire mescolando finché i tuberi non cominciano ad ammorbidirsi. Aggiungere poca acqua o brodo (io ne scaldo 3 dita in un pentolino vicino), coprire. Se i pezzi sono sufficientemente piccoli dovrebbero bastare una decina di minuti dalla ripresa del bollore. Non so le proprietà del sedano rapa, ma in genere non cuocere troppo a lungo le verdure è meglio, quindi pezzi piccolini e non stracuocere. Aggiungere il latte, frullare, rimettere un attimo sul fuoco ad addensare. Sale e pepe e servire con scaglie di parmigiano e crostini.

No, la foto non la metto. Non l’ho fatta e visto che cito il Calycanthus con quelle foto spettacolari, mi vergognerei pure tanto. Ma la vellutata è davvero buona quindi per quella mi arrischio, non fosse altro per il racconto della bella scoperta fatta.

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Profumi su profumi

Io l’ho fatto per anni, nascondendomi quasi. L’avevo confidato ad un paio di amiche, che mi avevano guardato con orrore. Eppure non mi sembrava così terribile. Sarà che la mia memoria olfattiva è di tanto minore di quella uditiva e quando da adolescente tutte le mie amiche portavano Lou Lou io non riuscivo a rendermi conto che fosse lo stesso profumo, mi pareva ogni volta diverso, abbinato al jeans e alla voce roca o al ciuffo cotonato e allo jacquard nero e blu. Insomma, sono tutt’altro che un’intenditrice, e infatti dalla prima gravidanza un profumo mio non ce l’ho più. Mi dava fastidio allora, poi ho allattato e preferivo non confondere i miei bimbi con odori diversi da quello della pelle pulita, e alla fine non ho più ripreso, mi sono disabituata.
Ma oggi mia mamma mi porta un numero di Elle France di Gennaio che una signora dei Café Bibliothèque mensili a cui prende parte le aveva lasciato. E lì leggo un articolo in cui si rivela che, udite udite, mescolare i profumi, uno sull’altro, Paris con Roma, Poison e Opium, è in auge, dimostra personalità e non è un delitto contro il naso che l’ha creato come mi avevano detto.
E nel mio piccolo io lo facevo a 15 anni, quando mi inondavo di Ô di Lancôme, di cui mi avevano regalato una confezione enorme, e la correggevo con il dopobarba Armani di mio padre per darle un che di speziato, di più adulto. E ho continuato mescolando sulla pelle campioncini e acque dell’Erbolario, oli essenziali e regali inadatti, perché tanto non ne capivo niente e quindi mi sentivo libera di sfidare l’ortodossia. Ma ora che Elle France l’ha sdoganato, faccio peggio e ammetto di non usare profumi specifici. Immagino di sapere di me, di amido di riso, di acqua, di sapone biologico, di shampoo, di olio essenziale di tea tree che metto nella lavatrice, delle arance che pelo per seccarne la buccia e delle piccole saponette che infilo tra la biancheria. Almeno lo spero, altrimenti avvertitemi e sceglietemi un buon profumo, che io non ne sono capace. O anche due o tre, visto che ora si può.

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San Valentino

Non riesco a non vedere tutto il viavai sanvalentinese che come uno scambio di futuri rifiuti. Non ho praticamente mai festeggiato San Valentino, mai scritto un biglietto a cuore, mai neanche inserito un cuore nei miei maglioni. Eppure ci vorrebbe un po’ di San Valentino in un blog che si spaccia per buonista, ci vorrebbe qualche rituale che un po’ è falso ma un po’ è anche vero, ci vorrebbe qualche “ti voglio bene” scritto qua e là.

Normalmente a cavallo di San Valentino effettuo il versamento per l’adozione a distanza che abbiamo fatto quando ci siamo sposati. E invio un bacio con due dita alla schermata del bonifico. Perfettamente riciclabile. Egoisticamente mi solleva dalla sensazione di mia aridità e straniamento che mi provoca vedere gente sorridente entrare nei negozi e comprare cuore e amore.

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Buonismo da informatici: Java e la mancanza di distruttori

Ho una laurea in matematica e di mestiere faccio/facevo l’analista programmatore. Che a dirlo sembra sempre che metti un computer su un lettino, ti fai raccontare i suoi sogni e poi gli riprogrammi la vita. Se volete, sul biglietto da visita ho avuto anche software engineer e software analyst. Ma sempre la stessa zuppa è.

Ho sviluppato per 14 anni in C++. Il quale, se non lo sapete, e dato che chi passa di qui normalmente si interessa di schemi a maglia e ricette e può darsi che sia un ingegnere nucleare o un artista di avanguardia ma non è detto che sia un informatico, è più o meno questo: un linguaggio object oriented, il che vuol dire che tu invece di fare tutte le cose in sequenza costruisci dei robi che fanno e rifanno le cose per te ma hanno anche una loro personalità, che vivono, che si interfacciano, che fanno cose. Insomma, non fai solo cose, ma fai robi che fanno cose, o che contengono altri robi, o fanno da faccia con altri robi. E si relazionano fra loro. Vi assicuro che è molto divertente.

Questi robi li costruisci e li distruggi con i loro costruttori e i loro distruttori. Ho fatto cose turche con i distruttori. O meglio, ho copiato cose turche fatte con i distruttori. Non mi sarebbe personalmente mai venuto in mente che con un distruttore si potesse fare cose diverse dal distruggere l’oggetto in questione, invece si fanno. E io le ho copiate e mi è piaciuto.

Solo che ora, per motivi poco attinenti al mio caro lavoro cassa-integrato corrente, il C++ non lo uso e sto provando a mettere insieme qualcosa in Java. Che ha sì i costruttori. Ma nessun distruttore. E a volte mi mancano. Sta di fatto che programmare in java mi sta cambiando la testa. Niente distruttori, ci pensa il linguaggio. Tu pensa solo a costruire. Le cose muoiono da sole, poi ci pensa il garbage collector a far pulizia.  Il garbage collector, come dice la parola, raccoglie i residui inutili. Inutile preoccuparsi della fine di ogni lavoro, di collaborazioni ormai stantie, di opportunità aperte ma subito chiuse. Pensa a costruire. E tieni un garbage collector a portata di mano.

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