Archive for September, 2013

La spesa alla spina

C’è un’immagine che turba la mia fantasia tutte le volte che apro gli sportelli della mia cucina, e sono i ripiani della dispensa della Zero Waste Home, in cui il cibo è tutto elegantemente contenuto in barattoli di vetro, e non si vede nessun futuro rifiuto dato da incarti e lattine. Una dispensa strepitosa, elegante, ecologica, desiderabile.

Ho provato ad impegnarmi ad avere una dispensa così e qualche passo avanti l’ho fatto, soprattutto grazie al gruppo d’acquisto e agli enormi pacchi di pasta e farina di ogni genere che tengo in cantina e con cui rabbocco i contenitori della cucina di quando in quando. Meno incarti di quando si fa la spesa al supermercato di sicuro, ma ancora non basta.

L’idea di fare come Béa e andare a fare la spesa con i miei bellissimi barattoli di vetro da riempire di cibo biologico senza produrre il più piccolo scarto… eh… che sogno!

Bene, sappiate che ora posso. Non solo, l’ho già fatto. Ho infilato barattoli e barattolini nella mia sporta di tessuto e sono andata con tutta la famiglia all’inaugurazione del negozio in franchising Ariecoidee che ha appena aperto a Bologna. C’era un sacco di bella gente che usciva con biscotti, farine, pasta, riso spillati alla spina e ben insacchettati in ecologissimi sacchettini di carta.

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Il mio obiettivo era comprare dei biscotti, visto che la merenda era saltata e dovevo dare una motivazione ai bimbi per avermi seguito, ma soprattutto delle spezie in modica quantità. Io amo cucinare con le spezie, ma i vasetti che vendono nei supermercati ne contengono sempre troppe per l’uso che ne faccio. Volevo pochi grammi di pepe bianco, in grani. E li ho ottenuti. Un sabato ben impiegato, insomma.

C’è stato un piccolo momento di perplessità in negozio quando ho cominciato a tirare fuori tutti i miei barattoli di vetro, e per un attimo ho pensato di aver esagerato, ma sono stati presto accolti con calore e subitamente riempiti.

I bimbi hanno voluto anche uvetta e mandarini cinesi canditi da sgranocchiare, ed effettivamente il negozio era pieno di piccole bontà biologiche che incitavano al saccheggio.

Datemi solo un po’ di tempo e poi venite a vedere la mia dispensa perché ho intenzione di riempirla di cose buone e felicemente imbarattolate e alleggerire ulteriormente la spazzatura che esce da qui: non zero waste, forse, ma less waste di sicuro.

(foto di Ariecoidee – Bologna)

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Incoerente

Qualche giorno fa qualcuno, senza firmarsi, ha lasciato un commento in fondo ad uno dei post dicendo che il nome del blog farebbe davvero pensare a qualcuno che vive con il minimo mentre è evidente che il mio stile di vita è molto superiore, visto che ritengo indispensabili la lavastoviglie e il roomba.

Sul momento la cosa mi ha urtato ma ora devo dire che ha ragione, nonostante non sia carino lasciare commenti anonimi.

Mi dispiacerebbe molto se, in questo momento di crisi, qualcuno venisse qui per trovare consigli o conforto per un momento di effettivo bisogno e leggesse i miei post tutto sommato frivoli che parlano di come fare ginnastica a casa o di come farsi una casacca di seta. Mi dispiace sul serio, immagino come sia essere nel bisogno e sentirsi presi in giro da un blog che in realtà non è affatto incentrato su quello che ci è necessario per vivere.

Speravo che il sottotitolo, piccoli lussi a basso impatto, spiegasse un po’ il lato leggero di questo blog. Come forse sapete, il titolo è ispirato ad una canzone del film Il libro della giungla, che ho riscoperto guardandolo con i miei bambini. Ne avevo una versione cantata da Louis Armstrong in un cd e mi è sempre piaciuta, e l’ho scelta per il suo lato allegro e spensierato di approcciarsi ai bisogni, non certo perché volessi parlare seriamente delle nude necessità della vita, come nel testo inglese.

Quando ho aperto questo blog per vari mesi abbiamo vissuto in quattro con circa 1000 euro al mese. Non abbiamo fatto molta fatica, in realtà. Partivamo da una situazione privilegiata: casa di proprietà, genitori vicini che ci aiutavano con i bambini, nessuna grossa spesa in vista e poca attitudine ad acquistare troppe cose superflue.

Però  penso che se avessimo spesi i nostri soldi in maniera tradizionale non ce l’avremmo fatta. Io penso che siamo riusciti a stare in quel budget per quattro motivi principali: usiamo la macchina il meno possibile, facciamo la spesa tramite i gruppi d’acquisto e ci nutriamo in modo semplice, non abbiamo paura a rivolgerci al mercato dell’usato quando abbiamo un bisogno e abbiamo quasi abolito l’usa e getta.

Noi siamo quelli che, dopo che ci hanno spaventato per anni dicendoci quanto costava avere un figlio, abbiamo notato che con l’arrivo dei bambini abbiamo cominciato a risparmiare: avevamo cambiato mentalità e avevamo cominciato a fare più attenzione alla necessità e alla qualità di quello che ci procuravamo per loro. E anche perché con la prima gravidanza mi era venuta la fissa ecologica e questo ha comportato risparmio in vari campi che non mi aspettavo.

Ora le nostre entrate sono aumentate, ma sono talmente tanto randomiche da non poter fare affidamento su quello di cui disporremo il mese prossimo. Anche oggi la sostituzione improvvisa della caldaia vuol dire fare attenzione per tanti mesi. Non saprei fare il conto esatto di quello che spendiamo ogni mese, e questo non va bene. Comunque anche se la nostra situazione economica è migliorata, il nostro percorso continua.

Non sono una persona coerente che vuole insegnarvi come si sta al mondo, sono una donna di fronte a tante sfide, e una di queste è come cercare di rispettare l’ambiente e contrastare il consumismo senza percepire un costante senso di privazione, ma essere al contrario coscienti dell’abbondanza di cose belle e buone di cui ci si circonda ogni giorno. A volte ho bisogno di ripetermelo, e qui scrivo le mie piccole vittorie.

Non ho ancora la casa libera e semplice che vorrei. A volte, se non si fa attenzione, vedo i nostri rifiuti aumentare anziché diminuire.

Ma ci sto provando. E per chi, come una mia amica l’altro giorno, mi dice “A te sembra sempre tutto facile.” ho deciso di istituire una nuova categoria di post: le incoerenze. Vi racconterò che faccio il pane con il lievito di birra e non con la pasta madre, che spesso prendo l’ascensore e non faccio le scale e che quando ho delle settimane davvero da incubo compro i surgelati al supermercato sotto casa. Magari mi aiuterete voi a trovare la motivazione per migliorare anche le zone d’ombra, o comunque ne rideremo insieme, perché sono tutt’altro che perfetta, e lo sapete.

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Un post da fashion blogger

Questo post è dedicato alla mia cara Caia, che sostiene che sotto sotto io abbia palesi ispirazioni da fashion blogger. Non dico che non mi piacerebbe avere l’estro e parlare di abiti e scarpe con verve e maestria, anzi, ma ci sarebbe un notevole impedimento, oltre una certa mancanza di fotogenia: non credo di possedere sufficienti vestiti da poter tener vivo un blog. Neanche mescolandoli molto più di quanto normalmente faccia riuscirei a tirare fuori qualcosa come un dayly outfit che riempia queste pagine per più di un mesetto.

Inoltre mi interesso più di ventagli e crinoline che della fashion week. Queste ultime settimane ho messo direttamente come già letti tutti i siti che hanno come argomento principe sfilate, street style & co. Il periodo delle settimane della moda, in qualunque città queste si svolgano, mi annoia enormemente. Come dire, mi mancano i fondamentali.

Certo, direte voi, al ritmo a cui pubblichi potresti anche diventare la prima fashion blogger minimalista dei dintorni. Tipo 4 post all’anno, ai cambi di stagione. E avreste pure ragione. Per quello oggi mi voglio divertire anche io a fare un post da fashion blogger, con sfumature di autoproduzione e lusso economico, come si conviene a lostrettoindispensabile.  Tutto è partito da un acquisto inutile. Impulsivo. Insomma, l’acquisto da non fare. Questa primavera infatti ho comprato questo splendido scampolo di seta, senza alcuna idea di come impiegarlo, perché ho adorato la fantasia e il prezzo accessibile vista la qualità del materiale.

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Bello vero? Avevo bisogno però di trovargli presto un utilizzo per non sentirmi troppo a disagio con me stessa: che farne? Una casacca, una gonna… su Instagram c’erano coretti che inneggiavano ad un paio di “pajama pants” ed effettivamente sarebbe stato perfetto per quelli, se non fosse per il tessuto un po’ trasparente e la mia scarsa considerazione per le mutande a vista.

Nell’indecisione la visita dalla sarta veniva rimandata giorno dopo giorno, con questo tessuto inutilizzato che mi pesava un po’ sulla coscienza, finché non sono partita per le vacanze e ho infilato il taglio di stoffa in valigia, pensando che sarebbe stato un peccato lasciar passare l’estate senza ricavarci qualcosa. L’idea era di cucirci una gonna, ma improvvisamente un giorno, l’illuminazione: sarebbe stata una casacca leggera con scollo arricciato all’americana.

La realizzazione è davvero semplice. Bisogna ritagliare due rettangoli, poco più ampi dei fianchi e cucirli sui lati lunghi lasciando giusto lo spazio per il giro manica. Orlare sotto e rifinire il giromanica, poi ricavare due piccole coulisse nei due bordi liberi superiori, infilarci un nastrino per lasciar arricciare la scollatura. Et voilà, neanche un’ora di lavoro.

Con un po’ di tessuto avanzato ho ricavato una piccola fusciacca, da legare tra i capelli o in vita. In realtà, non sapendo bene come sarebbe caduto, l’ho lasciato un po’ lungo e forse anche leggermente troppo largo, e la prima volta l’ho indossato come miniabito con sotto una sottoveste in maglina blu. Non credo che lo userò più così, ma il Partenopeo mi ha fatto delle foto e ve le mostro in questa versione.

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Io però lo preferisco come casacca, o ancora meglio, in questa stagione, come top sottogiacca, proprio per questa fantasia a foulard che sembra piuttosto adatta ad accostarsi alle linee pulite. Eccomi qui, smartphone alla mano, che mi faccio le foto davanti allo specchio. Sembro quasi una di quelle vere, eh?

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La morale della storia è che ho un capo di seta nuovo, semplice, fatto da me, iperversatile e costato in proporzione molto poco. Forse, se mi impegnassi sul serio e comprando uno stock di tessuti da tagliare a rettangolo e cucire, persino lostrettoindispensabile potrebbe diventare un fashionblog. Ma prevedo il fallimento per scarsità di post quindi potete tenermi nella categoria ibrida, così non mi mancheranno le cose da dire. Dai, ditemi voi, come sono andata?

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Grazie per i tutti i premi, di cuore.

Ultimamente ho ricevuto un po’ di premi, di quegli award carucci carucci che ci si scambia tra blog. Mi fanno un gran piacere, ogni volta sorrido e arrossisco un poco quando li ricevo, e mi riprometto di ringraziare e ricambiare con il post in cui si premiano altri blog che sei invitato a fare quando ricevi questo tipo di riconoscimento.

Solo che quando mi metto al computer per farlo, mi rendo conto che avrei da scrivere dei post con qualcosa di attinente al tema del blog, che ne giacciono troppi cominciati e mai finiti nelle bozze, che in fondo questi premi non li merito molto vista la mia scarsa costanza negli aggiornamenti… e alla fine scrivo un post sull’argomento del blog, ossia il mio percorso verso una vita quotidiana più semplice e gratificante.

Purtroppo il mio tempo per questo spazio è estremamente limitato. Non che pensi che se chiudessi lostrettoindispensabile cambierebbe poi la vita di qualcuno dei miei lettori, ma la mia sì. Scrivere nero su bianco questi miei passi mi aiuta a cercare di mantenermi costante per poi vantarmi qui dei miei progressi. Non vorrei per nulla al mondo essere ingrata di questa attenzione e questa pubblicità, ma purtroppo non riesco a rispondere se non a scapito degli altri contenuti. Mi scuso davvero, cercate di capirmi.

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Oro e lino

Riallacciandomi al post precedente, c’è un’altra tappa che mi impongo prima di sostituire un oggetto: controllare che non ci sia già in garage, soffitta, cantina mia, di un famigliare, o anche degli amici, una sostituzione degna.

Dopo tanti anni di accumulo, ormai da generazioni, neanche noi conosciamo tutto quello che possediamo o che possiede la nostra famiglia, mentre siamo molto preparati su quanto riviste, internet e pubblicità sostengono che ci manchi.

Ci sono tesori dimenticati, là in fondo agli armadi, sopra i mobili, nelle cantine e nei garage. Forse non avranno un gusto contemporaneo, ma a volte è solo questione di prospettiva. Perché il nuovo comunque richiede una nuova produzione, una distribuzione, un acquisto, e il desiderio di liberarsi del superfluo non deve nascondere la voglia di fare spazio a nuovo superfluo.

E’ la sensazione che provo a volte leggendo qua e là i consigli per il decluttering: liberarsi di tutto quello che non si usa, donare, riciclare, gettare. E questo è ok. Ma poi, è quando si arriva alla famosa parte dell’acquisto “ponderato” per colmare gli inevitabili vuoti che la razzia ha lasciato, che ho a volte l’impressione che questa moda del decluttering sia solo un modo di far posto a nuovi consumi in un mercato ormai saturo.

Perché meno è meno è meno è meno.

Dobbiamo reimparare ad amare il vuoto, il bisogno, e dopo il contenuto degli armadi e delle case bisogna iniziare “consumare” le soffitte e le cantine. Abbiamo tante cose accumulate negli anni, alcune più robuste e resistenti di quelle che possiamo trovare nei negozi. E belle, anche se magari dalle linee più tradizionali.

L’ultimo ingresso a casa nostra sono i lussuosi piatti con gli anemoni blu e rosa e il filo d’oro che erano stati regalati ai miei genitori per il matrimonio. Non li avrei mai scelti, personalmente. Mi piacciono linee  semplici e motivi più sobri, ma ero rimasta con davvero pochi piatti del vecchio servizi e l’alternativa era limitare gli ospiti o procurarmene di nuovi. O vecchi.

Ora mi sento una principessa ad apparecchiare sempre a festa, con il servizio prezioso. Li lavo in lavastoviglie e i miei bimbi li romperanno nei loro tentativi di aiutarci ad apparecchiare e sparecchiare.

Pazienza. Meglio usati e rotti che a prendere polvere nel fondo di un armadio.

E una principessa mi sento a dormire tra le lenzuola di lino ricamate a punto pieno. Sono della mia vicina di casa, che mi ha visto crescere, a cui la mamma le aveva comprate per il suo corredo. Lei non si è mai sposata, ma non è tanto questa la ragione per cui non le ha mai utilizzate: ha un letto ad una piazza e mezzo, e me le ha regalate per il mio matrimonio. Io le ho tenute da parte un po’, mi sembravano troppo preziose (e poi il lino è una rottura da stirare).

Ora invece le uso, sono splendide e così fresche d’estate. Stiro solo il bordo ricamato, e a volte anche no, ho pensato che non è una ragione di lasciarle nell’armadio. E sono veramente grata alla mia vicina: chiamavo Nonna Vera sua madre, quando ero piccola, e lei Zia Clara, e sono così felice di avere un suo ricordo.

Conosco tante persone che non usano le cose belle che hanno. A volte lo fanno perché non hanno capito che i campioncini un giorno scadono, oppure perché ne hanno tante, o si sentono a disagio ad usarle. A volte siamo noi, i nostri famigliari, i nostri vicini. Prendiamo questi tesori in soffitta e usiamoli, e in questo tempo di crisi, apparecchiamo con tovaglie ricamate ed argenteria, onoriamo i regali e i   ricordi.

E se si macchieranno e si sciuperanno, li avremo vissuti, questo oro, questo lino, questo argento, questi ricami, sottraendoli alle tarme, alla polvere e al tempo, che li consegnerebbe a estranei che non ne conoscono la provenienza e potrebbero apprezzarli infinitamente meno di noi e dei nostri ospiti.

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Non sostituire

E’ settembre, e su instagram e blog fervono post e immagini di decluttering, e chiaramente anche io sto facendo la mia parte.

Sembra che liberarsi del superfluo e ripartire più leggeri abbia sostituito i buoni propositi dell’inizio dell’anno scolastico, complice forse anche la maggior semplicità della vita in vacanza, almeno in viaggio e in famiglia. Si libera l’armadio e ci si iscrive in palestra, è tradizione.

Anche io ho fatto la mia parte: mia mamma va regolarmente a trovare un’amica che partecipa ad un mercatino di cose usate una volta al mese, e ho già riempito tre sacchi per lei. Lei si diverte e passa il tempo e venderà tutto per pochi euro a oggetto, ma come dice Enrico lo psicologo nel meraviglioso commento a questo post di Claudia Porta, l’idea di avere qualcosa in cambio ci aiuta a separarci da quello che non ci serve.

Nonostante i 3 sacchi, comunque, mi guardo intorno e mi pare di essere stata brava negli ultimi anni, e coerente: possiedo meno, o forse meglio. Più cose che uso e che amo e meno oggetti di cattiva qualità o sbagliati. Comunque, meno, in generale.

Ho sicuramente troppe calze e calzini e forse dovrei evitare di comprare lana per un annetto, ma direi che per il resto sono abbastanza moderata. Meno libri che stavano rischiando di sfrattarci, grazie al kindle e alla Sala Borsa, meno lavori cominciati e mai finiti. Certo, abbiamo dovuto fare spazio a due figli, i loro giochi, i loro libri e le loro personalità, quindi la mia casa non è spoglia e semplice (e facile da tenere pulita e in ordine) come vorrei, ma intanto è un buon traguardo.

E più che il liberarsi in intense sessioni catartiche del superfluo a me è servito soprattutto un mantra.

Non sostituire.

Non solo non comprare cose in più, ma se c’è qualche oggetto che davvero diventa inservibile, non sostituirlo, almeno non immediatamente. Ho avuto così enormi sorprese, per niente scontate.

Quando cerchi di liberarti di quello che non ti serve, dicono di fare 3 domande: mi piace? mi serve? l’ho usato nell’ultimo anno?

Beh, la mia esperienza è che non sia sufficiente per diminuire davvero “le scorte”. Bisogna davvero provare a fare a meno di qualcosa per renderci conto se ci è indispensabile. E uno dei modi per gestirlo in modo non traumatico è sperimentarlo quando un oggetto che ritenevamo indispensabile ci viene a mancare. A me è successo di fare a meno di cose che avrei messo ad occhi chiusi nella lista delle 99 cose a cui non potrei rinunciare.

Ad esempio il robot da cucina. Troneggiava lì, su uno dei pochi ripiani della cucina, e lo usavo in maniera regolare: aveva però fatto il suo tempo e si è rotto un pezzo, e non esisteva più il ricambio. Sarei andata a comprarmene un altro subito ma ho aspettato, e la sua funzione è stata sostituita dalla macchina del pane per gli impasti, dal mini robot della Chicco che mi aveva regalato mio padre per far la pappa ai bambini per tritare e sminuzzare, dal frullino ad immersione per passati e frullati, da una grattugia manuale per le carote a julienne e le fette di patate. Tutti oggetti che avevo già in casa, e che usavo in altri contesti, e che quindi avrei comunque tenuto. Ora ho un piano di lavoro libero in più, in cucina, ne sono felice e ho accompagnato serenamente il caro robot estinto all’isola ecologica.

Ad esempio le ballerine blu. Credo di aver avuto delle ballerine blu per la mezza stagione dall’età di 12 anni, sostituendole regolarmente. Jeans, ballerine blu, maglietta, ed era subito primavera. Mai avrei pensato di fare a meno delle ballerine blu. E invece.

E invece quelle rosse e le stringate beige sono perfette con tutti gli abbinamenti in cui mettevo le ballerine blu e molto meno banali. E le ho già. Insieme alle loro varie sorelle che non mi lasciano un buco libero nella scarpiera, sotto il letto, sopra l’armadio. E ho imparato la grande lezione: si può vivere senza ballerine blu e sentirsi belle e felici.

Chiaramente ci sono le eccezioni. Dopo una settimana senza lavastoviglie avrei venduto tutte le mie scarpe se non avessi avuto i soldi per ricomprarla. E nonostante non metta i jeans spessissimo, è già tre volte che apro l’armadio e li cerco, e mi piange il cuore che siano irrimediabilmente rovinati, quindi quando troverò un modello che mi piace li ricomprerò. Però ora so che sono oggetti che migliorano la mia vita, il mio guardaroba e la mia capacità di prepararmi presto la mattina senza lasciare tazze da lavare o passare ore di fronte all’armadio.

 

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