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Copritevi!

Arriva il freddo e si accendono i riscaldamenti. I siti di risparmio energetico dicono di tenere la temperatura in casa sui 18/19 gradi ma io non conosco molti che tengono questa temperatura qui a Bologna. Entro nelle case e vedo gente vestita in modo leggero, maglioncino e calzini, e il riscaldamento altissimo. Entro nelle case e anche io rimango in magliettina: è inverno ma dentro casa fa un gran caldo. Non è necessario, non fa bene al pianeta, non fa bene al portafoglio ma si fa. Vorrei in questo momento parlare a chi ha il controllo della propria caldaia e può scegliere: copritevi! Di materiali raffinati e caldi, coprite la vostra casa di tessuti isolanti, muovetevi un po’ di più e abbassate quel benedetto termostato.

Io sono freddolosa. Tanto freddolosa. Il primo anno a Bologna d’inverno uscivo con i pantaloni di lana e sotto un paio di collant di filanca, un paio di lana, i calzettoni e gli stivali con il pelo, maglia di lana, doppio maglione, giaccone, cappello sciarpa e guanti. Non scherzo. Il termostato del mio appartamento variava tra i 22 e i 23 gradi. Eppure sono riuscita ad abbassarlo senza soffrire: ecco la mia lista di consigli dettati dall’esperienza e un po’ meno ortodossi del solito per consumare meno per riscaldare casa ma vivere meglio. Stavolta di va sul lusso quotidiano ad alto livello, attenti che bisogna impegnarsi.

Investite in maglioni a collo alto con una buona percentuale di cachemire o alpaca e magliettine di seta o misto seta a maniche lunghe da tenere a pelle. Sono leggerissimi, caldissimi, e davvero lussuosi. Accarezzano il viso.  Anche se servono solo per stare in casa, certo: chi l’ha detto che in casa bisogna mettersi solo cose vecchie e brutte? Io poi sotto metto dei leggings e calzettoni di lana, ma ho il parquet e adoro stare scalza e comoda. Altrimenti è importante isolare i piedi dal pavimento: vanno bene anche dei tacchi da casa, così siamo chic dalla testa ai piedi. Lana, lana, lana. Collant morbidi sotto i pantaloni o calzettoni inguinali. Bellissimi, all’inglese o a piccoli disegni. Per gli uomini i pantaloni in velluto a coste sono caldissimi e molto comodi. No, niente tuta e brache del pigiama: sono brutte e non tengono neanche tanto caldo.

Fatevi una selezione su youtube di HIIT (high intensity interval training) da pochi minuti e infilate un paio di sneakers. Mettere un timer e ogni ora fare 5/10 minuti di allenamento intenso. Questo è il consiglio migliore di tutti: non costa nulla, scalda parecchio e brucia calorie. Se il tempo è limitato non fate neanche in tempo a sudare, solo a scaldarvi, lo so che tiravate fuori la scusa della doccia per evitarlo.

Non c’è nulla che scaldi più le budella delle bevande calde. E’ ora di shopping per l’inverno di tisane e té esotici. Dato che ci siete ordinatene anche per fare i regali di Natale, secondo il mio personale concetto che il regalo che non resta, non occupa spazio ma regala una bella esperienza è sempre il regalo migliore. Scaldano, idratano e sono buone.

Deumidificate. Questa è una scoperta recente: spesso accendevo i riscaldamenti per far andare via l’umidità che riempiva la casa se pioveva per più di un giorno e magari ero pure costretta a stendere i panni in casa. Ora ho un impianto con inverter e lo uso per deumidificare la casa anche d’inverno, altrimenti ci sono delle apposite scatolette o dei piccoli deumidificatori portatili che sono economici e funzionano bene. Migliora l’aria, si evitano muffe e non c’è bisogno di alzare la temperatura.

Se non siete passati al piumino per la notte, fatelo. E spegnete i termosifoni almeno mezz’ora prima di andare a dormire, naturalmente.

A questo punto applicate tutto quello che vi dicono i siti seri ma fatelo coperte di cachemire e pura lana, sorseggiando un té raffinato mentre accavallate le vostre gambe tonificate dall’esercizio fisico. Non viene voglio di abbassare subito di un altro grado?

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La minestra di Gianburrasca

Non è che sia un gran complimento, chiamarla la minestra di Gianburrasca. Qui in casa viene altrimenti identificata come la zuppona, che non è che suoni molto meglio. Non si tratta propriamente di acqua di risciacquatura dei piatti, ma saporita è saporita.

IMG_20131013_202144Mai uguale a se stessa, oltre ad essere sana, biologica, zeppa di vitamine è pure a costo quasi nullo, perché viene fatta con gli scarti delle verdure. Ogni tanto ci si infila una patata, un po’ di farro, una vecchia crosta di parmigiano reggiano dai 24 ai 30 mesi di invecchiamento., che ammollato nella zuppa e insaporito di verdura è prelibato. Oppure si può far scivolare un’ombra di stracchino avanzato, un fondo di latte, persino un cucchiaio di yogurt che con il suo sapore un po’ acidulo ha comunque qualcosa da dire.

Non vi illudete, è raro che qualcuno mi accompagni nei miei pasti serali a base di zuppona. Gli altri inquilini di casa sono uomini e pare che il potage sia roba da femmine. E infatti la mia compagna di potage preferita è mia mamma, che essendo francese se ne intende.

Ma come nasce la zuppona? Comincia a delinearsi quando arriva la famosa cassetta delle verdure con le sue varie sorprese. Da quando la ricevo mi sono finalmente messa a cucinare verdura “vera”, quella non sbucciata e tagliata in pezzi ma da tagliare e preparare, e il primo effetto che ho visto è come la proporzione tra cestino dell’umido e cestino dell’indifferenziato si sia improvvisamente invertita.

Mentre sbucciavo, dirigevo le operazioni di sgranatura famigliari o mondavo foglie mi chiedevo sempre se quelle parti superflue fossero da scartare come non buone o semplicemente come non adatte alla preparazione. Non avendole mai trovate in una busta di surgelati potevo avere il dubbio che fossero davvero cibo.

Ho chiesto in giro, a persone che erano vissute in altri tempi, se davvero le foglie di cavolfiore fossero da buttare e come ci si comportava con la buccia della zucca o la parte verde dei porri. La generazione a cui chiedere non è quella dei nostri genitori, anche loro figli della comodità dei surgelati, ma più indietro, a nonni e bisnonni. E le loro risposte erano in genere che ai loro tempi si mangiava tutto, e con gusto.

Così ho cominciato a raccogliere scarti e ad usarli in separata sede. Non solo, ci metto attenzione a cucinarmi questi scarti, li fotografo e mi sento molto ecofighetta quando apparecchio di tutto punto per gustarmi le mie creazioni sottratte alla pattumiera. Che volete, ognuno ha le fisse che si merita.

Mi organizzo così: man mano che si preparano le verdure tengo da parte gli scarti. Se so di poterli usare a breve li taglio e li metto in un sacchetto tipo ziplock nel frigo, altrimenti direttamente nel freezer specialmente se voglio provare a mescolare più verdure. Ad esempio vanno molto bene insieme buccia di zucca e la parte verde dei porri, o diversi tipi di cavolo. Se la verdura è stata lessata ributto gli scarti direttamente nella stessa acqua di cottura (ad esempio lo faccio per le foglie di cavolfiore), frullo e metto da parte.

Non vi lascio un elenco degli scarti che uso oppure ho usato, perché non li ricordo tutti. Se ho in mano qualcosa che ha un’apparenza alimentare faccio un giro su google e trovo come usarlo, spesso su http://cucinaeco.wordpress.com/, in cui la mia omonima fa prove su prove riuscite di cucina a costo quasi nullo.

Vi lascio invece le ricette delle mie zuppone preferite, quelle che rifaccio perché dopo il primo esperimento mi sono piaciute molto. Sono state provate varie volte ma non riesco a dare loro la dignità di una ricetta vera perché troppo semplici e con le dosi troppo ad occhio. Ma è autunno, c’è la crisi e una zuppa calda in pancia aiuta a sentirsi meglio e io vi annuncio che ricomincio la stagione delle mie cene a base di raffinati scarti alimentari di cui vi lascio qualche suggerimento dei più riusciti.

Vellutata di buccia di zucca con semi di zucca e curry

Lessare la buccia di zucca nella pentola a pressione in poca acqua, in modo che si cuocia quasi a vapore, aggiungere un bicchiere di latte, salare e frullare. Insaporire con il curry e servire con una manciata di semi della stessa zucca lasciati seccare in forno caldo e spento (ad esempio dopo aver cucinato una torta).

Minestra di foglie di cavolfiore, patate e farro

Lessare le foglie di cavolfiore nella pentola a pressione con una patata piccola. Scolarle, conservando da parte l’acqua, e frullarle con un cucchiaio della stessa. Nel frattempo far cuocere nell’acqua di cottura un paio di manciate di farro. Unirle al passato e servire.

Zuppa di cavolo nero e formaggio

Tagliare a pezzi piccoli i gambi di cavolo nero a cui sono state tolte le parti più filamentose e lessarli insieme ad una cipolla. Frullare e passare con un colino largo. Versare in una pirofila con abbondante formaggio tipo emmental e gratinare al forno.

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Il regalo perfetto

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Questo Luglio io e il Partenopeo abbiamo festeggiato dieci anni dal giorno che abbiamo convolato a giuste (?) nozze. O nozze giuste, meglio.

Credo di aver ricevuto per l’occasione il regalo perfetto. Proprio quello lì, in corsivo. Primo, era una cosa che desideravo ma al momento non sembrava così prioritaria da acquistare: la bicicletta. E non una bicicletta qualunque. Il decennale consorte ha seguito passo passo il recupero di un vecchio telaio presso la bottega artigianale di Bologna Ri.Ciclo  (biciclette di recupero uniche e in contropiede), decidendone i dettagli, controllandone lo sviluppo in modo che incontrasse perfettamente i miei gusti.

Ri.ciclo ha ricostruito la bicicletta montando i freni contropedale, che oltre ad essere comodi da usare eliminano i brutti fili che rovinano la linea della bici e curandone la messa a punto. La ruote, sellino e manubrio sono nuovi, tutto il resto è originale, riciclato da varie bici. Insomma, una bici pensata e bella. Che ha una storia. Che è fatta per piacermi. Ecologica perché fa muovere senza inquinare ed ecologica anche perché non nuova. Ho già comprato due catene enormi per evitare che qualcuno si porti via il mio nuovo tesoro.

Ci vorrò aggiungere un cavalletto, penso, ma il campanello è stato fatto arrivare dall’Inghilterra, il marito ne cercava uno adatto e l’ha trovato su internet. Non è perfetto? Dovete sentire che bel Dinn! che fa. Poi mi mancherà solo un bel cesto da appendere al manubrio e sarà completa.

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Ah, la bicicletta. Com’è vintage e moderna la bicicletta. Quando ero studentessa ne avevo una molto scassata che avevo ridipinto di nero e punteggiato di margherite bianche e gialle, per una mia versione delle margherite GURU che tanto andavano in quegli anni. Ci ho girato Bologna, con la mia Margherita a ruote, e ho continuato ad andare in bici anche nei primi anni di lavoro. 

Poi ho comprato casa e macchina, ho cambiato Margherita con una bici nuova e anonima, dopo il lavoro andavo a comprare mobili o pitture per sistemarmi la mia casetta e ho cominciato ad usarla meno. I figli poi hanno dato la mazzata finale, due e vicini e il tempo sempre più scarso. E loro che odiavano il seggiolino della bici, che ormai era praticamente inservibile.

Questa nuova bici voglio che segni l’inizio di una nuova fase, in cui mi riapproprio di un modo di muoversi gratificante.

Perché muoversi in bicicletta è prima di tutto un’iniezione di autostima: è solo la tua energia cinetica su un mezzo semplice che ti porta in giro, non c’è bisogno di benzina, solo le tue gambe. Senza contare le calorie bruciate. E anche se non sempre si pedala in mezzo ad aria pulita, dicono che l’aria dentro l’abitacolo della macchina sia peggio. Magari mi metterò un elegante foulard di seta a guisa di bandito del far west per filtrare le pm10, bisogna fare scelte di classe anche sulle due ruote. 

Sono fortunata, sono vicina ad una pista ciclabile che con un po’ di giri mi porta nei punti nevralgici di Bologna.  L’auto mi piace poco, e la eviterò ancora di più.

Ah, la bicicletta. Il regalo giusto al momento giusto. Perfetto.

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Oro e lino

Riallacciandomi al post precedente, c’è un’altra tappa che mi impongo prima di sostituire un oggetto: controllare che non ci sia già in garage, soffitta, cantina mia, di un famigliare, o anche degli amici, una sostituzione degna.

Dopo tanti anni di accumulo, ormai da generazioni, neanche noi conosciamo tutto quello che possediamo o che possiede la nostra famiglia, mentre siamo molto preparati su quanto riviste, internet e pubblicità sostengono che ci manchi.

Ci sono tesori dimenticati, là in fondo agli armadi, sopra i mobili, nelle cantine e nei garage. Forse non avranno un gusto contemporaneo, ma a volte è solo questione di prospettiva. Perché il nuovo comunque richiede una nuova produzione, una distribuzione, un acquisto, e il desiderio di liberarsi del superfluo non deve nascondere la voglia di fare spazio a nuovo superfluo.

E’ la sensazione che provo a volte leggendo qua e là i consigli per il decluttering: liberarsi di tutto quello che non si usa, donare, riciclare, gettare. E questo è ok. Ma poi, è quando si arriva alla famosa parte dell’acquisto “ponderato” per colmare gli inevitabili vuoti che la razzia ha lasciato, che ho a volte l’impressione che questa moda del decluttering sia solo un modo di far posto a nuovi consumi in un mercato ormai saturo.

Perché meno è meno è meno è meno.

Dobbiamo reimparare ad amare il vuoto, il bisogno, e dopo il contenuto degli armadi e delle case bisogna iniziare “consumare” le soffitte e le cantine. Abbiamo tante cose accumulate negli anni, alcune più robuste e resistenti di quelle che possiamo trovare nei negozi. E belle, anche se magari dalle linee più tradizionali.

L’ultimo ingresso a casa nostra sono i lussuosi piatti con gli anemoni blu e rosa e il filo d’oro che erano stati regalati ai miei genitori per il matrimonio. Non li avrei mai scelti, personalmente. Mi piacciono linee  semplici e motivi più sobri, ma ero rimasta con davvero pochi piatti del vecchio servizi e l’alternativa era limitare gli ospiti o procurarmene di nuovi. O vecchi.

Ora mi sento una principessa ad apparecchiare sempre a festa, con il servizio prezioso. Li lavo in lavastoviglie e i miei bimbi li romperanno nei loro tentativi di aiutarci ad apparecchiare e sparecchiare.

Pazienza. Meglio usati e rotti che a prendere polvere nel fondo di un armadio.

E una principessa mi sento a dormire tra le lenzuola di lino ricamate a punto pieno. Sono della mia vicina di casa, che mi ha visto crescere, a cui la mamma le aveva comprate per il suo corredo. Lei non si è mai sposata, ma non è tanto questa la ragione per cui non le ha mai utilizzate: ha un letto ad una piazza e mezzo, e me le ha regalate per il mio matrimonio. Io le ho tenute da parte un po’, mi sembravano troppo preziose (e poi il lino è una rottura da stirare).

Ora invece le uso, sono splendide e così fresche d’estate. Stiro solo il bordo ricamato, e a volte anche no, ho pensato che non è una ragione di lasciarle nell’armadio. E sono veramente grata alla mia vicina: chiamavo Nonna Vera sua madre, quando ero piccola, e lei Zia Clara, e sono così felice di avere un suo ricordo.

Conosco tante persone che non usano le cose belle che hanno. A volte lo fanno perché non hanno capito che i campioncini un giorno scadono, oppure perché ne hanno tante, o si sentono a disagio ad usarle. A volte siamo noi, i nostri famigliari, i nostri vicini. Prendiamo questi tesori in soffitta e usiamoli, e in questo tempo di crisi, apparecchiamo con tovaglie ricamate ed argenteria, onoriamo i regali e i   ricordi.

E se si macchieranno e si sciuperanno, li avremo vissuti, questo oro, questo lino, questo argento, questi ricami, sottraendoli alle tarme, alla polvere e al tempo, che li consegnerebbe a estranei che non ne conoscono la provenienza e potrebbero apprezzarli infinitamente meno di noi e dei nostri ospiti.

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Il ventaglio

Ne ho sempre posseduto. Da piccola, per giocarci, da grande, come ricordo di viaggio o come accessorio di scena quando danzavo per un’associazione di danze ottocentesche. Della nonna, di legno, di tessuto, di pizzo. E poche settimane fa, solo perché gli altri ventagli li ho lasciati a Bologna, ne ho comprato uno in un negozietto di Alghero. E’ un ventaglio di legno e tessuto color petrolio, con qualche fiore rosso dipinto sopra, non particolarmente costoso ne originale. Ne avevo una urgente necessità perché ho fatto un ulteriore passo nell’affermazione del mio status di signora e sono molto felice di dirlo.

Le vedevo, da giovane, le signore sarde, con i loro ventagli. Li tiravano fuori in genere in chiesa ma anche in altri luoghi chiusi, per una rinfrescatina elegantemente meccanica, dove l’usuale brezza sarda non riusciva ad arrivare.

E a me, ragazza, sembrava una cosa così… da signora.

Non che non mi piacesse, ma andava in genere insieme a sovrappeso, gonna sotto il ginocchio e capelli corti con messa in piega, e poi nessuna altra ragazza li usava, per cui i miei li custodivo in casa. L’estate scorsa, ormai convertita all’uso del cappello di paglia, ho cominciato a ripensarci. E’ economico, ecologico e piacevole, davvero un piccolo lusso a basso impatto, e ho pensato che me ne sarei portato uno da Bologna: non so perché non mi è venuto in mente di cominciare ad usarlo lì, forse perché ne ho sempre visti di meno. E dire che a Bologna, con quell’afa, ce ne dovrebbe essere più bisogno. Forse le signore sarde sono più lungimiranti, o forse l’aria condizionata meno diffusa.

Anche le vecchine al paese di mio padre, vestite di nero con il fazzoletto in testa e le calze anche d’estate, ne posseggono uno, a volte lo tengono appeso direttamente alla gonna, e subito è inizio secolo. Certo, non sono le fashionblogger più in voga del momento, ma c’è una saggezza e un’eleganza intrinseca in quel gesto che voglio aggiungere a questo mio stato di signora neoquarantenne, anche se sono normopeso, ho i capelli lunghi e le mie gonne sono un po’ più giovanili (spero). E vi invito a fare altrettanto, altrimenti passerò per la solita eccentrica quando spegnerò l’aria condizionata e tirerò fuori dalla borsa un bel piccolo ventaglio, realizzando così finalmente uno dei desideri nascosti della mia infanzia.

Perché le signore sarde, loro, lo sanno.

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I prodotti di bellezza, il bagno zen e la spazzolata della pelle a secco che è meglio del caffé

Avrei potuto intitolare questo post: come sconfiggere la cellulite gratis o quasi per aumentare un po’ gli accessi al blog ma sinceramente è un titolo talmente brutto che non ce l’ho fatta. Inoltre questa storia della cellulite è un po’ un effetto secondario della buona abitudine che ho ripreso da un paio di mesetti, anche se so che in tempo di mare per molti diventa prioritario occuparsi dell’aspetto della propria pelle.

Mi sento sempre un po’ ridicola quando mi metto a scrivere consigli da rivista femminile su questo blog ma lo scopo è opposto, e spero che si capisca. Viene dal mio continuo e frustrato desiderio di avere un bagno perfetto.

E com’è il mio bagno perfetto? E’ un bagno ecologico in cui troneggiano pochissimi prodotti indispensabili, a base naturale, e quei pochi in confezioni riciclabili, eleganti e molto zen (sarà possibile?) e qualche accessorio che mi duri una vita, naturalissimi anche quelli, in legno, corno, bambù e tutti quei materiali lì, le mie salviette di cotone lavabili e chiaramente un arredamento anche quello molto minimale, arredato principalmente anche lì di legno e bambù e asciugamani chiari in cotone biologico che non si sporcano mai e che rimangono soffici e morbidi nonostante il mio uso parco dell’ammorbidente bio di Officina Naturae.

E invece poi ho un bagno con scaffali in filo metallico e asciugamani bordeaux e salmone ed è pieno di prodotti come tutti, no, forse un po’ meno di altri, visto che ho la regola salvaspazio, salvarifiuti e salvasoldi di non comprare un prodotto nuovo dello stesso genere finché non ho finito quello precedente.

E se non ho tempo di ricomprarmelo a breve, provo varie alternative prelevate dalla cucina o esaurisco campioncini e regali. E così capita che per vari giorni mi strucco con lo yogurt invece del latte detergente, mi sciacquo i capelli con acqua e aceto invece del balsamo, uso la crema per le mani che giace lì da mesi come crema per il corpo e un asciugamano umido arrotolato per fare il peeling.

A volte così capisco di poter fare a meno di quel prodotto, ad esempio scrub e maschere non li compro proprio più, uso le salviette umide oppure le compongo sul momento con olio e zucchero o sale, argilla ventilata, yogurt e cose simili. Il miglioramento c’è stato e la maggior parte dei prodotti di tutta la famiglia stanno in un unico cestino vicino agli asciugamani. Siamo lungi dal bagno perfetto zen ma ora ho posto anche per alcune piante (no, niente sabbia e rastrelli, è un bagno zen fino ad un certo punto).

Fine della premessa. Spero quindi capiate l’enfasi che metto nell’annunciarvi questa buona pratica mattutina che risveglia la pelle, aiuta a eliminare le cellule morte, riattiva la circolazione, diminuisce la cellulite e costa… una spazzola.

Si chiama skin dry brushing, serve per riattivare il sistema linfatico e se cercate su youtube ci sono vari video che spiegano come procedere. Si tratta di spazzolarsi a secco la pelle con una spazzola naturale per il corpo seguendo un certo schema. Io la mia spazzola l’ho comprata al supermercato, una di quelle spazzole ovali con il manico in legno staccabile che dovrebbero servire per la schiena. Si parte dalle piante dei piedi e si risale fino al cuore, poi le braccia, il petto sempre verso il cuore. Io lo faccio per cinque minuti, altrimenti se va per le lunghe tendo a saltarlo ed è un peccato perché poi l’effetto collaterale è che mi sveglia più del caffé.

E infatti, nonostante durante l’inverno avessi un po’ lasciato perdere, il mese scorso, un po’ preoccupata dai danni provocati dai mesi freddi e dal diradarsi degli allenamenti, mi sono messa d’impegno e ho cominciato il mio dry skin brushing mattutino. Va fatto con un po’ di energia ma senza chiaramente strapazzare la pelle, prima della doccia, ed è una bella sveglia per l’organismo. E’ solo una mia supposizione, ma penso che mettere la pelle in movimento di prima mattina aiuti il metabolismo e la circolazione ed è quindi di gran aiuto dopo il riposo notturno. E sarà suggestione, ma io i risultati li ho visti, come se tutto il mio corpo respirasse meglio e quindi fosse più tonico e meno asfittico. Con solo una spazzola, che vi durerà degli anni, non produce rifiuti e sta bene in qualsiasi bagno che possiate desiderare, zen o meno zen.

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L’ozio e le virtù

Penso che la prima volta sia stata a 14 anni, quando guardando le dimensioni de Il Signore degli anelli ho pensato: questo me lo leggo in vacanza altrimenti non me lo godo. Chiamateli buoni propositi, o compitini delle vacanze, ma io li faccio ogni anno. Si, dai, anche voi, lo so. Lo dite, che volete solo fare le lucertole al sole a sfogliare Marie Claire, ma poi in qualche parte del cervello ce l’avete quella cosa che non riuscite a fare durante l’anno e che promettete a Giugno che entro Settembre avrete fatto, anche solo darsi tutti i giorni la crema. Perché pure a Giugno si fanno i buoni propositi, ma a scadenza stretta, e magari si rispettano pure.

Io quest’anno un po’ stacco. Dopo 3 anni di lavoro quasi continuativo ho bisogno di guardare per un momento da un’altra parte: la maggior parte dell’estate la passerò con il solito regime fifty-fifty tra lavoro e famiglia, che comunque mi piace. Ma ci sono cose che è difficile inserire in tempi cittadini e lavorativi e che sono altrettanto importanti e quest’anno me li concederò.

Tipo finire quegli americani in canapa per le colazioni nel microgiardino. Tipo leggere qualche bel tomo che aperto la sera potrebbe indurre troppo velocemente il sonno. Ho lì gli Essais di Montaigne. In lingua originale, sì, altrimenti non lo stavo qui a scrivere e a darmi arie. Tipo riprendere a correre la mattina sui bastioni e finalmente concentrarmi su quei dvd di yoga che possono essere apprezzati solo nella dovuta calma. Tipo sperimentare nuove ricette di gelati fatti in casa. Due o tre volte a settimana mi parrebbe un buon ritmo. Tipo farmi una gonna svolazzante con uno scampolo comprato in un momento di debolezza. Tipo finire quel corso della Standford University su Coursera, che un po’ c’entra con il lavoro ma è abbastanza astratto da dare piacere intellettuale ed essere difficilmente applicabile dal punto di vista pratico. Tipo insegnare al Primogenito a nuotare senza braccioli. E anche al Cadetto, se ne ha voglia.

Tipo scrivere un po’ di più. Non su Facebook. Tipo fare qualche partita a giochi da tavolo con il consorte, e finire di vederci le ultime stagioni del Doctor Who, che fra poco sono 10 anni che abbiamo convolato e un po’ di back to basics ci sta bene.

Come al solito, ho la lista già fatta, e pregusto già il piacere di spuntare le varie voci: non devo fare tutto, ma qualcosa sì. Anche nel mio fondamentale testo di riferimento educativo, Piccole Donne, ci sono ben due capitoli con la morale “tutto spasso e niente impegno va male quanto tutto lavoro e niente riposo”. Sono ottocentesca dentro, lo sapete, e poi anche Louise May Alcott andava a correre tutte le mattine, e chissà che fatica con quelle gonnellone.

Perché l’ozio può essere papà di tante virtù (che bel termine ottocentesco anche questo!) e io intendo essere meno stressata e più virtuosa, sorridente e impegnata questa estate, certamente più di quanto lo sia stata negli ultimi tempi.

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