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L’ozio e le virtù

Penso che la prima volta sia stata a 14 anni, quando guardando le dimensioni de Il Signore degli anelli ho pensato: questo me lo leggo in vacanza altrimenti non me lo godo. Chiamateli buoni propositi, o compitini delle vacanze, ma io li faccio ogni anno. Si, dai, anche voi, lo so. Lo dite, che volete solo fare le lucertole al sole a sfogliare Marie Claire, ma poi in qualche parte del cervello ce l’avete quella cosa che non riuscite a fare durante l’anno e che promettete a Giugno che entro Settembre avrete fatto, anche solo darsi tutti i giorni la crema. Perché pure a Giugno si fanno i buoni propositi, ma a scadenza stretta, e magari si rispettano pure.

Io quest’anno un po’ stacco. Dopo 3 anni di lavoro quasi continuativo ho bisogno di guardare per un momento da un’altra parte: la maggior parte dell’estate la passerò con il solito regime fifty-fifty tra lavoro e famiglia, che comunque mi piace. Ma ci sono cose che è difficile inserire in tempi cittadini e lavorativi e che sono altrettanto importanti e quest’anno me li concederò.

Tipo finire quegli americani in canapa per le colazioni nel microgiardino. Tipo leggere qualche bel tomo che aperto la sera potrebbe indurre troppo velocemente il sonno. Ho lì gli Essais di Montaigne. In lingua originale, sì, altrimenti non lo stavo qui a scrivere e a darmi arie. Tipo riprendere a correre la mattina sui bastioni e finalmente concentrarmi su quei dvd di yoga che possono essere apprezzati solo nella dovuta calma. Tipo sperimentare nuove ricette di gelati fatti in casa. Due o tre volte a settimana mi parrebbe un buon ritmo. Tipo farmi una gonna svolazzante con uno scampolo comprato in un momento di debolezza. Tipo finire quel corso della Standford University su Coursera, che un po’ c’entra con il lavoro ma è abbastanza astratto da dare piacere intellettuale ed essere difficilmente applicabile dal punto di vista pratico. Tipo insegnare al Primogenito a nuotare senza braccioli. E anche al Cadetto, se ne ha voglia.

Tipo scrivere un po’ di più. Non su Facebook. Tipo fare qualche partita a giochi da tavolo con il consorte, e finire di vederci le ultime stagioni del Doctor Who, che fra poco sono 10 anni che abbiamo convolato e un po’ di back to basics ci sta bene.

Come al solito, ho la lista già fatta, e pregusto già il piacere di spuntare le varie voci: non devo fare tutto, ma qualcosa sì. Anche nel mio fondamentale testo di riferimento educativo, Piccole Donne, ci sono ben due capitoli con la morale “tutto spasso e niente impegno va male quanto tutto lavoro e niente riposo”. Sono ottocentesca dentro, lo sapete, e poi anche Louise May Alcott andava a correre tutte le mattine, e chissà che fatica con quelle gonnellone.

Perché l’ozio può essere papà di tante virtù (che bel termine ottocentesco anche questo!) e io intendo essere meno stressata e più virtuosa, sorridente e impegnata questa estate, certamente più di quanto lo sia stata negli ultimi tempi.

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Un ebook per Louisa May Alcott (e un po’ del midollo di Thoreau)

Ho letto Piccole Donne più o meno una ventina di volte. Piccole donne crescono almeno una decina e Piccoli uomini un numero intermedio tra i due. Per imitarle, in quinta elementare ho preparato ben due numeri di una rivista per bambine con articoli di condiviso interesse come “Cambiamo la cameretta” e “Da grande farò la fioraia”. Piantavo i fiori sul terrazzo, volevo fare la scrittrice come Jo e consideravo il mio fardello del pellegrino il mio aspetto da secchiona. Con tutto il loro contesto moralista, sono stati pietre miliari della mia educazione sentimentale: ho pianto tutte le volte che Jo rifiutava Laurie, pur capendo che aveva bisogno più di una figura adulta come Fritz che di un ragazzo e compagno di giochi. Ho letto il Vicario di Wakefield, che Jo divora in un capitolo scoppiando a ridere e svegliando la zia March, solo per cercare disperatamente la scena da lei citata e non trovandola nella mia edizione. E mi ero ripromessa di avere una famiglia numerosa con cui mettere in scena intere commedie, come loro, invece mi ritrovo mamma di due maschietti, proprio come Jo.

Louisa May Alcott ha scritto molto di più oltre Piccole Donne: io ero riuscita a leggere il delizioso Jack e Jill, in una edizione fuori produzione, e un’orrenda versione rimaneggiata di Otto cugini + Rosa in fiore, divenuta per l’Italia Rosa e i suoi 7 cugini. Nonostante ora sia più semplice acquistare su internet questi romanzi, grazie anche a varie recenti ristampe, altri racconti, lettere, romanzi brevi e articoli apparsi su giornali locali si trovano prevalentemente su internet. E spesso gratis, persino su amazon.com, con estensione .mobi. Inutile dire che ho scaricato tutto lo scaricabile della Alcott, da leggere sotto le coperte o alla fermata dell’autobus, perché in questo periodo un po’ di moralismo trascendentalista mi si confà proprio. E non solo. Oltre questa overdose gratuita ho comprato un ebook, una biografia incrociata (per nulla edulcorata) di Bronson Alcott, il padre di Louisa May, e della scrittrice, e la sto divorando. Louisa ha avuto tra gli altri come insegnanti quando era piccola Emerson e Thoreau, che erano amici di famiglia e compagni di trascendentalismo del padre. Thoreau, avete presente, quello che viene recitato anche nell’Attimo fuggente, quello che andava nei boschi per vivere con saggezza, vivere con profondità e succhiare tutto il midollo della vita, per sbaragliare tutto ciò che non era vita e non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto. Thoreau che ultimamente mi trovo citato in tutte le salse su blog e romanzi. Anche questa è serendipità, e se il destino mi dice che devo leggere Thoreau, leggerò Thoreau. Sul kindle, gratis, c’è Walden, e forse dopo passerò a Emerson, così mi faccio un’idea globale. Perché, come mi diceva mia mamma che insegnava letteratura inglese, per capire un autore o un periodo meglio chiudere i libri di critica e cominciare a leggere in serie i testi, tanto questi sono diventati famosi perché avevano una qualche idea fissa e sicuro che te la ripropongono in tutte le versioni finché non la capisci direttamente da loro. E dato che per me era più facile leggere molto piuttosto che studiare poco, ho sempre applicato con sollievo il consiglio. Quindi, midollo sia.

Tornando alla biografia, una frase mi ha folgorato e ve la riporto traducendola molto liberamente: mentre da bambina viveva nel lusso intellettuale, con cotale entourage, dal punto di vista pratico la sua famiglia era povera e spesso in difficoltà.

Lusso intellettuale. Wow. Che bella accoppiata di termini. Per la Alcott lusso intellettuale era avere come insegnanti dei futuri grandi filosofi e poter leggere i libri che voleva perché aveva a disposizione le loro biblioteche. Mi sono chiesta e mi sto chiedendo che cosa sia il lusso intellettuale in quest’epoca in cui il mondo occidentale ha un tale accesso al vasto patrimonio di cultura storica.  Mi rendo conto del mio privilegio, dato dal potermi permettere ereader, collegamento a internet, dall’amore per epoche non più coperte dal diritto d’autore, e dal poter leggere correntemente anche in inglese e francese. Certo è che ho la possibilità ora di avere un tale accesso alla cultura passata che quasi mi spiazza, mi rende bulimica, mi stordisce. Sarà questo il lusso intellettuale? Scaffali e scaffali virtuali a cui accedere senza dover far stare tutto in un budget limitato? Non solo, certamente, c’è anche l’attualità, il teatro, la conversazione, la condivisione. Ma ammetto che ora mi sento davvero ricca, ricca, ricca.

Presentazione dei personaggi, svolgimento, climax, anticlimax, finale con morale. Quale morale? Che amo l’800, il romanzo classico, i moralismi, ma sono felice di vivere in quest’epoca cinica e frammentata in cui posso attingere a piene mani a quanto mi interessa e mi appassiona. Battuta finale. Fine.

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Poesie in bagno

C’è stato un periodo che in bagno, nella mensola proprio di fronte al posto in cui si sta più soli, tenevo dei libri di poesie. Classici, un po’ scontati: Whitman, Neruda, Dickinson. Mi piaceva, mi sembrava un piccolo lusso per me, che la poesia la frequento poco e da profana, e per chi mi veniva a trovare. La saponetta biologica all’olio d’oliva, l’asciugamano pulito e una poesia da leggere: ironicamente, un battito di bellezza per il momento meno poetico della giornata. Oggi la radio mi racconta che è la giornata mondiale della poesia. E io faccio sparire i giornalini dei supermercati, riprendo quei libretti e li rimetto sulla mensola, che ce ne è bisogno.

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kindle

Ogni tanto qualche investimento bisogna farlo. Per guadagnare spazio, evitare ulteriori rifiuti e aumentare la mia qualità della vita. Dietro questo in me spesso di nascondono tante scuse per spendere a vuoto ma stavolta penso di avere un nuovo oggetto molto utile.

Fortunatamente qui ci ha pensato Babbo Natale e non ho dovuto programmare l’acquisto di un e-reader. Non un tablet pc, ma un semplice e-reader, perché tanto la funzione che volevo era quella e tutti mi dicevano che davvero era come leggere carta stampata: perché i mobili di casa mia si stanno piegando sotto il peso dei libri, perché mi scoccia leggere e buttare nella carta riciclata quintali di giornali e riviste, perché spesso per lavoro ho bisogno di acquistare in tempi brevi manuali disponibili solo su librerie on line straniere, perché mi garba l’idea di portarmi dietro un’intera biblioteca in qualche decina di centimetri quadrati e infilarla in borsetta senza dover per forza scegliere le versioni tascabili, perché consuma pochissimo e si deve ricaricare di rado, perché vorrei leggere testi gratuiti scaricati da internet senza fissare un monitor e perché spesso è difficile trovare edizioni di testi di qualche anno fa e io spero che il mercato digitale supplisca alle mancanze del mercato editoriale, perché così posso tenermi gli schemi a maglia tutti insieme e passare dall’uno all’altro senza foglietti sparsi. Ma soprattutto perché a casa nostra non c’è più spazio, anche per i libri. Ne abbiamo già tanti.

La mia nonna contadina avrebbe detto troppi.

E proprio perché il libro, come oggetto fisico, ci piace tanto, possiamo ora tenere quelli più belli, quelli con illustrazioni e rilegature curate, quelli con una bella carta da sfogliare, quelli che hanno dei ricordi tra le loro pagine, quelli da consultazione, ma fare anche un po’ di spazio all’aria. In generale vedo così la nostra futura casa, un po’ per ripiego un po’ per stile di vita, meno oggetti reali per casa, device più piccoli, tutto quanto può essere digitalizzato memorizzato in scatolotti di dimensioni contenute, elettrodomestici multifunzione, prestiti e scambi continui per possedere meno ma avere più varietà, consumo e non accumulo e spazio per le persone. E devo ammettere che mi sembra molto più ecologico (anche se assolutamente contrario ai miei sogni originali di felicità) avere una casa piccola (da vivere, da riscaldare, che occupa terreno coltivabile, che in generale sfrutta meno risorse) che una casa più grande necessaria perché ingombra di oggetti, anche se si tratta di libri. Mi riempio spesso gli occhi di quelle case giapponesi che sembrano vuote di tutto, e mi dico che devo capire il loro segreto e portarlo qui nel mio appartamento di 65 metri quadri al terzo piano. Si, lo so, Esopo e le sue volpi avrebbero da dire e infatti la mia casa la sento piccola comunque, per quattro persone e un ufficio casalingo, ma almeno così posso ridurre il mio desiderio di spazio futuro.

Tornando all’argomento del post, l’unica cosa negativa che trovo in questo nuovo strumento, è che al momento gli ebook di libri recenti costano circa come gli hardcover, e non mi pare giusto. Ma per fortuna si tratta dei testi moderni, e io invece sono cresciuta a base di ‘800, e Dickens e Balzac costano pochi euro o nulla.

Per infilare in kindle in borsetta però ci voleva almeno un vestitino. Nella foto potete vedere quello che gli ho imbastito in 5 minuti 5. Il feltro è ricavato da una maglia mezzo infeltrita per sbaglio che ho finito di infeltrire facendole fare un ciclo a temperatura più alta in compagnia di jeans e indumenti pesanti con centrifuga finale. Ne ho tagliato un rettangolo irregolare e l’ho cucito molto grossolanamente con un cordoncino rosso da ricamo, lasciando i nodi a vista e non facendo espressamente la minima attenzione alla regolarità dei punti, che tanto in così poco tempo non avrei potuto garantire. In attesa di farne uno più preciso e più carino, questa è una soluzione pratica e a costo zero che ho immediatamente utilizzato.

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Mille e mille libri, mille e mille storie

Quando qualcuno viene a trovarmi a Bologna, e vuole vedere la città, la visita comincia sempre da un punto preciso del Centro, accanto a Piazza Maggiore, il posto più bello di Bologna, più civile, il posto della memoria e del presente. La Sala Borsa. La sala Borsa è una biblioteca, e come tutte le biblioteche, è piena di libri. E già questo basterebbe. Libri che puoi prendere, sfogliare, cercare, leggere, portare a casa, rileggere. E cd, dvd, giornali, riviste, e fantastiche poltroncine. Per entrarci passi sopra a squarci vetrati che ti sostengono su rovine villanoviane, etrusche, romane. In alto balconate liberty. A seconda dell’ora studenti, bambini, anziani, professionisti e non fanno diligentemente la fila per portarsi a casa l’ultimo best seller o il testo di studio, e si può sbirciare a che titolo si abbina la cravatta di quello dietro di me e che romanzo si porta a casa la messa in piega davanti a me.

E tutto ciò, gratis. Certo, pagato con le nostre tasse, ma quando le devo versare ho la mia lista di cose per cui vale la pena farlo, e la Sala Borsa è tra queste.

Io amo i libri. Mi piace l’oggetto, il ricordo, la lettura e la rilettura. Sono cresciuta in una casa piena zeppa di libri, in cui appena ne finivo uno potevo arrampicarmi per prendere il successivo dalle tante librerie che tappezzavano stanze e corridoi. Da quel tempo per me i libri sono anche oggetti di arredamento, non so pensare una stanza senza. Quando ero piccola e pensavo alla mia casa ideale mi immaginavo una di quelle magioni inglesi con la biblioteca stipata fino al soffitto aperta con grandi porte finestre sul giardino. E una vita passata su una comodissima poltrona con grandi braccioli a leggere. E in fondo, giardino a parte, ma balcone, paesaggio verde e bellissimi tramonti in sostituzione, una sottospecie ce l’avevo nella grande sala del nostro appartamento a Sassari. Invece, nella minicasa bolognese, non ci sta neanche la poltrona. Ma libri si. Tanti. Ad un certo momento troppi. Sposarsi poi è stato complicato anche per la cernita che abbiamo dovuto fare nel riunire le due biblioteche che adesso giacciono in parte in cantina.

Ma che mi importa? La mia bella, enorme biblioteca io ce l’ho. Nel centro di Bologna. Una mia amica mi ha consigliato un libro di pedagogia, l’altro giorno. Io ero al computer e… sì, la MIA biblioteca ce l’ha, disponibile. Senza pagare nulla. E se un libro è al momento in prestito, lo posso prenotare, al ritorno. E addirittura, se non c’è, lo posso consigliare e 9 volte su 10 me lo comprano. Comune, ecosostenibile, con buona grazia delle foreste. E pazienza se poi quel libro lo devo riportare, è una bella scusa per fare un salto nel posto più incantevole, più avventuroso, più magico di Bologna. Ed è un peccato non avere anche il tempo di esplorare le piccole biblioteche di quartiere, forse anche più famigliari, ma la mia è quella, enorme, poliglotta, che da su Piazza Maggiore.

E poi, anche conti alla mano, senza la Sala Borsa la nostra famiglia, con un consumo di una decina di libri al mese in totale, di cui buona parte divorati dal papà,  sforerebbe il suo budget regolarmente perché non ci faremmo mancare mai il lusso di leggere. E mentre prima ci arrabbattavamo tra regali, edicole e negozietti dell’usato, ora, nella nostra biblioteca, abbiamo solo l’imbarazzo della scelta. E con noi, i nostri figli, per cui ogni gita in centro, in biblioteca, è un evento di cui parlano per giorni e giorni. A ragione.

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