Archive for September, 2011

Di lui e di lei (custodie a maglia per kindle)

Spesso e volentieri non pubblico post per giorni, a volte anche per settimane, perché ho un’idea precisa in mente di qualcosa che voglio mostrare e, incurante delle altre bozze e delle altre foto che languono in attesa d’ispirazione, aspetto di avere il tempo e la voglia di fare la foto allegata alla mia spiegazione. Io non sono molto brava a fare le foto, e poi ci vuole luce e tranquillità, e spesso nei momenti in cui c’è luce e tranquillità a casa mia io lavoro indefessamente e al blog penso poco. Poi quando mi viene voglia, non ho la foto, e rimando. Quello che ha analizzato la Procrastinazione Strutturata ha appena vinto un igNobel, e questa cosa mi fa un po’ di stizza perché io la stavo già mettendo sotto studio da tempo.

Questo preambolo per rassicurarvi che non ho smesso di fare a maglia. Eravate preoccupati, eh? Ma ho un po’ procrastinato il fare le foto dei miei lavoretti, perché di lavoretti si tratta, mentre c’è un lavorettone che avanza pian piano. E’ sempre l’Adrift, che ho scelto di fare in un filato sottilissimo, un adrift oversize, avvolgente, con le maniche lunghe. Un’eternità blu a maglia rasata in pratica.

Per spezzare ho provato a inventarmi qualcosa per sperimentare delle nuove tecniche viste qua e là. Tempo fa avevo visto la custodia dell’iphone realizzata da Tzugumi e me l’ero appuntata per adattarla per il kindle. Poi sono andata a sentimento, senza schemi predefiniti,  ma devo a lei e al pattern da lei scelto la prima ispirazione e l’idea dei ricami a punto catenella.

Poi ho raccolto un po’ di lana dell’adrift (vedete la rocca in foto? farò maglioni blu per tutto l’inverno), un avanzo di cotone rosa del mio Azzu (ah, non l’ho mai fotografato?  ma guarda), ho applicato il magic cast on per realizzarlo in un solo pezzo, aggiunto qualche ajour e due giri a legaccio alla fine e un alberello propiziatorio per decorare.

Visto il mio, anche il Partenopeo ha cominciato a pensare che una custodia analoga declinata al maschile non sarebbe stata una cattiva idea. In quel momento c’era anche da rivedere uno dei punti che avevo fatto per un pattern per Unite Contro il Cancro,di cui potete vedere qui il risultato delizioso del testing di Tibisay, e quindi ho pensato di riprodurlo passo a passo seguendo le istruzioni che io stessa avevo scritto mesi prima per ricontrollarne gli errori.

L’avanzo di lana utilizzato è un resto di gomitolo lasciato dalla realizzazione del cappellino di Totoro e il montaggio delle maglie è stato fatto con il magic cast on a rovescio e rigirando poi le 4 + 4 maglie a diritto perché non sapevo bene come fare a montarle cambiando verso. Ora i kindle a casa mia sono finiti mentre i resti di gomitoli continuano ad occupare spazio ma se l’adrift continua ad annoiarmi troppo sarà il caso che mi inventi qualcos’altro di breve realizzazione e facile trasporto per variare. Suggerimenti per una povera tricoteuse in crisi?

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Salviette struccanti lavabili

C’è un karma contenuto nell’aver imposto ai tuoi figli i pannolini lavabili fino allo spannolinamento e consiste nel fatto che, fossanche solo per una questione di immagine, poi ti tocca ripensare a tutto quello che usi nel quotidiano e getti inesorabilmente nella spazzatura appena utilizzato. Tipo i dischetti di cotone, tipo gli assorbenti, tipo i tovaglioli di carta, tipo la carta da cucina. E senti una vocina, una vocina molto simile a quelle che hanno commentato compassionevolmente la tua scelta dei pannolini lavabili (“Ma poi stanno a contatto con la pipì? Ma come fai ad igienizzarli? Ma li tieni sporchi finché non li lavi? Ma sottrai tempo ai tuoi figli per fare lavatrici?”) che aggiunge “Tanto parlare di riduzione quando si tratta degli altri e poi…”
A causa di questo karma ho cominciato ad usare la mooncup e prima o poi ci farò un post perché davvero cambia la vita, a causa di questo karma ho comprato un set di 12 di tovaglioli in cotone lucido blu scuro, così non si vedono le macchie che a volte rimangono anche dopo il lavaggio, che usiamo per apparecchiare con tutte le nostre tovaglie (che sono  in fantasia sul blu, notate la finezza), a causa di questo karma infilo nella borsa e doto i bambini di eleganti fazzoletti di tessuto per il naso, a causa di questo karma ho “gli strofinacci da pulizia” che mi sostituiscono la carta casa per la maggior parte degli usi.

E a causa di questo karma un paio di anni fa ho ritagliato alcuni inserti di pure cotone bio dei pannolini dei miei bambini, visto che ora non ne hanno più bisogno, e li uso per struccarmi la sera. Perché qui non amiamo la vita semplice al punto di uscire in tutta semplicità e l’acqua e sapone sul viso la sera non va poi così bene. So che ci sono dischetti struccanti lavabili più morbidi e carini dei miei, e chi vuole dotarsene non ha che da fare una rapida ricerca su internet, ma ormai ho questi e me li uso. Non voglio prendermi il merito dell’autoproduzione, li ho fatti rifinire a mia mamma che ama fare i piccoli lavoretti di cucito la sera di fronte alla tv, ma non credo ci sia niente di sbagliato nel comprarli.Vanno in qualunque lavatrice di biancheria, senza neanche aggiungere volume, è veramente una differenza minima nella routine e la vocina si è chetata e non mi disturba più durante lo strucco serale. E devo dire che nel cestino di rattan sono più carini da vedere del tubo di dischetti di cotone.

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Té in acqua fredda

La bevanda dell’estate. Un té freddo non zuccherato, aromatico, per niente tannico.  Non so voi, ma io ero abituata a fare il té freddo scaldando molta acqua, mettendo una bustina di té in infusione per un tempo limitato perché venisse poco carico, zuccherando, aggiungendo eventualmente succo di limone o di pesca e lasciando raffreddare, prima  su una mensola, poi in frigo.

Per cui il té freddo non lo facevo mai.

Però a Montréal d’Estate fa caldo. E mia cognata, che lì vive, si è fermata in una giornata particolarmente afosa al negozio della Kusmi, quello stesso in cui ho lasciato quasi tutto il budget souvenir lo scorso anno, per bersi un bicchiere del loro buonissimo té freddo. Chiacchierando chiacchierando la commessa le ha spiegato che quel té loro lo preparavano la sera prima, aggiungendo un cucchiaio di té aromatizzato ad una caraffa d’acqua a temperatura ambiente, poi lo mettevano in frigo e il giorno dopo era pronto. Mia cognata ci ha provato ed è rimasta entusiasta del risultato. Il té sprigiona perfettamente l’aroma senza alcun retrogusto amaro. Ce l’ha confidato, noi ci abbiamo provato e siamo rimasti altrettanto entusiasti. Per tutta l’estate abbiamo bevuto il té così, senza aggiungerci nient’altro da quanto era buono.

Forse sarà la scoperta dell’acqua calda, anzi, fredda e solo io facevo tutta quella fatica per un risultato mediocre. Se invece anche a voi nessuno aveva rivelato quest’espediente, vale la pena di approfittare delle ultime giornate calde per provare a vedere se l’entusiasmo si propaga.

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In casa mia vedo….

La prima impressione che ho avuto tornando dalle vacanze lavorative e mettendo piedi in casa mia dopo circa due mesi è di come fosse piccina. La seconda è stata, per fortuna, di come mi sentissi riaccolta, di come, in fondo, mi piacesse quel piccolo appartamento.

Casa mia sono 64 metri quadri per quattro persone che in casa ci vivono, grazie, ci cucinano, ci leggono, ci giocano, ci dormono, ci organizzano cene e feste, ci si rilassano e ci lavorano pure. Per starci dentro senza starci troppo addosso abbiamo provato a ridurre l’accumulo e possedere cose che realmente “consumiamo” ma oggettivamente, spazio vitale a parte, il nostro bagaglio di ricchezza è contenuto tutto qui, e mi stavo chiedendo quanto tutto quello che possedevamo fosse realmente necessario.

Con questo pensiero che mi frullava in testa da una settimana, oggi ho fatto un giro per la casa e ho guardato con occhi critici come se si trattasse di un contenitore e dovessi analizzarne il contenuto e ho segnato alcune categorie di oggetti che sembrano prendere prepotentemente il possesso di mobili e pareti. E sono:

  • libri: i libri sono terribili. Ne lasci due su un comodino e ti diventano 3/5/8/13. E senza dargli da mangiare dopo la mezzanotte. Ne abbiamo messo scatoloni in cantina, per liberare spazio, ma rimangono padroni di vasta parte delle pareti. L’idea era di donarne una parte alle biblioteche locali, ma separarsi da libri letti o, ancora peggio, ancora non letti, per me è traumatico. Anche se Sala Borsa e kindle hanno fortemente diminuito la prolificità dei suddetti oggetti negli ultimi anni.
  • cd musicali. Vale un po’ quanto detto per i libri, con in più l’aggravante che li ascoltiamo poco ultimamente, troppa fatica sceglierne uno sperando che non incorra nel veto di un infante già troppo deciso nei suoi gusti musicali. E poi tra lettori mp3 e streaming è più facile fruire di musica e radio senza supporto. Alla fine spesso il loro compito, come quello dei libri, si riduce a mostrare a chi entra cosa ci piace, lanciare un’argomento di conversazione, oltre che a circondarci di oggetti che abbiano un’aura famigliare, non prosaica, dai ricordi gradevoli.
  • abiti. Ma non si fa una selezione sugli abiti quando si fa ginnastica per tornare simili a come si era prima della gravidanza, vero?
  • scarpe. Questa cosa mi fa strippare. Sono nella scarpiera, occupano l’armadio, sotto il letto, e qualcuna anche in cantina. Odio dire che ho troppe scarpe, fa molto fashion addicted e  io non lo sono, non c’entro nulla neanche con Sex and the City, non mi sono mai indebitata per comprare delle manolo’s e gli stilettos non li metto che si incastrano nei sanpietrini. Sembra davvero una posa, uno di quei difetti che in fondo sbandieri perché ti danno un tono e invece è la verità:  forse delle ultime ballerine beige a pois bianchi e dei sandali argentati con zeppa non avevo del tutto bisogno.
  • giochi da tavolo. Quello è il campo del Partenopeo che ha i suoi modi per ottimizzare che andrebbero pubblicati su riviste scientifiche.
  • elettrodomestici per la cucina. No. Quelli non si toccano. Se no addio autoproduzione di qualsiasi genere, la poesia dell’impastare a mano mi manca del tutto.
  • giochi e libri dei bimbi. Sono oggetto di repulisti costante, ma non basta. Ci sono quegli attentatori allo spazio casalingo che si chiamano nonni, zii, lontani parenti, amici. Ci si deve convivere, compensa che anche a mamma e papà piace ogni tanto avere nuovi pezzi di Lego e Playmobil con cui giocare.
  • Lana, rocche e gomitoli, pizzi a chiacchierino mai terminati, scampoli di tessuto, ferri, aghi e portaaghi, fettucce, e bottoni, tanti bottoni che poi non servono quasi mai di quelle fogge che già possiedi, fiori di tessuto, vecchi foulard, cartamodelli, riviste di maglia, di cucito e di crafting.
  • Cancelleria. Carta da lettera. Buste. Biglietti e tutta quella roba ottocentesca lì.
  • Bottiglie di liquore. Ce ne sono 8 di bottiglie di superalcolici cominciate che stazionano lì da anni e anni. In genere io bevo solo un po’ di vino, il Partenopeo neanche quello e da quando ci sono i bimbi non le usiamo neanche per cucinare.

Poi tanto altro, ma questo è quello che mi ha colpito. Bisognerà che comincio a pensarci se vale la pena di aver comprato per tot euro al metro quadro per far fruire quello spazio ad oggetti inanimati che forse potrebbero avere altra destinazione e utilizzo. In altre case, o sempre qui, ma in maniera attiva, che servano, e che facciano parte del quotidiano.

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Bambini sull’autobus

Sulla montagna di cattive notizie economiche a livello mondiale, nazionale, regionale, comunale e personale è venuta a posarsi al nostro rientro una buona notizia arrivata per posta. Si tratta di un abbonamento gratuito per il Primogenito, di 5 anni, iniziativa del comune di Bologna.

Questo può cambiare positivamente una nostra cattiva abitudine dovuta all’eccessivo costo dei mezzi pubblici; muoversi in 3 (il Cadetto è ancora sotto il metro di altezza) in autobus su brevi percorsi era troppo costoso. Sia io che il Partenopeo usiamo preferibilmente l’autobus per spostarci in città di giorno e i bimbi sono abituati a prenderlo per arrivare ogni tanto in Sala Borsa, nelle gite del Sabato, e per loro fermare l’autobus, salire, timbrare il biglietto, suonare alla fermata è un divertimento. Ma, ad esempio, per far arrivare tutta la famiglia dai nonni, a due fermate del 13 di distanza, prendere l’autobus diventava proibitivo. Assurdo, vero? Conti di benzina alla mano, era più economico andare in garage, caricare i bimbi in macchina, legarli al seggiolino, uscire dal garage, immettersi da una strada laterale sulla trafficata via Emilia, fare 3 minuti di auto, 10 se c’è traffico e troviamo i semafori rossi, cercare parcheggio, scaricare i bimbi, arrivare dai nonni. Le fermate invece sono estremamente vicine alle case e l’autobus passa di frequente ed essendo verso il capolinea è spesso vuoto. Ma costa 3,60 (1,20+1,20+1,20)  euro all’andata e 3,60 (sempre 1,20+1,20+1,20) al ritorno, quindi 7,20 in totale, sempre che tu abbia l’accortezza di comprarlo a terra e non sul mezzo, dove il costo sale a 1,50 euro a viaggio a persona, quindi 9 auro in totale. Lasciamo perdere che con eventuali abbonamenti e citypass il prezzo possa calare, come in effetti succede, arrivando a poco meno di 5 euro, sempre caro per fare un paio di fermate rimane, non parliamo di quando il Cadetto raggiungerà le mitiche tre cifre di altezza e dovrà timbrare orgogliosamente anche lui il suo bigliettino.

Adesso invece la spesa diventa paragonabile a quella dell’auto e quindi, noi, prendiamo l’autobus. A me guidare non piace tantissimo, la seccatura di andare a prelevare la macchina in garage e di trovare parcheggio su brevi percorsi mi pare una gran seccatura. Purtroppo con i figli piccoli le possibilità di usare la bicicletta o di girare a piedi diminuiscono un po’, almeno per me che sono un po’ pigra. E prima dell’estate mi lamentavo molto di quanto costasse una piccola gita in autobus. Qualcuno mi ha ascoltato e se per caso passa di qui gli lascio la testimonianza che con noi l’incentivo ha funzionato. Ben fatto.

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