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Jole

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Ci sono modelli che appena li fai avresti voglia di rifarli, magari cambiando lana e qualche particolare, per il gusto che ti hanno dato. Jole è uno di questi modelli versatili, con quel quid geniale dato dalla scollatura asimmetrica che si inserisce perfettamente nella lavorazione top-down. Lo si può trovare nel libro di unitecontroilcancro, che riconsiglio di avere perché si fa del bene e si fa del bello a comprarlo.

In realtà la sua lavorazione risale all’anno scorso. Che qui, quando si parla di gratificazione istantanea da maglia, per me il concetto si traduce nell’avviare le maglie per un maglioncino striminzito ©, cioè quei top aderenti fatti di pochi gomitoli, quanti quelli di uno scialle e poco più di quelli di un collo, che poi però ti metti addosso e non puoi definire solo “accessori”. Perché dire “ho fatto un maglione” anche se piccolo e stretto, alza comunque la tua autostima lanosa, pure se è il centesimo che fai.

Ho provato a fotografarlo a suo tempo da sola con spirito acrobatico ma le foto erano uscite terribili e poi non l’avevo messo spesso perché la manichina corta poco si addiceva ai freddi climi bolognesi. La lana non mi ricordo da dove viene e ora non ho più la fascetta ma era un misto mohair con 15% di acrilico, tollerabile visto che il mohair ha comunque bisogno di un po’ di sostegno, con questo colore e consistenza che sembra venire direttamente dagli anni ’80. Fortunatamente me ne avanzava un pochino, di filato, e sono riuscita ad allungare le maniche a 3/4, lasciando in fondo uno spacchettino simile a quello che avevo lasciato sui fianchi per facilitare la vestibilità.

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Il maglione rivela un mio difetto atavico nel lavoro, il bordo delle coste che non mi viene mai dritto dritto come vorrei, e con i ferri circolari il problema sembra si sia acuito, devo capire perché, ma lo amo lo stesso, così, asimmetrico e un po’ imperfetto.

from instagramLo indosso così, fermato dalla spillina con le perline di corallo del battesimo e abbinato al marrore per evitare l’effetto troppo eigthties e chi segue il mio profilo di instagram lo trova battezzato come pezzo del mio #guardarobasentimentale, perché addosso con lui porto la storia di Jole e di un bel libro con un pattern che porta il suo nome, un modello che va oltre il suo design perché racconta un pezzo di storia e di amore della figlia di Jole, che l’ha inventato e ha voluto donarlo per aiutare altre donne nella lotta contro il cancro.

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Guida al guardaroba sentimentale

Due giorni fa c’è stato il grande evento della vendita al pubblico della collezione Maison Martin Margiela per H&M e, dopo la prima lettura, ho saltato a pié pari tutti i post che ne parlavano, anche perché le décolleté con il tacco il plexiglass mi piacevano molto e non me le potevo permettere quindi meglio non porsi il problema.

Mi sono chiesta come un evento simile possa essere alla fine così assorbente per così tante persone, e come mai mi lasci fredda, nonostante il mio apprezzamento per i bei vestiti e le belle scarpe, nonostante mi ricordi spesso come sono vestite le persone in un dato momento fino nei dettagli e nonostante mi giri per strada se vedo un outfit gradevole. Però ho fatto la fila alle 5 del mattino per prendere i biglietti per il loggione del Comunale di Bologna ma non penso la farei mai per una borsa, o un paio di scarpe: credo che non sia tanto per la borsa o per il paio di scarpe, che se belle possono a mio avviso valere del sacrificio, quanto per la seccatura di prendere parte ad un evento tutto sommato inflazionato. E lo snobismo che c’è in me viene fuori prepotente e si manifesta nel non volermi di proposito vestire alla moda, nonostante mi intrighi e interessi.

Sì, vedere i nuovi trend mi piace, c’è tanta e tale sovrapposizione di significati nel modo in cui uno soddisfa il bisogno di coprirsi dal freddo e adeguarsi al comune senso del pudore che classificarlo semplicemente come frivolo o banale mi pare altrettanto superficiale. Ma non riesco a pensarci a lungo, a non inarcare un po’ la schiena quando vedo certi eccessi e a non sentirmi un po’ in colpa se compro un paio di scarpe che considero superfluo.

Qualche tempo fa però una mia amica ha detto qualcosa che mi ha piacevolmente sorpreso. Mi ha raccontato che era in un negozio, ha visto una maglietta che pensava di comprare, poi si è detta che io non l’avrei presa e l’ha rimessa a posto. E quando le ho chiesto perché mi ha confidato che ero un suo modello di stile, che le piaceva molto come mi vestivo “con armonia”.

Finito questo attimo celebrativo, generato da un complimento non estremamente frequente e per questo degno di nota, lo prendo come occasione di raccontarvi un po’ la mia guida al vestirsi con sentimento, che chissà quando mi ricapita.

  • Porto a lungo gli stessi abiti, li passo di anno in anno, li amo perché mi ricordano periodi felici della mia vita. Tra le altre porto ancora delle camicette e delle gonne acquistate quando avevo 14 anni. Alcuni sono fatti a mano da me o da mia madre, come i maglioni, molti arrivano da amiche, altri sono regali. Mi incapriccio di modelli che ricordano libri che ho letto, di accessori che possono avere un significato quando li osservo. Se lascio andare un abito, o è rotto, o è davvero usatissimo, o non ha dei bei ricordi associati. Se non è così lo modifico, cerco un abbinamento che lo valorizzi, lo faccio rifare uguale dalla sarta, oppure lo regalo a qualcuno che ne apprezzi la storia. Ho appena regalato ad una cara amica l’abito che avevo quando ci siamo conosciute. Lei non lo ricordava, io sì, ed ero sicura che le sarebbe stato meglio che a me. Non mi vesto vintage, richiederebbe troppo sforzo, mi vesto di roba vecchia ben tenuta.
  • Compro raramente quello che è di moda quell’anno (mocassini borchiati, non mi avrete!). Se passa almeno un paio di stagioni senza che mi stanchi vederlo addosso ad altri, può avere una chance. Ci ho messo qualche anno prima di avere un paio di scarpe con plateau, e anche quando le ho prese era piuttosto moderato.
  • Per questo motivo acquisto molto volentieri negli outlet. E’ roba per definizione passata di moda quindi per me ha un valore aggiunto. Preferisco gli outlet con  i capi smarchiati, sono un incentivo a leggere le etichette e guardare attentamente taglio e cuciture. Comprare un capo che poi va amato e tenuto diventa impegnativo e questo aiuta a rifuggire l’acquisto compulsivo o quello troppo noioso “perché è basic quindi serve sempre”.
  • Non leggo riviste di moda. Non mi piacciono molto i loghi, cerco di non acquistare nulla di particolarmente riconoscibile e trovo poco fine che si possano contare quanti soldi qualcuno ha addosso per via dei pezzi noti di stilisti che veste quel giorno.
  • Con il fatto che porto spesso le stesse cose, cerco per loro l’abbinamento ideale, lo studio provandolo con vari pezzi e se vedo che ci starebbe proprio bene un capo che mi manca, lo prendo. Per questo motivo metto quasi sempre gli stessi pantaloni con lo stesso cardigan. Se un abbinamento è perfetto perché cambiare? E questo risolve la maggior parte delle volta cosa mettermi la mattina davanti all’armadio.
  • Nei periodi di stanchezza mi vesto spesso di nero per cui cerco di non vestirmi di nero per non sentirmi troppo stanca.
  • Raramente compro un capo con una decorazione che si ferma al davanti, li trovo monchi.
  • Un collo a girocollo perfetto è un’assenza di collo.
  • L’unico capo basic che ritengo indispensabile è il pantalone nero a sigaretta. Qualsiasi altro capo se ha un compagno con cui sta bene nell’armadio diventa necessario.
  • Ho una marea di idiosincrasie per quanto riguarda l’equilibrio dei colori in un insieme, e decisamente il color block non fa per me. Non ce la posso fare a mettere le scarpe magenta con l’abito verde. A meno che non ci aggiunga anche una cinturetta magenta e un foulard magenta. E magari un minuscolo paio di orecchini verde e magenta. Si lo so, si vestiva così mia nonna. Ma  io a mia nonna volevo molto bene quindi in un guardaroba sentimentale ci sta.
  • Porto pochi gioielli, in genere non vistosi. Molti di quelli in metalli preziosi che avevo li ho dati come premio per delle lotterie di beneficenza e non ne sento la mancanza. Se invece qualcuno mi regala un paio di calzettoni misto cachemire decorati a piccoli motivi cravattosi li uso finché posso.
  • Adoro mettermi addosso sfumature di uno stesso colore. Scarpe, calze e forcine comprese.

Non sarò mai una trend setter e credo che chi mi viene a leggere qua non se lo aspetti. Nessun fotografo di street style probabilmente mi fermerà mai per strada. Ma mi sento bene nella mia pelle e nei vestiti che indosso e, anche se mi piace fare shopping, ho fondamentalmente tutto quello che mi serve per la vita che conduco. E fondamentalmente spendo poco, pur comprando abiti di qualità, si, a volte firmati, che mi durano negli anni. Quindi, mio caro MMM per H&M, tienti pure i tacchi di plexiglass, tanto non saprei con cosa abbinarli (disse dell’uva la volpe).

Nota. Si, lo so che succede nel mondo, e che ci sono eventi più importanti di questo di cui parlare. Ma come sapete, questo è il mio spazio color pastello, e le brutte notizie ci entrano solo in rosa e con ironia.

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Rimbocchiamoci le maniche

WordPress mi annuncia che questo è il centesimo post del blog e io lo spenderò su un argomento inconsistente ma che mi sta dando grandi soddisfazione in questa stagione di mezzo, cioè il problema della lunghezza della manica della giacca.

Io portavo pochissimo le giacche proprio perché hanno le maniche da giacca. Maniche rigide che anche in quelle meglio tagliate risultano sempre un po’ fastidiose quando cadono sul polso mentre si cammina e un po’ corte o ampie quando si sta seduti davanti ad un interlocutore, non parliamo nel caso si debba lavorare al computer. Eppure la giacca sagomata ma un po’ maschile è proprio un capo in cui mi vedo bene. Ma no, ci provavo un giorno, poi le mettevo via. Oppure le portavo dalla sarta, e quante maniche ho provato a stringere, accorciare, modificare negli ultimi anni. Ho pensato anche di sostituirle con maniche a maglia, ma non l’ho mai fatto, ho ancora remore sulle tecniche miste, temo di non riuscire ad integrarle bene. Ma nulla risolveva radicalmente il mio problema: il mio avambraccio la giacca non la sa portare.

Finché ieri non ho visto questo video di Garance Doré (da metà video, quanto passa alla giacca blu). Non è che non lo sapessi che qualcuno le maniche le porta rimboccate, ma dato che ho cominciato ad arrotolare il bordo dei boyfriend jeans solo quest’anno capite che la cosa mi potesse essere sfuggita come applicabile alla mia età e al mio guardaroba. Ho provato e la manica rimboccata è una meraviglia, strano a dirsi slancia la figura e rende subito la giacca più portabile. E così ieri sono andata in giro con la mia giacca gessata Tonello (pagata un decimo del suo costo qui), la maglietta grigia con le paillettes Hard Rock Café di Kuala Lumpur, pantaloni capri neri e ballerine per tutto il giorno sentendomi a posto ma rilassata, mentre in genere con la giacca mi sento rigida e poco a mio agio. Potere di una manica arrotolata.

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Lo scollo a barchetta a modo mio

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Uno dei grandi vantaggi di lavorare a maglia è che, quando nei negozi di abiti non trovi quello che cerchi, hai sempre un modo per fartelo da sola. Un altro vantaggio è che puoi applicare la tua fantasia o, nel mio caso, arte di arrangiarsi e ottenere dei capi particolari che, appunto, nei negozi non ci sono. Originali per caso ma pure sempre unici.

Questa semplice maglietta in cotone blu risale alla fine degli anni ’90 ed è costruita con una tecnica che ho escogitato  per riuscire ad aggiustare un capo dallo scollo “sbagliato” e che poi è diventata una specie di marchio di fabbrica, l’ho applicata a moltissimi modelli, questo però prima di cominciare a lavorare con i ferri circolari e top down. Dato che l’ho messa i primi di Giugno per una gita con amici, ho convinto un Partenopeo riluttante a farle due foto (e naturalmente non avevo nessuna intenzione di far passare un mese per pubblicare il relativo post), ve la mostro nella sua dimensione un po’ vintage.

Perché a quel tempo c’era la caccia alla maglietta “perfetta” per la propria figura, non troppolargacheticoprailsedereafilo ma che, proprio perché così dipendente dal fisico di ognuna, non era tanto facile trovare. Specie blu scuro, da abbinare ai pantaloni a righe e fantasia che si usavano quell’estate. Naturalmente ci andava uno scollo a barchetta, gli scolli sono la mia ossessione e quelli a barchetta “squadrata” i miei preferiti, e avevo già fatto alcuni capi con questa tecnica e il solo tocco di estro rispetto alla mia produzione quasi seriale è stato inserire le fasce a grana di riso doppia sul bordo inferiore e sulle maniche.

La maglia è semplicissima da realizzare, si tratta di due rettangoli per il fronte e il retro, uniti lungo i fianchi e appuntati sulla spalla superiore. Le maniche sono due corti trapezi da modulare a seconda della larghezza e dello scalfo desiderato. La particolarità del collo è ottenuta inserendo due triangoli a grana di riso cuciti sui lati lunghi sotto il corto bordo superiore a coste tubolari della maglia. Le figure geometriche più semplici, un capo senza pensieri a cui sono ancora affezionata e che ogni tanto mi risolve il “cosa mi metto sopra il jeans elasticizzato”? E poi volete mettere la soddisfazione di un capo su misura che è rimasto tale dopo una quindicina d’anni e due gravidanze?

   
 
 
L’abbinamento è banalissimo, ma che volete, è pur sempre una maglietta che viene dagli anni ’90 ed ero in gita con i bambini. 
   Maglia di cotone – home made, jeans – Muji, sneakers scamosciate – Walsh, orologio – Seiko (e secondo me pure quello ha più o meno gli stessi anni), occhiali da sole (e da vista) –  Moschino (indovinate? tardi anni ’90 pure quelli…).

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Gli scialli e l’effetto nonna

Mi avanzava una bella pallotta dell’alpaca usata per l’Argilla e la gratificazione di sentire questo filato sotto le dita mi aveva lasciato la voglia di lavorarla ancora, senza contare che da tempo ho messo sulla lista dei capi indispensabili da procurarmi un maglioncino grigio perla, che completerebbe con estrema soddisfazione alcuni pantaloni e giacchini che ho nell’armadio. Purtroppo per un maglioncino, neanche striminzito ©, non bastava, allora ho pensato di farne un complemento che con una maglietta semplice sotto rendesse un effetto analogo.

Non solo per natura una sciallista, ne faccio pochi e sto in genere molto attenta alla vestibilità. Trovo che il modello sbagliato, portato magari con l’abbinamento sbagliato, sia quanto più infagottante ci possa essere sulla piazza. Se c’è un esito che la tricoteuse appassionata con smanie modaiole deve fuggire è “l’effetto nonna” e fare uno scialletto grigio è come camminare su un crinale periglioso a valle del quale ti attendono spunzoni e spunzoni di mise nonnesche.

Nonostante questo, ho deciso di fare uno scialletto grigio. Ho ripreso come modello di base l’Azzu di Emma Fassio. L’Azzu è un modello geniale nella sua semplicità: la sua versatilità sta proprio nella forma, che abbina la vestibilità di una sciarpa alla bellezza di linee di uno scialle. E’ lungo, si avvolge attorno al collo con facilità, cadendo poi a misura sulle spalle, senza lembi che pendono di qua e di là come può capitare a chi, come me, gli scialli non li sa proprio portare, ma non è poco aggraziato come il banale rettangolo sciarpesco. Per evidenziare la morbidezza del filato, ho deciso di lavorarlo largo, con ferri del 9, in modo da accentuare l’effetto caldo, arioso e un po’ rustico, e sono molto contenta del risultato. Sempre per calcare sull’effetto caldo-ma-leggero, ho modificato il disegno del modello con un bordo più spumoso e caratteristico, più buchini, più legaccio, più spessore e leggerezza.

Ho fatto le foto senza neanche svaporarlo quindi i bordi risultano ancora un po’ stortarelli, ma stavo quasi pensando di tenerli così, imperfetti e mobili.

Per quanto riguarda il livello di gratificazione, è stato decisamente elevato: un avanzo di un filato di qualità, pochi giorni di lavoro e un capo morbido come è difficile trovarne. E ora, con tutta quella neve qui fuori, non posso desiderare di più.

E ora gli abbinamenti:  Azzu shawl – home made, cardigan misto cachemire con doppia abbottonatura – Diffusione Tessile, jeans neri – Muji. 
Si fa così? Temo di non essere molto portata come knitter-fashion-blogger.

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Chiamala, se vuoi, Provvidenza

E’ una vita che non compro più riviste di moda ma non è che non mi piacciano. Sono però carta da buttare, non vedo nessuna ragione civile o morale per modificare radicalmente il mio guardaroba a seconda delle ultime tendenze della stagione e la magrezza delle modelle mi fa fare mediamente brutti pensieri, tipo prendere un imbuto gigante per obbligarle a mangiare. Quindi, niente riviste.

In compenso, seguo svariati blog di quelle che si dice siano fashion blogger e che ai miei occhi sono ragazze simpatiche che commentano, raccolgono fotografie per il web e  immortalano le loro mise preferite e che alla fine dei conti mi fanno fare varie riflessioni sul senso del vestirsi e dell’acquistare abiti. Perché, che si tratti di potevofarelamodellaeinvecehostudiato, di appassionate di vintage o di fashion victim presenti ad ogni incontro modaiolo, seguendole per un certo periodo quando ritorno regolarmente sui loro blog alla fine rimane un’impressione fortissima: che si vestano alla fine sempre più o meno allo stesso modo.

O, altrimenti detto, hanno uno stile molto ben definito. Ma allora, è poi così necessario comprare comprare comprare se costoro, che a volte si lamentano di non resistere agli acquisti e non avere più il minimo posto nell’armadio, danno invece un’idea così chiaramente precisa del loro modo di presentarsi? Perché alla fine, se sei tipa da minigonna e ballerine, puoi anche prenderle argentate o verdi a pois rosa, e variare con short e minidress, ma sempre l’idea che sei una da minigonna e ballerine rimane. Ed è pure una cosa positiva.

D’altro canto tornare nei loro blog è rassicurante. Vedi che anche quando sono in auge i tacchi sottili c’è chi se ne frega e chi li incorpora nel proprio stile, che se va il color blocking alla fine basta aggiungere un paio di ballerine rosse per fare l’affare, che il verde e l’azzurro sono deliziosi insieme e il rosso e il rosa ancora di più. E che forse davvero un guardaroba limitato allo stretto indispensabile, basta che sia azzeccato, e poche innovazioni ogni tanto può essere più che sufficiente per un’immagine varia, riconoscibile e curata, che sia gradita a te e a chi ti circonda. Perché sarà pur vero che è importante essere belli dentro, ma di tutta questa bellezza interiore forse qualcosina si potrà anche manifestare nell’accostamento dei colori e del tipo di capi scelti.

Uscendo dalla filosofia, io spesso vado a leggere Trashic, lì portata soprattutto dalla simpatia di Barbara e Caia, che sono donne assolutamente normali e prendono la moda con ironia e concretezza. Che vuol dire anche non spenderci troppi soldi, non comprare troppe cose e non esserne ossessionate. Ora sto seguendo le pratiche lezioni di stile di Caia, all’insegna del Less is more, che è sempre un buon biglietto da visita per me.  E lei mi ha convinto a riarchiviare lo zainetto, anzi, reinterpreto, riservare ai weekend rilassati i miei pratici zainetti, ritornati in auge dopo la nascita del Piccolo Guascone per l’esigenza di avere le mani sempre libere con due bimbi da riacciuffare, e passare nuovamente alle borse, più adatte forse al mio abbigliamento da lavoro (no, non quello a casa di fronte al computer, quello in cui devo andare in giro a parlare con la gente).

Il problema è che io di borse sufficientemente grandi per mettere il kindle, il lavoro a maglia, fazzoletti da naso in morbido tessuto nella loro apposita bustina, salviette, minitrusse da trucco improvvisato, cartelle di documenti, buoni sconto dei supermercati e le borse della spesa riutilizzabili non ne avevo. Perché la riduzione dell’usa e getta e portarsi sempre i propri hobby dietro hanno la loro tassa da pagare in spazio fisico.

Vado a vedere su Yoox, che ci sono i saldi fino all’85% e trovo una borsa arancione, capiente il giusto, di Gattinoni, a un quinto del suo prezzo. Starebbe benissimo con il mio citron, mi piace e mi pare un affare. Visto che ci sono infilo nel carrello virtuale anche un levi’s scontatissimo e un altro paio di cosine. Poi mi fermo. Vado a vedere lo stato di conto corrente e carta di credito e vedo che stiamo sforando il budget mensile. A malincuore chiudo la pagina e lascio scadere il carrello. Niente da fare, i tempi sono di magra e lo zainetto può fungere alla bisogna per un altro po’.

Fine prima scena. La seconda comincia il giorno dopo nel mio garage, in cui avevo accumulato delle cassette di legno delle arance acquistate con il GAS l’anno scorso. Dato che dovevo passare vicino a casa di un’amica (tra l’altro, un reale esempio di less is more vivente) a cui in genere le porto d’inverno per alimentare il suo camino, le carico in macchina, sento se è in casa e le consegno. Dopo le inevitabili piacevoli chiacchiere, mentre sto per uscire lei mi fa “Non è che ti serve una borsa?”. E mi fa vedere una borsa color melanzana, graziosa e capiente e che potrebbe aprire un proficuo dialogo con la mia sciarpa nei toni del viola. “Me l’hanno regalata, non mi serve e mi occupa posto nell’armadio e non mi fa trovare le cose che mi servono e mi piacciono” (impara, Lisa, impara). Un po’ meravigliata e molto felice ho in pratica barattato le mie cassette di legno con quella borsa che andava a soddisfare una delle poche esigenze del mio guardaroba. A volte bisogna avere almeno un po’ di bisogno, un piccolo vuoto, per vivere un po’ lo stupore dei perfetti incastri che la vita ti riserva.

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Struffoli (cappello e sciarpa-cravatta)

E siccome a fare dei polsini e una balza non si usa la lana di tutto un gilet, ecco il cappello e la sciarpa cravatta struffolosi.

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Il fiore sul cappello è fatto con un filato irregolare con gli stessi colori di quello struffoloso con cui avevo fatto i bordi del gilet originale. Non ho la caterinetta per cui ho fatto l’i-cord ai ferri come avevo letto tempo fa da Beadsandtricks (grazie Alessia!) e anche tratto ispirazione per il fiore, che però al centro ha una pallina struffolosa.

La sciarpa-cravatta è fatta prima costruendo un piccolo cilindro con i ferri circolare, poi riprendendo una doppia fila di maglie su un lato e proseguendo con i ferri circolari in modo da fare una specie di lungo tubo con un cappio all’inizio. Sul finale raddoppiare di colpo le maglie e poi diminuirle dimezzandole ad ogni giro per fare la pallina terminale e fermare così la cravatta.

Ah, e quelle sono le piastrelle e lo specchio del mio bagno, in mancanza di fotografi terzi.

Ok, è un po’ estroso, ma è caldissimo e poi chi ammetterebbe di non avere abbastanza personalità per portarlo? Io no di certo!

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