Archive for category riciclo

Il regalo perfetto

Bicicletta 006

Questo Luglio io e il Partenopeo abbiamo festeggiato dieci anni dal giorno che abbiamo convolato a giuste (?) nozze. O nozze giuste, meglio.

Credo di aver ricevuto per l’occasione il regalo perfetto. Proprio quello lì, in corsivo. Primo, era una cosa che desideravo ma al momento non sembrava così prioritaria da acquistare: la bicicletta. E non una bicicletta qualunque. Il decennale consorte ha seguito passo passo il recupero di un vecchio telaio presso la bottega artigianale di Bologna Ri.Ciclo  (biciclette di recupero uniche e in contropiede), decidendone i dettagli, controllandone lo sviluppo in modo che incontrasse perfettamente i miei gusti.

Ri.ciclo ha ricostruito la bicicletta montando i freni contropedale, che oltre ad essere comodi da usare eliminano i brutti fili che rovinano la linea della bici e curandone la messa a punto. La ruote, sellino e manubrio sono nuovi, tutto il resto è originale, riciclato da varie bici. Insomma, una bici pensata e bella. Che ha una storia. Che è fatta per piacermi. Ecologica perché fa muovere senza inquinare ed ecologica anche perché non nuova. Ho già comprato due catene enormi per evitare che qualcuno si porti via il mio nuovo tesoro.

Ci vorrò aggiungere un cavalletto, penso, ma il campanello è stato fatto arrivare dall’Inghilterra, il marito ne cercava uno adatto e l’ha trovato su internet. Non è perfetto? Dovete sentire che bel Dinn! che fa. Poi mi mancherà solo un bel cesto da appendere al manubrio e sarà completa.

Bicicletta 005

Ah, la bicicletta. Com’è vintage e moderna la bicicletta. Quando ero studentessa ne avevo una molto scassata che avevo ridipinto di nero e punteggiato di margherite bianche e gialle, per una mia versione delle margherite GURU che tanto andavano in quegli anni. Ci ho girato Bologna, con la mia Margherita a ruote, e ho continuato ad andare in bici anche nei primi anni di lavoro. 

Poi ho comprato casa e macchina, ho cambiato Margherita con una bici nuova e anonima, dopo il lavoro andavo a comprare mobili o pitture per sistemarmi la mia casetta e ho cominciato ad usarla meno. I figli poi hanno dato la mazzata finale, due e vicini e il tempo sempre più scarso. E loro che odiavano il seggiolino della bici, che ormai era praticamente inservibile.

Questa nuova bici voglio che segni l’inizio di una nuova fase, in cui mi riapproprio di un modo di muoversi gratificante.

Perché muoversi in bicicletta è prima di tutto un’iniezione di autostima: è solo la tua energia cinetica su un mezzo semplice che ti porta in giro, non c’è bisogno di benzina, solo le tue gambe. Senza contare le calorie bruciate. E anche se non sempre si pedala in mezzo ad aria pulita, dicono che l’aria dentro l’abitacolo della macchina sia peggio. Magari mi metterò un elegante foulard di seta a guisa di bandito del far west per filtrare le pm10, bisogna fare scelte di classe anche sulle due ruote. 

Sono fortunata, sono vicina ad una pista ciclabile che con un po’ di giri mi porta nei punti nevralgici di Bologna.  L’auto mi piace poco, e la eviterò ancora di più.

Ah, la bicicletta. Il regalo giusto al momento giusto. Perfetto.

Bicicletta 028

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Oro e lino

Riallacciandomi al post precedente, c’è un’altra tappa che mi impongo prima di sostituire un oggetto: controllare che non ci sia già in garage, soffitta, cantina mia, di un famigliare, o anche degli amici, una sostituzione degna.

Dopo tanti anni di accumulo, ormai da generazioni, neanche noi conosciamo tutto quello che possediamo o che possiede la nostra famiglia, mentre siamo molto preparati su quanto riviste, internet e pubblicità sostengono che ci manchi.

Ci sono tesori dimenticati, là in fondo agli armadi, sopra i mobili, nelle cantine e nei garage. Forse non avranno un gusto contemporaneo, ma a volte è solo questione di prospettiva. Perché il nuovo comunque richiede una nuova produzione, una distribuzione, un acquisto, e il desiderio di liberarsi del superfluo non deve nascondere la voglia di fare spazio a nuovo superfluo.

E’ la sensazione che provo a volte leggendo qua e là i consigli per il decluttering: liberarsi di tutto quello che non si usa, donare, riciclare, gettare. E questo è ok. Ma poi, è quando si arriva alla famosa parte dell’acquisto “ponderato” per colmare gli inevitabili vuoti che la razzia ha lasciato, che ho a volte l’impressione che questa moda del decluttering sia solo un modo di far posto a nuovi consumi in un mercato ormai saturo.

Perché meno è meno è meno è meno.

Dobbiamo reimparare ad amare il vuoto, il bisogno, e dopo il contenuto degli armadi e delle case bisogna iniziare “consumare” le soffitte e le cantine. Abbiamo tante cose accumulate negli anni, alcune più robuste e resistenti di quelle che possiamo trovare nei negozi. E belle, anche se magari dalle linee più tradizionali.

L’ultimo ingresso a casa nostra sono i lussuosi piatti con gli anemoni blu e rosa e il filo d’oro che erano stati regalati ai miei genitori per il matrimonio. Non li avrei mai scelti, personalmente. Mi piacciono linee  semplici e motivi più sobri, ma ero rimasta con davvero pochi piatti del vecchio servizi e l’alternativa era limitare gli ospiti o procurarmene di nuovi. O vecchi.

Ora mi sento una principessa ad apparecchiare sempre a festa, con il servizio prezioso. Li lavo in lavastoviglie e i miei bimbi li romperanno nei loro tentativi di aiutarci ad apparecchiare e sparecchiare.

Pazienza. Meglio usati e rotti che a prendere polvere nel fondo di un armadio.

E una principessa mi sento a dormire tra le lenzuola di lino ricamate a punto pieno. Sono della mia vicina di casa, che mi ha visto crescere, a cui la mamma le aveva comprate per il suo corredo. Lei non si è mai sposata, ma non è tanto questa la ragione per cui non le ha mai utilizzate: ha un letto ad una piazza e mezzo, e me le ha regalate per il mio matrimonio. Io le ho tenute da parte un po’, mi sembravano troppo preziose (e poi il lino è una rottura da stirare).

Ora invece le uso, sono splendide e così fresche d’estate. Stiro solo il bordo ricamato, e a volte anche no, ho pensato che non è una ragione di lasciarle nell’armadio. E sono veramente grata alla mia vicina: chiamavo Nonna Vera sua madre, quando ero piccola, e lei Zia Clara, e sono così felice di avere un suo ricordo.

Conosco tante persone che non usano le cose belle che hanno. A volte lo fanno perché non hanno capito che i campioncini un giorno scadono, oppure perché ne hanno tante, o si sentono a disagio ad usarle. A volte siamo noi, i nostri famigliari, i nostri vicini. Prendiamo questi tesori in soffitta e usiamoli, e in questo tempo di crisi, apparecchiamo con tovaglie ricamate ed argenteria, onoriamo i regali e i   ricordi.

E se si macchieranno e si sciuperanno, li avremo vissuti, questo oro, questo lino, questo argento, questi ricami, sottraendoli alle tarme, alla polvere e al tempo, che li consegnerebbe a estranei che non ne conoscono la provenienza e potrebbero apprezzarli infinitamente meno di noi e dei nostri ospiti.

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Struffoli (cappello e sciarpa-cravatta)

E siccome a fare dei polsini e una balza non si usa la lana di tutto un gilet, ecco il cappello e la sciarpa cravatta struffolosi.

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Il fiore sul cappello è fatto con un filato irregolare con gli stessi colori di quello struffoloso con cui avevo fatto i bordi del gilet originale. Non ho la caterinetta per cui ho fatto l’i-cord ai ferri come avevo letto tempo fa da Beadsandtricks (grazie Alessia!) e anche tratto ispirazione per il fiore, che però al centro ha una pallina struffolosa.

La sciarpa-cravatta è fatta prima costruendo un piccolo cilindro con i ferri circolare, poi riprendendo una doppia fila di maglie su un lato e proseguendo con i ferri circolari in modo da fare una specie di lungo tubo con un cappio all’inizio. Sul finale raddoppiare di colpo le maglie e poi diminuirle dimezzandole ad ogni giro per fare la pallina terminale e fermare così la cravatta.

Ah, e quelle sono le piastrelle e lo specchio del mio bagno, in mancanza di fotografi terzi.

Ok, è un po’ estroso, ma è caldissimo e poi chi ammetterebbe di non avere abbastanza personalità per portarlo? Io no di certo!

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Struffoli (miniabito)

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Natale è passato ma, non essendo quest’anno stati a Napoli a casa del Partenopeo, io di struffoli non ne ho mangiati. Il Partenopeo non li fa perché non gli piacciono e io non volevo passare le vacanze con una ciambella di palline fritte intinte nel miele che mi chiamava dalla dispensa. Ma qualcosa di struffoloso è comunque venuto fuori in quel periodo, facendo accoppiare una maglia misto cachemire dalle proporzioni poco donanti e una specie di gilet da pecorella che avevo fatto negli anni ’90 con un filato che andava di moda allora. Disfatto il gilet e usato per allungare e rendere frivolissima la seria maglia sottogiacca rosa tenue. Così gli struffoli me li porto addosso, a zero calorie.

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Di nastri e broccati il tovagliolo delle feste

E di sicuro non di carta. Parliamone. Vogliamo davvero festeggiare, vogliamo davvero rendere dei giorni speciali, e non ci regaliamo il lusso di non ricorrere all’usa e getta? Saranno pur belli i nuovi tovaglioli in carta natalizi ma vogliamo mettere con il forbirsi la bocca con il tessuto? Se c’è un vero lusso a basso impatto è quello di tornare alla stoffa riutilizzabile e smettere di riempire la spazzatura di carta e plastica (anche quella di mais, e già). Li abbiamo tutti i tovaglioli, e se non ce li abbiamo andiamo in una scampoleria, prendiamo una stoffa rossa lucida e ritagliamoli con una forbice seghettata. Almeno a Natale (e per il resto delle feste e delle vacanze) tovaglioli e tovaglie mettiamoli di tessuto. Può essere anche sintetico, lucido, colorato, di quelli che vanno in lavatrice e poi non si devono neanche stirare, perché capisco che l’ansia di macchiare i pizzi e ricami della nonna può rovinare una festa. Ma tessuto, che si usa e si riusa, e rende la tavola un banchetto d’altri tempi. E il tempo di buttarli in lavatrice è minore di quello che si perde a raggiungere il bidone della spazzatura. E se il pranzo è di quelli senza il posto fisso, se si hanno ospiti per più giorni, e per il resto del tempo, che uno magari il tovagliolo se lo tiene almeno fra pranzo e cena, come si fa, che i portatovaglioli sono finiti in soffitta?

Ecco la mia idea festosa. Avete presente i nastrini delle bomboniere, quelli troppo corti per fare qualsiasi cosa, quelli tutti pastellosi, quelli che praticamente tutte conserviamo in qualche scatola e quasi mai utilizziamo?
Li ho presi, li ho intrecciati grossolanamente, ne ho fatto tanti quanti i commensali. I colori e i materiali variano, come deve essere per riconoscere il proprio, ma risultano comunque armonici fra di loro, l’effetto non mi pare malvagio e in più ho svuotato la scatola dei nastrini da bomboniera, così posso ricominciare a riempirla da capo.

(Questo post si classifica tra le eco-ovvietà ma la treccina mi era piaciuta e volevo una scusa per farvela vedere.)

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Prima domenica di avvento

Si avvicina Natale. Fuori nevica, noi stiamo per andare in cantina a prendere l’albero e sui blog creativi si affastellano immagini di decorazioni, regali fatti a mano, calendari, lavoretti. Da un lato tutto questo riempie il cuore di gioia, di sensazioni di affetto e di intimità, di idee e voglia di fare, da un altro ogni tanto mi chiedo se non sia un nuovo tipo di consumo, di tempo, di energie, di fotografie, per reazione allo shopping tradizionale, ma non diverso in qualità bulimica e dispendiosa. Comunque dare non è mai una cattiva idea, e fare qualcosa per gli altri, comunque, anche entrando in un negozio e pagandolo in denaro, non può essere del tutto sbagliato. Per cui mi accodo come ogni anno anche io nel fare i miei regaletti a mano, contenta che sia tornato in auge, che ne sia recepito il significato, e sperando che anche per l’ambiente significhi un guadagno, ma accompagnando questo atto buonista per la festa più buonista che ci sia da un desiderio. Vorrei un Natale semplice, sobrio, sobrio anche di immagini, di corse per chi fa la decorazione più bella e più originale, chi posta la foto più bella, chi ha davanti a casa il paesaggio più innevato. Vorrei un Natale per parlare a voce, un Natale in cui prima di aprire i regali si elencano quelli che già abbiamo, un Natale di profumi e di suoni, un Natale in cui non ci sia mai la sensazione che ci sia poco tempo e troppo da fare. Vorrei un Natale calmo e sereno e, concedetemelo, poi ognuno lo declinerà a modo suo, vorrei un Natale religioso, in cui si ricordino uno ad uno i significati tradizionali, un Natale di rituali, a partire dalla chiesa improvvisamente gremita solo in quel giorno dell’anno al sugo con ricetta che risale al ‘700 che la famiglia del Partenopeo ripropone ogni anno sulla tavola circondata da parenti vecchi e nuovi, dalle domeniche scandite dalle messe dell’Avvento al Tu scendi dalle stelle cantanto mentre si ricrea quel minuscolo nostro presepe familiare.

Un Natale che scandisca il tempo e l’inverno ma non rimanga l’unica festa con questo significato ma sia tappa di un viaggio lungo un anno, fatto di altre tappe e altri momenti e altri passi avanti. Ecco, questo desidero, perfettamente in tema, con buona pace dei miei lettori che ormai mi usano per zuccherare il latte la mattina.

Per questo motivo quest’anno mi sono ripromessa di non mettermi l’obiettivo di sfornare biscotti e marmellate aromatizzate allo zenzero a ripetizione, ma di godermi poche, piccole attività con la mia famiglia, di curare magari i pacchetti con un niente dentro, di lasciare da parte maglia e feltro ogni tanto per fare una telefonata in più, per scrivere una mail personale, per fermarmi a guardare e a cantare.

E dopo questo preambolo vi comunico che in realtà qualcosa di piccolo piccolo ho cominciato a farlo. Un pensierino per chi abbiamo incontrato nel nostro viaggio in Canada, due adorabili bimbe e altri amici che hanno riempito di complimenti i nostri figli, cosa che si sa non lascia mai indifferente una mamma; pensierini che dovevano essere piccoli e flessibili per essere infilati in una valigia già troppo piena. Ecco qua, sempre riciclando gli stessi vecchi maglioncini infeltriti per sbaglio, addirittura utilizzandone le parti meno utilizzabili come i bordi e le decorazioni, due mollettine e due dei diversi segnalibri che ho fatto per gli amici canadesi, a costo zero e dal risultato “rustico”, con il solo scopo di dire “Grazie.”.

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Bento

Un fondo di tonno, mezzo pomodoro, 3 cucchiai di zucchine, un wurstel, due pezzi di bastoncini di pesce e del riso bianco sul fuoco. Certo, si possono eliminare il wurstel e il bastoncino di pesce, raffreddare il riso, aggiungere un po’ di formaggio e farne la classica insalata di riso per un pranzo smaltisci-avanzi  ed economizza-risorse il giorno dopo in ufficio. Oppure ci si può far ispirare dai bellissimi bento giapponesi, comporre con il riso e le zucchine dei geometrici onigiri passati velocemente in qualche erba aromatica, con o senza alga nori intorno, accostare gli elementi per colori, dosare gli ingredienti in modo da non farsi mancare tutti i nutrienti, in poco spazio. Non è necessario secondo me copiare di pari pari gusti e materie prime, e neanche dedicarci il tempo e la cura che la brava massaia del sol levante ritiene di mettere in questi piccoli capolavori estetico-culinari, ma farsi ispirare dall’idea che il microavanzo non è per forza triste ma che può invece aiutare la varietà di colori, sapori e sostanze nutritive, in accostamento invece che in mescolanza. Niente contro la classica insalata di pasta o il panino stracchino e prosciutto, ma provare un nuovo punto di vista anche nel pranzo alla scrivania può rallegrare la giornata. Oltretutto il bento va guardato prima di essere consumato, e questo aiuta a dedicare alla in genere breve pausa pranzo un pochino più di attenzione. L’ideale sarebbe per me poterla trascorrere anche in compagnia ma di questi tempi non sempre ci si può permettere di mangiare fuori e qui non c’è un posto per consumare il pasto insieme, quindi ci adeguiamo. E poi, volete mettere come fa snob portarsi dietro un bento invece della schiscetta?

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