Archive for December, 2011

Leggera

Se vi capita di passare da casa mia oggi, vi regalo qualcosa. Abiti ormai larghi, libri già letti, tessuti, strofinacci che non si abbinano con la mia cucina, ebook, video di fitness, materiali per lavoretti che so che non farò mai. Cose vecchie forse ma amate e ancora in buono stato. Magari anche suggerimenti su come impiegare quanto vi dono, sul momento migliore di fare certe letture, su come mantenere bella quella maglia in pura lana. Le altre, le magliette sintetiche, elettrodomestici vecchi e poco usati, i giocattoli dei bambini andranno all’isola ecologica o nei sacchi per le donazioni. Quello che non riuscirò a regalare lo venderò. Voglio cominciare il nuovo anno più leggera, alla faccia della crisi e delle rinunce. Voglio cominciare il nuovo anno libera di quanto non mi serve veramente. E che magari può riempire un vuoto di qualcuno. Avrò tempo per riempire quegli spazi nel 2012, o di apprezzare l’assenza del superfluo. Buon 2012 leggero, vuoto e ottimista a tutti voi!

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Buon Natale!

E’ Natale e io vi regalo la perla di saggezza esageratamente buonista che ho elaborato oggi. Essere felici è uno dei regali più belli che puoi fare agli altri o almeno, che puoi fare a me. Le persone che intorno a me sono felici non hanno bisogno che mi preoccupi per loro e mi danno già qualcosa con la loro sostanziale serenità. Anche se parlano troppo, anche se accostano i colori in modo stravagante, anche se non fanno regali ma ne ricevono tanti, anche se si credono dio in terra, anche se vivono una vita sforacchiata, anche se puzzano perché stavano in compagnia di buoi e asinelli, anche se hanno vissuto vite che mi mettono in discussione. Grazie a tutte le persone felici e che si sforzano per esserlo, mi rendono i Natali più lieti e significativi.

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I pensierini natalizi

Siamo al 20 Dicembre e non ho ancora fatto neanche un accenno al Natale su questo blog. Non è che qui (anzi, qui e lì, in trasferta a casa del Partenopeo) non si facciano albero e presepe o non si festeggi. Si festeggia con tutti i crismi, compresa messa di Natale a Santa Chiara, cantando Tu scendi dalle stelle come all’asilo da bambina. Ma dei regali, del cenone, degli ospiti, sono pieni i blog, con splendide immagini festose e presentazioni luculliane, e io mi beo di rimirarli e mi sento sazia e senza nulla da aggiungere sull’argomento.

Fortunatamente questo blog è per sua natura erratico e sforacchiato e sopratutto, non essendo fortunatamente un lavoro, posso permettermi di non sentire il bisogno di dire la mia sugli argomenti di rito. Leggo, immagino, e ripenso a quanto poco mi sono stressata quest’anno con addobbi e regali.

Secondo me è capitato perché ho ormai accettato il rischio di apparire poco attenta, frettolosa, non del tutto educata, ripiena delle mie fissazioni e forse anche poco generosa. Ho ammesso a me stessa che il regalo perfetto è difficile, quasi impossibile da trovare per qualcuno che non sia un familiare stretto o un amico altrettanto stretto, e una volta accettata questa affermazione mi sono dedicata a cercare regali poco indovinati che per lo meno non fossero di peso ai destinatari.

Allora in controtendenza con i consigli degli acquisti che troverete in giro, vi spiego qui come fare regalini che non rimarranno in mente a nessuno per quanto banali e semplici sono, che spariranno dalla memoria dopo pochi giorni, che probabilmente saranno considerate cosarelle poco indovinate, che faranno capire quanto poco vi siete impegnati a scovarli ma che saranno lievi per l’offerente, il ricevente e l’ambiente circostante. Non si tratta qui di parlare dei regali sentiti e voluti alla mamma, ai figli, al marito, all’amica del cuore, ma dei cosiddetti pensierini, quelli che comunque è necessario distribuire a lontani parenti e amici e tenere pronti per ogni eventualità.

La mancanza di tempo, quest’anno, mi ha evitato di mescolare improbabili miscele festive di té, di imbarattolare marmellate di mele alle spezie, di sferruzzare copritazze e scaldacolli non particolarmente riusciti e/o apprezzati. E non posso certo biasimare nessuno di non esaltarsi per i miei regali economici e autoprodotti, visto che io mi esalto poco per ninnoli natalizi e angeliche candele profumate.

Sono nel tempo arrivata ad una serena rassegnazione a proposito del cosiddetto pensierino natalizio. Va fatto, ed è pure piacevole da donare e da ricevere, ma oramai viene da me deciso e spesso anche acquistato con mesi di anticipo, ed è un regalo leggero, quasi invisibile, che sparisce, che non ingombra, che non fa sentire in obbligo, che non lascia dietro rifiuti non riciclabili, che magari concede uno sfizio extra, se la mia capacità di scovare un oggetto comunque grazioso o piacevole mi aiuta.

Cerco di scegliere una merce che sia prima di tutto un regalo per chi lo commercia, magari a scopi benefici, e lo compro in serie. Deve essere un regalo utile, di preferenza alimentare o per la cura personale, biologico, dall’imballo riciclabile. Sto magari attenta alla presenza di possibili allergenici ed evito cibi grassi e dolciumi, a meno che non siano a lunghissima conservazione, perché tengo alla salute dei destinatari e vorrei evitare di scambiare la spazzatura esterna regalando cause di spazzatura interna. Deve essere un regalo economico, perché un regalo costoso rischia di portare dietro un debito di riconoscenza che appesantisce i rapporti, perderebbe leggerezza ed, essendo per sua natura un regalo comune e poco azzeccato ingenererebbe il pensiero “Che peccato! Tanti soldi spesi per una cosa di cui non avevo necessità e che magari non è perfettamente di mio gusto!”. Inoltre il regalo economico è l’unico che mi posso permettere, e naturalmente le mie speculazioni sul costo medio del pensierino andranno nella direzione di trovare più idoneo un regalo poco costoso piuttosto che uno molto costoso.

Si tratta di oggetti che prima o poi devono sparire dalle case dei destinatari evitando di divenire direttamente dei rifiuti: il regalino, a mio parere, deve essere per eccellenza un oggetto che “non resta”, che si consuma, che lascia spazio, dignitoso e piacevole. Questo per l’assolutamente egoistico motivo che i regali che faccio preferisco che piacciano anche a me e rientrino nei miei criteri estetici e morali e che questa è la tipologia di regalino a me più gradita. Regalatemi saponette, creme per il corpo in bottiglia di vetro, olio d’oliva aromatizzato, té, tavolette di cioccolato al 70% e tenetevi i gioielli, l’argenteria e i vasi di cristallo, mi farete felice.

Quest’anno ho acquistato tutto da un’associazione locale che reimpiega nel lavoro e la trasformazione dei prodotti della terra persone a rischio di integrazione segnalate dai servizi sociali. Sono prodotti un po’ rustici della tradizione bolognese, a buon prezzo, non lo nego, ma almeno so che qualcuno comunque questo Natale sarà grato per questo acquisto.

Lo so, alla fine arriverò alla cafonaggine di impacchettare bigliettini con donazioni a terzi, e sarò per sempre bandita dal circolo delle persone per bene. Voi che mi leggete, tenetevi liberi per i Natali futuri, così lo potrò passare con voi online scambiandoci immagini di torrone e di ghirlande, a costo zero e completamente riciclabili, costruendo con l’intero budget dei mancati pensierini natalizi case famiglia alle Filippine e scavando pozzi d’acqua nella profonda Africa

Addendum. Il pensierino più indovinato ricevuto fino a ora quest’anno è stato un rotolo di carta igienica a disegni natalizi. Praticamente il regalino “leggero” ideale.

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Trousse e pochette da tovagliette americane provenzali


In cui si parla di Provenza, della Madrina Caffettiera, di tumori, di una donna dallo spirito mozzafiato, di pochette trapuntate, di viaggi e del senso dell’upcycling.

Mia madrina era un’originale signora che era stata compagna delle medie di mia mamma a Honfleur, parlava 10 lingue, viveva a Gratz, frequentava seminari di astrologia, era stata operata per un tumore al seno e da quel momento si nutriva secondo i principi ayurvedici. Una volta mi disse che in passato lei era una caffettiera che avrebbe voluto essere un annaffiatoio, e la sua vita era cambiata da quando aveva accettato di essere una caffettiera.  Un paio di mesi dopo la laurea partii per Nizza per andarla a trovare nel piccolo appartamento per le vacanze che aveva acquistato nel centro della città. Erano anni che non la vedevo e rimasi lì per tutta una soleggiata settimana di Febbraio e per puro caso beccai pure le stupende sfilate del Carnevale dei Fiori.

Ricordo la bellezza di quel piccolo appartamento arredato di materassi e cuscini colorati di giallo e di blu e di un grande tavolo rotondo su cui troneggiava un vaso pieno di tante, lussureggianti, luminose, odorose mimose. Facevamo passeggiate al mare e al castello, al marché aux herbes e per le viuzze, mangiando socca e tarte aux blettes, andavamo al cinema e leggevamo al sole.

Mi sono riportata come souvenirs da quel viaggio 3 cartoline colorate di blu con un particolare giallo vivo, questi americani provenzali e una passione per l’abbinamento giallo/blu.

Gli americani sono poi stati usati per un tempo limitato nelle mie case di neolavoratrice, ma alla fine si sono rivelati troppo piccoli per ospitare le mie abbondanti colazioni, si sono un po’ ristretti con il lavaggio e sono rimasti dimenticati in un cassetto. Poi si sono sommati due eventi. Il primo è che quest’estate  passata in viaggio avrei tanto avuto bisogno di trousse morbide in cui infilare alcuni effetti più delicati e non le avevo, il secondo è che ho cominciato a seguire questo blog e sono capitata su questa idea. Dopo qualche settimana mi sono detta che in realtà, pochette a parte, utilizzare gli americani per fare proprio le buste morbide che mi mancavano era la soluzione. Ho reclutato mia madre, che si stava giusto lamentando che non le davo più lavoretti di cucito da fare, e i due americani sono diventati uno una trousse con zip e l’altro una pochette portapantofole (o anche no, sarebbe anche carina da usare proprio come borsetta) da viaggio.

Poco tempo fa, su quel blog su cui avevo visto questa buona idea, si è cominciato a parlare la situazione di Ashley, l’anima del blog, e la sua improvvisa scoperta di un tumore in stato avanzato. Ashley ha una bambina bionda e tanto spirito e tra un tutorial e uno sponsor si affacciano le descrizioni del suo ombelico storto dopo l’operazione di asportazione dell’utero, dei suoi pantajazz e jeans premaman, gli unici che riesce ormai ad indossare, delle sue giornate, e i grafici dei risultati della chemio con una verve, un senso dell’umorismo e una forza che lasciano stupiti. Mi trovo a commuovermi e a sorridere davanti a queste pagine e a questa donna che ringrazio di condividere questa sua esperienza apertamente, perché il suo modo di vivere l’imprevisto e il dolore è stupefacente e affascinante, e in un mondo che normalmente il dolore lo nasconde a volte ho fame di esempi positivi.

Alla fine spesso il senso di modificare quanto ho in casa, di portare avanti la storia degli oggetti, arricchendola di ricordi, di utilizzi e significati nuovi è questo: quando infilerò qualcosa di delicato nella mia trousse provenzale mi verrà in mente Nizza in Febbraio, la mia Madrina Caffettiera, mia mamma e i suoi lavoretti di cucito che le riempiono le serate solitarie, una lunga estate itinerante e lavorativa, Ashley e la sua bimba, il senso della vita e della malattia. Non sarebbe sicuramente stata la stessa cosa entrare in un negozio e trovare esattamente quello che mi serviva, acquistarlo e lasciare questi americani e i ricordi ormai cuciti con loro a languire in fondo ad un cassetto.

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