Archive for category Downshifting

Oro e lino

Riallacciandomi al post precedente, c’è un’altra tappa che mi impongo prima di sostituire un oggetto: controllare che non ci sia già in garage, soffitta, cantina mia, di un famigliare, o anche degli amici, una sostituzione degna.

Dopo tanti anni di accumulo, ormai da generazioni, neanche noi conosciamo tutto quello che possediamo o che possiede la nostra famiglia, mentre siamo molto preparati su quanto riviste, internet e pubblicità sostengono che ci manchi.

Ci sono tesori dimenticati, là in fondo agli armadi, sopra i mobili, nelle cantine e nei garage. Forse non avranno un gusto contemporaneo, ma a volte è solo questione di prospettiva. Perché il nuovo comunque richiede una nuova produzione, una distribuzione, un acquisto, e il desiderio di liberarsi del superfluo non deve nascondere la voglia di fare spazio a nuovo superfluo.

E’ la sensazione che provo a volte leggendo qua e là i consigli per il decluttering: liberarsi di tutto quello che non si usa, donare, riciclare, gettare. E questo è ok. Ma poi, è quando si arriva alla famosa parte dell’acquisto “ponderato” per colmare gli inevitabili vuoti che la razzia ha lasciato, che ho a volte l’impressione che questa moda del decluttering sia solo un modo di far posto a nuovi consumi in un mercato ormai saturo.

Perché meno è meno è meno è meno.

Dobbiamo reimparare ad amare il vuoto, il bisogno, e dopo il contenuto degli armadi e delle case bisogna iniziare “consumare” le soffitte e le cantine. Abbiamo tante cose accumulate negli anni, alcune più robuste e resistenti di quelle che possiamo trovare nei negozi. E belle, anche se magari dalle linee più tradizionali.

L’ultimo ingresso a casa nostra sono i lussuosi piatti con gli anemoni blu e rosa e il filo d’oro che erano stati regalati ai miei genitori per il matrimonio. Non li avrei mai scelti, personalmente. Mi piacciono linee  semplici e motivi più sobri, ma ero rimasta con davvero pochi piatti del vecchio servizi e l’alternativa era limitare gli ospiti o procurarmene di nuovi. O vecchi.

Ora mi sento una principessa ad apparecchiare sempre a festa, con il servizio prezioso. Li lavo in lavastoviglie e i miei bimbi li romperanno nei loro tentativi di aiutarci ad apparecchiare e sparecchiare.

Pazienza. Meglio usati e rotti che a prendere polvere nel fondo di un armadio.

E una principessa mi sento a dormire tra le lenzuola di lino ricamate a punto pieno. Sono della mia vicina di casa, che mi ha visto crescere, a cui la mamma le aveva comprate per il suo corredo. Lei non si è mai sposata, ma non è tanto questa la ragione per cui non le ha mai utilizzate: ha un letto ad una piazza e mezzo, e me le ha regalate per il mio matrimonio. Io le ho tenute da parte un po’, mi sembravano troppo preziose (e poi il lino è una rottura da stirare).

Ora invece le uso, sono splendide e così fresche d’estate. Stiro solo il bordo ricamato, e a volte anche no, ho pensato che non è una ragione di lasciarle nell’armadio. E sono veramente grata alla mia vicina: chiamavo Nonna Vera sua madre, quando ero piccola, e lei Zia Clara, e sono così felice di avere un suo ricordo.

Conosco tante persone che non usano le cose belle che hanno. A volte lo fanno perché non hanno capito che i campioncini un giorno scadono, oppure perché ne hanno tante, o si sentono a disagio ad usarle. A volte siamo noi, i nostri famigliari, i nostri vicini. Prendiamo questi tesori in soffitta e usiamoli, e in questo tempo di crisi, apparecchiamo con tovaglie ricamate ed argenteria, onoriamo i regali e i   ricordi.

E se si macchieranno e si sciuperanno, li avremo vissuti, questo oro, questo lino, questo argento, questi ricami, sottraendoli alle tarme, alla polvere e al tempo, che li consegnerebbe a estranei che non ne conoscono la provenienza e potrebbero apprezzarli infinitamente meno di noi e dei nostri ospiti.

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I prodotti di bellezza, il bagno zen e la spazzolata della pelle a secco che è meglio del caffé

Avrei potuto intitolare questo post: come sconfiggere la cellulite gratis o quasi per aumentare un po’ gli accessi al blog ma sinceramente è un titolo talmente brutto che non ce l’ho fatta. Inoltre questa storia della cellulite è un po’ un effetto secondario della buona abitudine che ho ripreso da un paio di mesetti, anche se so che in tempo di mare per molti diventa prioritario occuparsi dell’aspetto della propria pelle.

Mi sento sempre un po’ ridicola quando mi metto a scrivere consigli da rivista femminile su questo blog ma lo scopo è opposto, e spero che si capisca. Viene dal mio continuo e frustrato desiderio di avere un bagno perfetto.

E com’è il mio bagno perfetto? E’ un bagno ecologico in cui troneggiano pochissimi prodotti indispensabili, a base naturale, e quei pochi in confezioni riciclabili, eleganti e molto zen (sarà possibile?) e qualche accessorio che mi duri una vita, naturalissimi anche quelli, in legno, corno, bambù e tutti quei materiali lì, le mie salviette di cotone lavabili e chiaramente un arredamento anche quello molto minimale, arredato principalmente anche lì di legno e bambù e asciugamani chiari in cotone biologico che non si sporcano mai e che rimangono soffici e morbidi nonostante il mio uso parco dell’ammorbidente bio di Officina Naturae.

E invece poi ho un bagno con scaffali in filo metallico e asciugamani bordeaux e salmone ed è pieno di prodotti come tutti, no, forse un po’ meno di altri, visto che ho la regola salvaspazio, salvarifiuti e salvasoldi di non comprare un prodotto nuovo dello stesso genere finché non ho finito quello precedente.

E se non ho tempo di ricomprarmelo a breve, provo varie alternative prelevate dalla cucina o esaurisco campioncini e regali. E così capita che per vari giorni mi strucco con lo yogurt invece del latte detergente, mi sciacquo i capelli con acqua e aceto invece del balsamo, uso la crema per le mani che giace lì da mesi come crema per il corpo e un asciugamano umido arrotolato per fare il peeling.

A volte così capisco di poter fare a meno di quel prodotto, ad esempio scrub e maschere non li compro proprio più, uso le salviette umide oppure le compongo sul momento con olio e zucchero o sale, argilla ventilata, yogurt e cose simili. Il miglioramento c’è stato e la maggior parte dei prodotti di tutta la famiglia stanno in un unico cestino vicino agli asciugamani. Siamo lungi dal bagno perfetto zen ma ora ho posto anche per alcune piante (no, niente sabbia e rastrelli, è un bagno zen fino ad un certo punto).

Fine della premessa. Spero quindi capiate l’enfasi che metto nell’annunciarvi questa buona pratica mattutina che risveglia la pelle, aiuta a eliminare le cellule morte, riattiva la circolazione, diminuisce la cellulite e costa… una spazzola.

Si chiama skin dry brushing, serve per riattivare il sistema linfatico e se cercate su youtube ci sono vari video che spiegano come procedere. Si tratta di spazzolarsi a secco la pelle con una spazzola naturale per il corpo seguendo un certo schema. Io la mia spazzola l’ho comprata al supermercato, una di quelle spazzole ovali con il manico in legno staccabile che dovrebbero servire per la schiena. Si parte dalle piante dei piedi e si risale fino al cuore, poi le braccia, il petto sempre verso il cuore. Io lo faccio per cinque minuti, altrimenti se va per le lunghe tendo a saltarlo ed è un peccato perché poi l’effetto collaterale è che mi sveglia più del caffé.

E infatti, nonostante durante l’inverno avessi un po’ lasciato perdere, il mese scorso, un po’ preoccupata dai danni provocati dai mesi freddi e dal diradarsi degli allenamenti, mi sono messa d’impegno e ho cominciato il mio dry skin brushing mattutino. Va fatto con un po’ di energia ma senza chiaramente strapazzare la pelle, prima della doccia, ed è una bella sveglia per l’organismo. E’ solo una mia supposizione, ma penso che mettere la pelle in movimento di prima mattina aiuti il metabolismo e la circolazione ed è quindi di gran aiuto dopo il riposo notturno. E sarà suggestione, ma io i risultati li ho visti, come se tutto il mio corpo respirasse meglio e quindi fosse più tonico e meno asfittico. Con solo una spazzola, che vi durerà degli anni, non produce rifiuti e sta bene in qualsiasi bagno che possiate desiderare, zen o meno zen.

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Non cambiare

Quando ho aperto questo blog era un periodo economico nero per la nostra situazione famigliare e forse una delle ragioni per cui l’ho iniziato è dimostrare a me stessa che in fondo non mi mancava nulla, apprezzare ancora di più, condividendolo, quello che avevo, magari piccolo ma con un alto valore personale.

Mi sono stupita di quanto alla fine le mie esigenze diminuissero ma aumentasse la qualità di quelle poche su cui continuavo ad investire. Dieci anni fa passavo la maggior parte delle serate della mia settimana fuori casa, compravo abiti su impulso, mangiavo per la maggior parte cibi confezionati. Ero felice ma forse mi sfuggiva anche una dimensione più quotidiana della felicità che non corrispondeva necessariamente al costo ma piuttosto all’attenzione alla qualità delle azioni di ogni giorno. Perché mangiare dobbiamo mangiare, coprirci dobbiamo coprirci, svagarci dobbiamo svagarci. Ma era come se volessi supplire alla mancanza di tempo aumentando le quantità: adesso mangio di meno, ma ho scoperto sapori agricoli locali che non conoscevo, e tutte le mie verdurine e i legumi biologici della cassetta del Gruppo di Acquisto sono per me dei piccoli lussi su cui baso la maggior parte della mia alimentazione. Mentre mi nutro penso che sto facendo del bene al mio organismo ed è la prima volta. Ho diminuito drasticamente l’acquisto di carne e cibi confezionati e alla fine questo fa sì che pur mangiando prodotti freschi e biologici spendiamo in 4 quanto spendevamo in due anni fa, con le dovute proporzioni. Non posso dire che il mio guardaroba sia ridotto perché in realtà ho ritirato in ballo molti abiti che non mettevo più ma mi capita sempre più spesso di entrare e uscire da un negozio rendendomi conto che non ho bisogno di nulla.

Ho intorno a me la mia famiglia e questo dare/avere quotidiano con le nuove e le vecchie generazioni mi farebbe venire voglia di adottare chiunque non lo può sperimentare giorno per giorno. Non sento vuoti e non mi struggo per riempire quelli che ho. Certo, vorrei una casa più grande. L’avrò, un giorno. Ma mi rendo conto che le dimensione del mio appartamento mi impediscono di accumulare e ringrazio queste 4 mura per questo.

Ieri mi ha folgorato un pensiero, dovuto ad un paio di prospettive positive. E se cambiasse? Se improvvisamente il periodo più o meno critico finisse? Cambierebbe  anche tutto questo? Il pensiero mi ha lasciato quasi un po’ di timore e mi sono resa conto che la verità è che non voglio cambiare, che ormai credo in questo stile di vita. Mi piacerebbe non avere preoccupazioni di sorta legate al denaro ma credo sinceramente che sia giusto limitare i miei bisogni materiali e indirizzarli verso un numero limitato di risorse,  lo stretto indispensabile di beni che abbia però caratteristiche umane forti di qualità, di calore, di eticità, di bellezza. Vorrei accumulare esperienze quotidiane, non oggetti. E poi non voglio riempire tutti i miei vuoti perché non lascerei spazio alla vita di stupirmi, a quello che io chiamo un po’ ironicamente e un po’ no Provvidenza di intervenire. Lo scrivo qui, a memoria futura. Ricordatemelo voi, nel caso.

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Il piccolo imprenditore, la resilienza e la propensione al rischio

Da un anno a questa parte tra le mie varie letture sto leggendo blog e articoli che presentano startuppers che da una piccola idea hanno creato un piccolo business innovativo. Molti di loro, parlando del momento di decidere di licenziarsi da un posto sicuro da dipendente, di lasciare un’attività già avviata o semplicemente di investire tutto il loro tempo, nel caso non avessero già un impiego, nel nuovo progetto, premettono “Per questa ragione/quell’altra ragione io e la mia famiglia avevamo ridotto i nostri consumi e quindi sapevamo di poter vivere con poco.” Le ragioni potevano essere molteplici e non sempre si trattava di un downshifting programmatico: si poteva trattare di un trasferimento lontano dalla città, un problema economico, l’inasprimento dei tassi di un mutuo ventennale, una maternità che decretava la fine di un contratto a termine, o anche la scoperta di un nuovo stile di vita meno consumista.

Ne conoscete, no, di gente così? Adesso il downshifting è più di moda di una borsa di Prada (si, una volta tanto siamo pure trendy, no, up to date, no, la parola che adesso è di moda per dire che qualcosa è di moda). Quello che non avevo realizzato è che questa potesse essere una chiave di innovazione economica. Non sto parlando delle tecniche di farsi il pane in casa, di realizzare da soli pannolini lavabili ultratecnici, di fare upcycling di cose vecchie non più usate o comunque di applicare la creatività alla vita di tutti i giorni.

Parlo della coscienza di essere resilienti ai cambiamenti, di potercela fare anche in condizioni considerate dai più difficili, di avere diminuito la nostra dipendenza da una grande quantità di denaro e di consumo per i bisogni quotidiani. Dato che non ho bisogno di tanto, posso rinunciare ad un po’ di sicurezza e rischiare. Mettere da parte quel tanto che mi serve per coprire il rischio di non guadagnare per qualche anno, o comunque accontentarsi di poche entrate, lasciare quel posto in cui non mi sento di esprimere il mio potenziale, andare tra la gente e vedere se da qualche parte c’è bisogno di quello che posso creare. Con i miei tempi e i miei modi, giocando il tutto per tutto per la mia idea, e cioè non in ricerca di un nuovo posto da dipendente ma da imprenditore, dove provare a farcela in prima persona.

La maggior parte di questi imprenditori sono i cosiddetti bootstrapper, cioè partono con mezzi propri, senza cercare finanziamenti esterni, cominciando magari con un solo prodotto indirizzato ad un pubblico ristretto, puntando sulla specializzazione e sulla qualità. Naturalmente questo non è che si può applicare ad ogni campo: ci sono attività che richiedono di per sé grossi investimenti iniziali e quindi non possono essere avviate in modo incrementale e immediatamente “sostenibile”. Ma se si può loro fanno la scelta consapevole di non ricercare investitori per la loro idea, intascando da subito parte del guadagno e mettendosi a capo di un grosso progetto con gli effetti collaterali di tenere conto della logica “ho investito, devo guadagnarci tanto subito ad ogni costo”, di entrare nel mercato in modo massiccio senza aver avuto il tempo di testare le proprie capacità e la relativa risposta, di non poter comunque decidere una strada veramente nuova perché vincolati dal parere di chi ci ha messo dei soldi per ottenerne molti di più.

Leggendo le premesse alle scelte di questi innovatori, perché di innovatori si tratta almeno nel modo di avviare e vedere il loro mercato, mi sono chiesta se non avevano semplicemente riportato il loro stile di vita, che bada alla qualità più che alla quantità, che limita le spese a quanto veramente è necessario, contando sulle proprie forze, nella propria attività imprenditoriale. Riassumendo in un facile slogan: chi riduce innova.

Questi piccoli imprenditori hanno in genere individuato una nicchia specifica non coperta dalle grandi aziende, o coperta con prodotti così generalizzati da diventare costosi e pesanti perché rispondenti ad esigenze troppo ampie. Io invece ti fornisco proprio quello che serve a te, dicono, senza costi extra ma dandoti la qualità di un lavoro artigianale che una multinazionale non potrà fornirti proprio per la massificazione dei propri obiettivi. In questo modo si va ad alzare la qualità del lavoro di chi opera in settori magari poco frequentati perché considerati marginali per il grande profitto, fornendo informazione e soluzioni ad hoc. Vincono tutti, come dicono gli americani, chi ha creato il prodotto/servizio e il cliente. Si produce mercato senza danneggiare nessuno.

Questo il piccolo imprenditore lo può fare anche perché non va alla ricerca immediata del guadagno, del potere, ma della soddisfazione personale. Chissà, forse anche perché si è esercitato in questo tipo di scelte prima nella vita personale. Senza voler generalizzare, non varrà certo per tutti, ma è un’ipotesi da considerare. Chi è sostenibile e cerca la qualità di vita nel privato, potrebbe farlo anche nel proprio lavoro, quando ci può mettere del proprio.

Pur non essendo un’economista, la prossima volta che qualcuno mi rimprovererà dicendo che la mia riduzione dei consumi rallenta l’economia, gli risponderò con le tante storie di imprenditoria sostenibile che ho letto in quest’anno. E anche se questo post non vuole essere altro che una sensazione e una provocazione , spero che non sia solo una visione ininfluente nel panorama macroeconomico, perché questo tipo di economia mi piace e spero che questa scelta di produrre quanto serve per chi lo utilizza, senza indurre bisogni che sfociano nell’accumulo, sia davvero la molla per un nuovo modo per pensare la legge di domanda/offerta.

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