Archive for category Sardegna

Il ventaglio

Ne ho sempre posseduto. Da piccola, per giocarci, da grande, come ricordo di viaggio o come accessorio di scena quando danzavo per un’associazione di danze ottocentesche. Della nonna, di legno, di tessuto, di pizzo. E poche settimane fa, solo perché gli altri ventagli li ho lasciati a Bologna, ne ho comprato uno in un negozietto di Alghero. E’ un ventaglio di legno e tessuto color petrolio, con qualche fiore rosso dipinto sopra, non particolarmente costoso ne originale. Ne avevo una urgente necessità perché ho fatto un ulteriore passo nell’affermazione del mio status di signora e sono molto felice di dirlo.

Le vedevo, da giovane, le signore sarde, con i loro ventagli. Li tiravano fuori in genere in chiesa ma anche in altri luoghi chiusi, per una rinfrescatina elegantemente meccanica, dove l’usuale brezza sarda non riusciva ad arrivare.

E a me, ragazza, sembrava una cosa così… da signora.

Non che non mi piacesse, ma andava in genere insieme a sovrappeso, gonna sotto il ginocchio e capelli corti con messa in piega, e poi nessuna altra ragazza li usava, per cui i miei li custodivo in casa. L’estate scorsa, ormai convertita all’uso del cappello di paglia, ho cominciato a ripensarci. E’ economico, ecologico e piacevole, davvero un piccolo lusso a basso impatto, e ho pensato che me ne sarei portato uno da Bologna: non so perché non mi è venuto in mente di cominciare ad usarlo lì, forse perché ne ho sempre visti di meno. E dire che a Bologna, con quell’afa, ce ne dovrebbe essere più bisogno. Forse le signore sarde sono più lungimiranti, o forse l’aria condizionata meno diffusa.

Anche le vecchine al paese di mio padre, vestite di nero con il fazzoletto in testa e le calze anche d’estate, ne posseggono uno, a volte lo tengono appeso direttamente alla gonna, e subito è inizio secolo. Certo, non sono le fashionblogger più in voga del momento, ma c’è una saggezza e un’eleganza intrinseca in quel gesto che voglio aggiungere a questo mio stato di signora neoquarantenne, anche se sono normopeso, ho i capelli lunghi e le mie gonne sono un po’ più giovanili (spero). E vi invito a fare altrettanto, altrimenti passerò per la solita eccentrica quando spegnerò l’aria condizionata e tirerò fuori dalla borsa un bel piccolo ventaglio, realizzando così finalmente uno dei desideri nascosti della mia infanzia.

Perché le signore sarde, loro, lo sanno.

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Principessa spazzina

Da piccola nessuno mi avrebbe mai definito principessina ma temo che in tarda età mi stiano affiorando tentazioni di preziosismo e fobia di pisellini sotto il materasso. Fuori dal mio attuale palazzo principesco, la nostra casa di Alghero, c’è un viale alberato, costeggiato di oleandri, che affianca un parco di ulivi e palme.

Detta così sembra che questa via abbia tutti i numeri per essere deliziosa ma non è così. E’ sporca, trascurata, utilizzata come gabinetto dai proprietari dei cani di tutta la città e da pattumiera da tutti gli altri. Nonostante i cassonetti per la spazzatura giusto di fronte. Lo spettacolo è ancora più deprimente proprio perché le piante affrontano con coraggio la siccità estiva senza che nessuna acqua li annaffi a parte quella piovana, prosperano e cercano invano di coprire le cartacce e lattine vuote ai loro piedi.
Per anni ho guardato, sospirato, lamentato, mentre le persone intorno a me sembravano essere solo rassegnate. Mi sono anche vergognata della mia gente, che sembrava impermeabile alla richiesta di una convivenza civile e al concetto di bene comune (pulito). Poi, quest’anno, un commento del Cadetto mi ha fatto scuotere “Mamma, qui non mi piaze. E’ spolco e pussolente.” Mi ha fatto male, mi ha fatto reagire.

Il giorno dopo ho preso un sacchetto e dei guanti e sono uscita. Ho raccolto la spazzatura vicino a casa e l’ho buttata. Così nei giorni seguenti, andando sempre un po’ più oltre. Ogni volta che dovevo uscire e avevo un po’ di tempo tiravo fuori un nuovo sacchetto e i guanti da dentro la borsa, e mi trasformavo in spazzina di fino. Ho riempito 10 sacchi di spazzatura finora, e pulito quasi tutto il viale e un po’ del parco, sono stata additata e applaudita e ho chiacchierato con tanti che vedendomi cominciavano a lamentarsi dell’amministrazione comunale. Ho pensato di mettermi in borsa guanti e sacchetti anche per loro, così che invece di interrompermi mi dessero una mano, ma alla fine non l’ho ancora fatto.

Ci sarebbe ancora molto da fare, ma ora sorrido agli oleandri, uscendo fuori di casa. Perché sono una principessa spazzina, e il mio titolo me lo sono guadagnato con il mio lavoro mentre passo orgogliosa per il viale fuori dal mio palazzo.

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