Archive for July, 2012

Working (out) at home

Ormai un anno fa vi parlavo della mia nuova passione per la mia oretta di fitness casalingo e dei buoni risultati che aveva portato. Non so come, ma quando dico che faccio ginnastica a casa vedo spesso affiorare sorrisini divertiti, non so se di compassione o di compiacimento. Ebbene sì, ho 39 anni, sono mamma di due figli e di una startup informatica e faccio ginnastica a casa. Qualche volta persino mentre sto al computer. Lo trovo fantastico: posso scegliere io il mio livello (e dopo un anno spesso parto sull’advanced), mettermi quello che mi pare senza dover essere valutata per il mio abbigliamento da palestra, risparmiare tempo per gli spostamenti, decidere orario e tempo, fare la doccia a casa mia, stare in forma e, come è ovvio, risparmiare.

Ho cominciato come vi ho detto con Tracy Anderson, con buoni risultati. Grazie al suo gruppo su Facebook ho incontrato molte donne, magari mamme a tempo pieno o wahm (working at home mum) sparse per il mondo che si dedicano a tenersi in forma stando in casa e ho cominciato a navigare per gruppi in cerca di consigli e informazioni: ci si consiglia dvd, ci si motiva a vicenda, si condividono i risultati, in modo da tarare cosa sia meglio per ognuna. E a volte si formano delle amicizie telematiche, in fondo è divertente sapere che oggi farai lo stesso allenamento di S. a Nairobi e N. in Inghilterra. Forse amo internet principalmente per questo aspetto: posso essere poco compresa nei miei hobby lì dove sono, ma in giro per il mondo qualcuno con cui condividere le mie passioni lo trovo.

Se ci penso viene da ridere anche a me, che ero molto gelosa del mio sudore e cercavo attività che non lo versassero iniquamente in giro, ma sono ormai diventata esperta di diversi metodi di allenamento e tipologie di at home workout e delle differenti promesse di modificare il tuo corpo che ti offrono. Ormai conosco i nomi di certi muscoli solo in inglese, so cos’è un workout di tipo barre, i diversi risultati a seconda del carico di pesi, come ottenere una certa forma di addominali piuttosto che un’altra. Certo, un personal trainer è un personal trainer, ma mi sono fatta una notevole cultura e volevo condividere con voi alcuni spunti.

Prima di tutto, se si lavora principalmente da casa, al computer, inserire mezz’ora o un’ora di esercizi in mezzo alla giornata lavorativa è un toccasana. Ho ridotto notevolmente mal di schiena, mal di testa, nervosismo e in generale quella sporca, maledetta produttività ne ha guadagnato. Ora non lo considero mai tempo perso, semmai nelle giornate più pesanti cerco una routine del tipo breve-ma-intensa da inserire magari quando ho un baco che non riesco a risolvere o un problema da analizzare e sono entrata in un circolo vizioso di pensieri. Avevo un collega che quando aveva un problema con il software si metteva a passeggiare su e giù per l’open space, io invece faccio squats e jumping jacks e in genere dopo la vita e il lavoro mi sorridono di più e spesso la soluzione arriva.

E poi sudo (si potrà scrivere in un blog bene educato che si suda?). Come ho scritto, io odiavo fare fatica, invece ora ho un’autentica dipendenza. Se passo qualche giorno senza fare un workout un po’ pesante, mi comincio a sentire nervosa, a sentire il mio corpo richiedere sforzo fisico. Ad esempio sono diventata amante degli HIIT (high-intensity interval training), oppure dei Tabata  cioé quel tipo di workout che ti richiede molto sforzo in tempi brevi, alternato a momenti di recupero. Non sono invece dedita all’allenamento intenso con pesi, per ora uso al massimo pesi da 1 kg, 1,5 kg, e tengo alto il numero di ripetizioni.

Certo, è un modello che in Italia fatica ad affermarsi, non conosco molti che si allenano a casa seguendo dvd di qualche trainer. Inoltre il mercato è scarso. Due dvd di Pilates in croce, un po’ di yoga, rispetto a tutta la scelta e ai bellissimi dvd di fitness che trovi all’estero. Infatti è subito scattato il problema dell’approvvigionamento: quasi tutto viene dagli Stati Uniti, qualcosa si trova in Inghilterra, magari su ebay. Su youtube c’è molto di gratuito, ma in genere si tratta di segmenti abbastanza brevi, se vuoi qualcosa di più articolato devi comprarlo. Spesso i costi non sono alti, ma ci sono sempre di mezzo i ricarichi per la spedizione. C’è chi fa classi on line, o abbonamenti streaming, ma alla fine il prezzo per una lezione diventa elevato. Inoltre io mi sono messa come limite il budget massimo di 15/20 euro al mese, e se mi incapriccio di qualcosa che costa di più aspetto e non compro per qualche mese e accumulo per l’acquisto più importante. Perché la compulsione è dietro l’angolo, e le ore passate a navigare su internet per conoscere nuovi metodi invece di muovermi attivamente e darmi da fare con quanto già possiedo possono non essere marginali.

Mediamente comunque amazon.com è il posto migliore per acquistare, anche se lo utilizzo di rado: per me il fatto di poter pagare ed effettuare il download direttamente diventa discriminante. Si risparmia, non devi attendere settimane l’arrivo del tuo dvd, sempre con il rischio che si perda, non hai il problema di dove tenere quel nuovo oggetto che a volte ha copertine inquietanti di tizie scosciate che poco hanno a che vedere con gli esercizi proposti, eviti che la mamma, il consorte o chiunque passi da quelle parti commenti sul numero di dvd di fitness che possiedi/acquisti. Inoltre si diminuisce l’inquinamento per la produzione e il trasporto e, che volete, sono fissata e per me è un plus.

Volevo scrivere un commento anche sui tipi di workout che ho sperimentato ultimamente, ma penso che si meritino dei post a parte facilmente rintracciabili e aggiornabili. Rimane da trovare una categoria ad hoc, e sono aperta ai suggerimenti.

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La flessibilità e il godersi la vita

La flessibilità non è per tutti. Quando dico che d’estate ci trasferiamo nella nostra casa in Sardegna con tutta la famiglia per lavorare a ritmi diversi, non tutti capiscono al primo colpo. Intanto, andare ad Alghero a lavorare sembra una contraddizione. C’è il mare, i divertimenti, il luogo ameno. I figli sempre attorno. Non ci prendere in giro, che lavori. Oppure c’è chi mi chiede quando stacco davvero. Mai, è la risposta. Ma sarebbe lo stesso andando in vacanza nel Tibet. Quando il lavoro è una tua creatura, difficile non pensarci di continuo. E pensare vuol dire programmare. E programmare vuol dire lavorare.

A volte mi chiedo anche se la flessibilità sia per me. In fondo anche nei reconditi recessi del mio cuore c’è il sogno di una vita regolata secondo ritmi scanditi, una settimana a Natale, qualche giorno a Pasqua e tre settimane d’Estate e 8 ore di ufficio il resto dell’anno. Perché pare, oh, così normale.

E invece decido di vivere nel futuro. Io lo so che il futuro sarà così, in cui ognuno sceglierà dove e quando lavorare e verrà gratificato secondo i risultati. Sarà normale. La mia futura normalità è questa, al mattino spalmare creme solari e fare castelli di sabbia, al pomeriggio e la sera programmare software e riunioni mentre i miei figli (sia lodato chi me ne ha dato due e che vanno d’accordo) giocano sotto l’albero dei limoni. La flessibilità così, diventa verticale, i piedi sul bagnasciuga e la testa tra repository e ontologie. E il futuro significa aprire i compartimenti stagni, e lasciar fluire sentimenti e saperi da una stanza all’altra.

E oggi mi sono resa conto della premessa che sta alla base di una scelta così. E’ lo sforzo di provare piacere e equilibrio sia sul lavoro che in famiglia, perché nessuna porta si può chiudere a doppia mandata. Mi devo godere la vita sia quando cerco di creare un software utile, che quando mi faccio inseguire da un coccodrillo gonfiabile pilotato dai miei due maschietti, che quando ho un momento per fare una corsa solitaria sul bagnasciuga. La flessibilità ti obbliga a vivere nel presente, e ad assaporarlo, pena essere sommersi da ansia e pensieri.

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Casa Keaton

Ieri, dopo aver messo a letto i bimbi, io e il consorte siamo rimasti a guardare inebetiti la seratissima Casa Keaton. Inebetiti per il contrasto stridente che provavamo sulla nostra pelle. Non ci si crede quanto fosse positivo, ottimista e colorato il mondo degli anni ’80. Il confronto con la produzione depressiva attuale è angosciante (e a me casa keaton non è mai piaciuto particolarmente) e ancora di più pensare che è la credulità di quegli anni nel sistema che ha portato a questa crisi. Fatta la tara del capello cotonato e le spalline sotto le magliette, sembrava di guardare una favola. Chissà se i nostri figli potranno mai capire la nostra generazione, venuta su a fole televisive.

Sono andata a leggere e a dormire e ho pensato che ci sono tante ragioni per cui non guardo più la televisione ma questa non mi era mai venuta in mente. Per evitare il contrasto stridente con la realtà, per raccontarmi io, da sola, la mia favola, senza spalline e senza cotonature.

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Lo scollo a barchetta a modo mio

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Uno dei grandi vantaggi di lavorare a maglia è che, quando nei negozi di abiti non trovi quello che cerchi, hai sempre un modo per fartelo da sola. Un altro vantaggio è che puoi applicare la tua fantasia o, nel mio caso, arte di arrangiarsi e ottenere dei capi particolari che, appunto, nei negozi non ci sono. Originali per caso ma pure sempre unici.

Questa semplice maglietta in cotone blu risale alla fine degli anni ’90 ed è costruita con una tecnica che ho escogitato  per riuscire ad aggiustare un capo dallo scollo “sbagliato” e che poi è diventata una specie di marchio di fabbrica, l’ho applicata a moltissimi modelli, questo però prima di cominciare a lavorare con i ferri circolari e top down. Dato che l’ho messa i primi di Giugno per una gita con amici, ho convinto un Partenopeo riluttante a farle due foto (e naturalmente non avevo nessuna intenzione di far passare un mese per pubblicare il relativo post), ve la mostro nella sua dimensione un po’ vintage.

Perché a quel tempo c’era la caccia alla maglietta “perfetta” per la propria figura, non troppolargacheticoprailsedereafilo ma che, proprio perché così dipendente dal fisico di ognuna, non era tanto facile trovare. Specie blu scuro, da abbinare ai pantaloni a righe e fantasia che si usavano quell’estate. Naturalmente ci andava uno scollo a barchetta, gli scolli sono la mia ossessione e quelli a barchetta “squadrata” i miei preferiti, e avevo già fatto alcuni capi con questa tecnica e il solo tocco di estro rispetto alla mia produzione quasi seriale è stato inserire le fasce a grana di riso doppia sul bordo inferiore e sulle maniche.

La maglia è semplicissima da realizzare, si tratta di due rettangoli per il fronte e il retro, uniti lungo i fianchi e appuntati sulla spalla superiore. Le maniche sono due corti trapezi da modulare a seconda della larghezza e dello scalfo desiderato. La particolarità del collo è ottenuta inserendo due triangoli a grana di riso cuciti sui lati lunghi sotto il corto bordo superiore a coste tubolari della maglia. Le figure geometriche più semplici, un capo senza pensieri a cui sono ancora affezionata e che ogni tanto mi risolve il “cosa mi metto sopra il jeans elasticizzato”? E poi volete mettere la soddisfazione di un capo su misura che è rimasto tale dopo una quindicina d’anni e due gravidanze?

   
 
 
L’abbinamento è banalissimo, ma che volete, è pur sempre una maglietta che viene dagli anni ’90 ed ero in gita con i bambini. 
   Maglia di cotone – home made, jeans – Muji, sneakers scamosciate – Walsh, orologio – Seiko (e secondo me pure quello ha più o meno gli stessi anni), occhiali da sole (e da vista) –  Moschino (indovinate? tardi anni ’90 pure quelli…).

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