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I piccoli e la creazione dell’opera artistica

Sono una frana a disegnare. Davvero. Il mio vecchio capo mi ha detto una volta che a matematica avrebbero dovuto mettere un corso di disegno per quelli come me, che a mano libera non sono capaci di fare nulla. Per fortuna che ho deciso di non insegnare, poveri alunni! E dire che sono pure nipote di un pittore, ma di quei geni non me ne deve essere arrivato neanche uno.

Ma so che sono così incapace perché non mi sono mai davvero esercitata: so che produrre qualcosa di bello richiede studio e fatica, ed è la sola attitudine che posso passare ai miei bimbi in tema artistico. Insegnare loro che tutti, anche i più grandi, lavorano duro per ottenere quello che vogliono e possono.

Se volete saperne di più su questa sola eredità grafica che posso passare alla prole, ne ho scritto un post per il sito de I piccolini.

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La minestra di Gianburrasca

Non è che sia un gran complimento, chiamarla la minestra di Gianburrasca. Qui in casa viene altrimenti identificata come la zuppona, che non è che suoni molto meglio. Non si tratta propriamente di acqua di risciacquatura dei piatti, ma saporita è saporita.

IMG_20131013_202144Mai uguale a se stessa, oltre ad essere sana, biologica, zeppa di vitamine è pure a costo quasi nullo, perché viene fatta con gli scarti delle verdure. Ogni tanto ci si infila una patata, un po’ di farro, una vecchia crosta di parmigiano reggiano dai 24 ai 30 mesi di invecchiamento., che ammollato nella zuppa e insaporito di verdura è prelibato. Oppure si può far scivolare un’ombra di stracchino avanzato, un fondo di latte, persino un cucchiaio di yogurt che con il suo sapore un po’ acidulo ha comunque qualcosa da dire.

Non vi illudete, è raro che qualcuno mi accompagni nei miei pasti serali a base di zuppona. Gli altri inquilini di casa sono uomini e pare che il potage sia roba da femmine. E infatti la mia compagna di potage preferita è mia mamma, che essendo francese se ne intende.

Ma come nasce la zuppona? Comincia a delinearsi quando arriva la famosa cassetta delle verdure con le sue varie sorprese. Da quando la ricevo mi sono finalmente messa a cucinare verdura “vera”, quella non sbucciata e tagliata in pezzi ma da tagliare e preparare, e il primo effetto che ho visto è come la proporzione tra cestino dell’umido e cestino dell’indifferenziato si sia improvvisamente invertita.

Mentre sbucciavo, dirigevo le operazioni di sgranatura famigliari o mondavo foglie mi chiedevo sempre se quelle parti superflue fossero da scartare come non buone o semplicemente come non adatte alla preparazione. Non avendole mai trovate in una busta di surgelati potevo avere il dubbio che fossero davvero cibo.

Ho chiesto in giro, a persone che erano vissute in altri tempi, se davvero le foglie di cavolfiore fossero da buttare e come ci si comportava con la buccia della zucca o la parte verde dei porri. La generazione a cui chiedere non è quella dei nostri genitori, anche loro figli della comodità dei surgelati, ma più indietro, a nonni e bisnonni. E le loro risposte erano in genere che ai loro tempi si mangiava tutto, e con gusto.

Così ho cominciato a raccogliere scarti e ad usarli in separata sede. Non solo, ci metto attenzione a cucinarmi questi scarti, li fotografo e mi sento molto ecofighetta quando apparecchio di tutto punto per gustarmi le mie creazioni sottratte alla pattumiera. Che volete, ognuno ha le fisse che si merita.

Mi organizzo così: man mano che si preparano le verdure tengo da parte gli scarti. Se so di poterli usare a breve li taglio e li metto in un sacchetto tipo ziplock nel frigo, altrimenti direttamente nel freezer specialmente se voglio provare a mescolare più verdure. Ad esempio vanno molto bene insieme buccia di zucca e la parte verde dei porri, o diversi tipi di cavolo. Se la verdura è stata lessata ributto gli scarti direttamente nella stessa acqua di cottura (ad esempio lo faccio per le foglie di cavolfiore), frullo e metto da parte.

Non vi lascio un elenco degli scarti che uso oppure ho usato, perché non li ricordo tutti. Se ho in mano qualcosa che ha un’apparenza alimentare faccio un giro su google e trovo come usarlo, spesso su http://cucinaeco.wordpress.com/, in cui la mia omonima fa prove su prove riuscite di cucina a costo quasi nullo.

Vi lascio invece le ricette delle mie zuppone preferite, quelle che rifaccio perché dopo il primo esperimento mi sono piaciute molto. Sono state provate varie volte ma non riesco a dare loro la dignità di una ricetta vera perché troppo semplici e con le dosi troppo ad occhio. Ma è autunno, c’è la crisi e una zuppa calda in pancia aiuta a sentirsi meglio e io vi annuncio che ricomincio la stagione delle mie cene a base di raffinati scarti alimentari di cui vi lascio qualche suggerimento dei più riusciti.

Vellutata di buccia di zucca con semi di zucca e curry

Lessare la buccia di zucca nella pentola a pressione in poca acqua, in modo che si cuocia quasi a vapore, aggiungere un bicchiere di latte, salare e frullare. Insaporire con il curry e servire con una manciata di semi della stessa zucca lasciati seccare in forno caldo e spento (ad esempio dopo aver cucinato una torta).

Minestra di foglie di cavolfiore, patate e farro

Lessare le foglie di cavolfiore nella pentola a pressione con una patata piccola. Scolarle, conservando da parte l’acqua, e frullarle con un cucchiaio della stessa. Nel frattempo far cuocere nell’acqua di cottura un paio di manciate di farro. Unirle al passato e servire.

Zuppa di cavolo nero e formaggio

Tagliare a pezzi piccoli i gambi di cavolo nero a cui sono state tolte le parti più filamentose e lessarli insieme ad una cipolla. Frullare e passare con un colino largo. Versare in una pirofila con abbondante formaggio tipo emmental e gratinare al forno.

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Pain d’épice per esigenti

Uno dei non propositi fatti all’inizio di quest’anno è stata di smetterla di perseguire il mio tentativo di cucina sempre più salutistica virata al vegano visto che la mia famiglia si oppone strenuamente e supplisce acquistando merendine e piatti confezionati. La colazione in particolare era il momento in cui il mio buonissimo (almeno per me) pane biologico autoprodotto accompagnato da marmellata biologica autoprodotta o acquistata tramite il gruppo d’acquisto veniva snobbato e messo in concorrenza con pacchi di biscotti industriali pieni di roba che normalmente non si trova in una dispensa casalinga.

Una della passioni del Primogenito, noto per i gusti selettivi e una generica inappetenza mattutina, è il pain d’épice confezionato. E’ capace di impilarne due tre fette una sopra l’altra e mangiarle a grandi bocconi, immagine piuttosto straniante riferita a lui.

Ho provato più volte a replicare una versione casalinga, molto tentata dall’assenza di grassi animali, ma ho finito per terminare da sola interi filoncini di pain d’épice appena decenti, che il resto della famiglia lasciava languire dopo averne assaggiato poche briciole.

Ho quindi lasciato perdere il mio desiderio di pain d’épice integrale e integralista e quando da Mercotte ho trovato questa ricetta cinque stelle ho tentato con qualche modifica la versione forse meno sana ma più gustosa della ricetta lì proposta e, meraviglia, finalmente ho visto il Primogenito divorarlo come quello a base di sciroppo di glucosio e in confezione plasticosa che troneggia sugli scaffali del supermercato.

Le modifiche riguardano l’utilizzo per metà farina bianca di segale, che si sposa così bene nel prodotto originale, e il nappage, che in questo caso è stato del banale sciroppo ottenuto facendo bollire acqua e zucchero.

Pain d’épice

 Ingredienti:

320 gr di miele (io ho usato per metà millefiori e per metà melata), un uovo, 110 gr. di burro, 130 gr di latte parzialmente scremato, 150 gr di farina di segale e 120 gr di farina 00, 9 gr di bicarbonato di sodio, 1 chiodo di garofano in polvere, un cucchiaino di cannella, un pizzico di zenzero e un pizzico di polvere d’arancia.

Preparazione:

Preriscaldare il forno a 165 gradi. Scaldare leggermente latte e burro in un pentolino in modo che il burro sia perfettamente fuso.  In una casseruola, scaldare il miele a 50 gradi. Io ho usato un termometro da carne ma in pratica ho notato che è il momento in cui comincia a schiarirsi e a risultare più fluido.  Versarlo in una terrina, aggiungere l’uovo e montare il composto con le fruste finché non forma una schiuma leggera, aggiungere il latte con il burro, le farine setacciate insieme al bicarbonato e le spezie. Sbattere con le fruste finché il composto non risulti cremoso e perfettamente omogeneo, versarlo in due stampi da plumcake piccoli (io ne ho versato la metà nello stampo da plumcake e con il resto ho fatto dei muffin alle spezie) e infornarlo per circa 50 mn. Verificare con lo stecchino e nel frattempo scaldare in un pentolino circa 150 gr di acqua con 4 cucchiai di zucchero. Versare questo composto sul pain d’épice ancora nello stampo, lasciar assorbire qualche minuto e sformare. Degustare freddo o tiepido.

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Trousse e pochette da tovagliette americane provenzali


In cui si parla di Provenza, della Madrina Caffettiera, di tumori, di una donna dallo spirito mozzafiato, di pochette trapuntate, di viaggi e del senso dell’upcycling.

Mia madrina era un’originale signora che era stata compagna delle medie di mia mamma a Honfleur, parlava 10 lingue, viveva a Gratz, frequentava seminari di astrologia, era stata operata per un tumore al seno e da quel momento si nutriva secondo i principi ayurvedici. Una volta mi disse che in passato lei era una caffettiera che avrebbe voluto essere un annaffiatoio, e la sua vita era cambiata da quando aveva accettato di essere una caffettiera.  Un paio di mesi dopo la laurea partii per Nizza per andarla a trovare nel piccolo appartamento per le vacanze che aveva acquistato nel centro della città. Erano anni che non la vedevo e rimasi lì per tutta una soleggiata settimana di Febbraio e per puro caso beccai pure le stupende sfilate del Carnevale dei Fiori.

Ricordo la bellezza di quel piccolo appartamento arredato di materassi e cuscini colorati di giallo e di blu e di un grande tavolo rotondo su cui troneggiava un vaso pieno di tante, lussureggianti, luminose, odorose mimose. Facevamo passeggiate al mare e al castello, al marché aux herbes e per le viuzze, mangiando socca e tarte aux blettes, andavamo al cinema e leggevamo al sole.

Mi sono riportata come souvenirs da quel viaggio 3 cartoline colorate di blu con un particolare giallo vivo, questi americani provenzali e una passione per l’abbinamento giallo/blu.

Gli americani sono poi stati usati per un tempo limitato nelle mie case di neolavoratrice, ma alla fine si sono rivelati troppo piccoli per ospitare le mie abbondanti colazioni, si sono un po’ ristretti con il lavaggio e sono rimasti dimenticati in un cassetto. Poi si sono sommati due eventi. Il primo è che quest’estate  passata in viaggio avrei tanto avuto bisogno di trousse morbide in cui infilare alcuni effetti più delicati e non le avevo, il secondo è che ho cominciato a seguire questo blog e sono capitata su questa idea. Dopo qualche settimana mi sono detta che in realtà, pochette a parte, utilizzare gli americani per fare proprio le buste morbide che mi mancavano era la soluzione. Ho reclutato mia madre, che si stava giusto lamentando che non le davo più lavoretti di cucito da fare, e i due americani sono diventati uno una trousse con zip e l’altro una pochette portapantofole (o anche no, sarebbe anche carina da usare proprio come borsetta) da viaggio.

Poco tempo fa, su quel blog su cui avevo visto questa buona idea, si è cominciato a parlare la situazione di Ashley, l’anima del blog, e la sua improvvisa scoperta di un tumore in stato avanzato. Ashley ha una bambina bionda e tanto spirito e tra un tutorial e uno sponsor si affacciano le descrizioni del suo ombelico storto dopo l’operazione di asportazione dell’utero, dei suoi pantajazz e jeans premaman, gli unici che riesce ormai ad indossare, delle sue giornate, e i grafici dei risultati della chemio con una verve, un senso dell’umorismo e una forza che lasciano stupiti. Mi trovo a commuovermi e a sorridere davanti a queste pagine e a questa donna che ringrazio di condividere questa sua esperienza apertamente, perché il suo modo di vivere l’imprevisto e il dolore è stupefacente e affascinante, e in un mondo che normalmente il dolore lo nasconde a volte ho fame di esempi positivi.

Alla fine spesso il senso di modificare quanto ho in casa, di portare avanti la storia degli oggetti, arricchendola di ricordi, di utilizzi e significati nuovi è questo: quando infilerò qualcosa di delicato nella mia trousse provenzale mi verrà in mente Nizza in Febbraio, la mia Madrina Caffettiera, mia mamma e i suoi lavoretti di cucito che le riempiono le serate solitarie, una lunga estate itinerante e lavorativa, Ashley e la sua bimba, il senso della vita e della malattia. Non sarebbe sicuramente stata la stessa cosa entrare in un negozio e trovare esattamente quello che mi serviva, acquistarlo e lasciare questi americani e i ricordi ormai cuciti con loro a languire in fondo ad un cassetto.

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Tracy Anderson e la ginnastica dell’estate

Non suona così liceale chiamarla ginnastica? Dopo vari saltelli, 3 chili persi, una taglia in meno e vari abiti pregravidanze reindossati sono completamente dipendente dal Tracy Anderson Method. Non sono molto ortodossa nel seguirlo ma ho avuto risultati e motivazione che in passato trovavo solo durante le lezioni di danza storica (passaggio altrimenti detto da Strauss a Gloria Gaynor). Non si tratta solo di chili persi: oggettivamente rivedo volentieri parti del mio corpo che erano ormai date per disperse. Sapevo che durante le vacanze lavorative non avrei potuto continuare con la stessa costanza ma avevo terrore di perdere i risultati ottenuti e quindi mi sono ripromessa di fare almeno mezz’ora al giorno, alternata tra MS (muscular structure) e DC (cardio dance) ovvero tra esercizi e saltelli a tempo di musica. Questo perché Miss Tracy dice che fare meno di mezz’ora di uno o dell’altro è inutile e che l’una e l’altro sono necessari. Ormai i dvd sono stati fatti e rifatti e sto svaligiando youtube in attesa di poter fare un investimento autunnale. Rispetto alla palestra è un bel risparmio per cui credo di potermi permettere una ulteriore follia. Pensavo di condividere qui la mia fitness routine (wow) estiva a base di risorse gratuite. Io ho cominciato a vedermi cambiare dopo i primi dieci giorni, è un bel regalo da farsi per l’estate.
Qualche consiglio pratico, direttamente dalla pagina di facebook del TAM (Tracy Anderson Method). L’ideale sarebbe fare un’ora di ginnastica al giorno, 4/6 giorni a settimana. Io ne faccio mezz’ora, con l’idea di mantenere i risultati ottenuti ma, a parte che non perdo più peso, sto comunque continuando a vedere progressi. Alterno 2 giorni di MS con 1 di Dance Cardio perché tra nuotate e passeggiate un po’ di esercizio che tenga il cuore in movimento penso di farlo ma nel caso si abbia più tempo meglio far mezz’ora di entrambi. Se si vuole perdere peso meglio fare la DC dopo la MS, pare aiuti a bruciare i grassi più facilmente. Gli esercizi andrebbero cambiati ogni dieci giorni per evitare che i muscoli si abituino ai movimenti. Si parte in genere con 20 ripetizioni ad esercizio e si cerca di arrivare fino a 40.

Per l’inizio di Agosto vorrei cominciare con questo workout (1 e 2) completo da fare in spiaggia e aggiungere come cardio una nuotata di mezz’ora. Se, come me, siete mamme, aspettatevi di sentire vari commenti pittoreschi e tentativi di imitazione da parte della prole mentre vi esercitate.

Una volta il Primogenito, mentre seguivo questo video di esercizi per le braccia, mi ha detto: “Mi vai  a plendere un bicchiele di acqua? Qui ci sto io a fale ginnastica.” Ed è rimasto a fare su e giù con le braccia fino al mio ritorno. Non so se mi vale come tonificazione muscolare dei tricipiti ma i muscoli facciali impegnati nel sorriso dopo erano tonicissimi. E per lo stretching finale mi è arrivato il delizioso libro di Claudia Porta Giochiamo allo yoga? e i miei bimbi, restii fino ad ora ad una pratica così statica, si divertono molto a riprovare le posizioni e a guardare i bei disegni. E la mamma sorride e distende i muscoli, che comunque dopo tanto esercizio un po’ di relax se lo merita.

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Personal trainer

Siamo io, Madonna, Shakira, Gwyneth Paltrow e qualche altra. Due mesi fa è scaduto il mio abbonamento alla palestra e, causa situazione economica non definita, non l’ho rinnovato. In più andare in palestra richiede tempo: prepara la sacca, vai lì, 4 salti, 2 addominali, stretching, doccia, capelli rivestiti e torna a casa e sono passate due ore. Troppe da trovare in una giornata in questo periodo.

Non so se lo sapete ma in una giornata tipo gente come Gwyneth Paltrow accompagna i figli a scuola, torna a casa, si mette un impacco nutriente sui capelli, indossa la sua tutina firmata e fa ginnastica davanti a un video di Tracy Anderson. Io invece lo faccio all’ora di pranzo e con pantaloni e maglietta sdrucite (cogliete l’ironia del paragone, vi prego). I primi giorni che lavoravo intensamente da casa se ero sola la pausa pranzo si limitava a mettere insieme un piatto di pasta e mangiarlo in 10 minuti, e poi tornare a lavorare. Adesso stacco per un’intera ora e vedo che va anche meglio per i risultati lavorativi. Ma ora ci metto anche i miei 3/4 d’ora di palestra casalinga, economica in tempo e denaro.

Ecco il mio set: una coperta, due bottigliette d’acqua da mezzo litro in qualità di pesetti (lo dice Tracy Anderson di sollevare quel peso, non sono io che sono pigra!) e un set di 3 dvd della personal trainer delle star presi in superofferta su amazon. Forse potevo fare anche a meno dei dvd, su youtube si trova comunque moltissimo, tra aerobica (oh, com’è anni 90 chiamarla aerobica!), pilates e stretching e ci si può fare il proprio programma personalizzato stando attenti che senza istruttore bisogna fare doppia attenzione a non strafare e a fare i movimenti giusti. Ma alla fine questi dvd sono valsi l’acquisto. Se cercate un po’ leggerete che questa tipa promette di cambiare il vostro corpo infischiandovene della genetica per farvi diventare snelle senza ingrossare i muscoli. Non lo so e non mi interessa e forse un mondo in cui la genetica non conta e si è tutti magri e snelli allo stesso modo non è detto che mi piaccia. Ma questi esercizi hanno un indubbio vantaggio: sono divertenti. Io metto su quello di dance cardio per mezz’ora e poi per 10/15 minuti quello di mat workout. A me piace ballare, quindi ballo, sudo, mi diverto, tengo sotto controllo stress e peso. Poi doccia veloce e pranzo, ed è passata poco più di un’ora. Questa è la routine da un mese a questa parte, quindi sono orgogliosa di comunicarvi che non è solo un buon proposito, e sono rientrata in un paio di vestiti che non potevo più indossare dalla prima gravidanza. Già già.

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Giappone intorno

Hokusai. Ho lo Tsunami appeso alla parete sul divano. E’ poco più grande dell’originale, ammirato in una mostra a Milano. Non avevamo stampe alle pareti quando l’abbiamo comprata nello shop della mostra, l’abbiamo incorniciata e appesa ed è ancora lì, anche se ora mi suscita sentimenti diversi. Urashima Taro, con gli splendidi disegni nel mio libro di fiabe e leggende giapponesi, letto e riletto. Il racconto della bomba su Hiroshima. Miyazaki. Quanto mi piace Miyazaki. Pochi giorni fa abbiamo rivisto Ponyo, per i due anni del piccolo guascone gli avevo fatto un cappellino da Totoro, secondo questo modello. Libri, autori. Il sushi. Una volta una ragazza giapponese mi ha detto che per loro il sushi è come per noi le lasagne, si mette in tavola nei giorni di festa. Adesso anche questo pattern di Olgajazzzy. Vive lì, nella base militare, e offre per le 2 prossime settimane l’85% delle vendite dei suoi pattern per l’emergenza in Giappone. I miei colleghi, sempre gentilissimi. La prima volta che mi ha scritto Kobayashi per segnalarmi un baco si è messa a sorridere la trekker ignorante che è in me, perché questo nome mi era noto per via dell’Ira di Khan. Dicono che sono tornati a lavorare al 40esimo piano dei loro edifici. Leggo questo blog e mi rimane tanta ammirazione. E da piangere, è da sciocchi, con quel poco di Giappone che ho intorno ed era quanto ne conoscevo.

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