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Propositi ordinanti

Non mi posso definire una persona ordinata. Mi piace mettere in ordine (per deformazione professionale lo definisco refactoring) ma sono incapace di tenere in ordine. Tiro fuori qualsiasi cosa mi sia utile, non mi concentro per trovare una sistemazione agli oggetti arrivati, non consumo tempo a rimettere a posto quanto ho appena usato. Da piccola avevo una mamma maniaca della sua personale idea di ordine che pensava lei a rimettere a posto dove io ero passata e lasciava me e mio fratello vivere quietamente nel caos della nostra grande stanza da letto. Ho imparato la libertà di avere un mio posto conforme all’impronta che vi lasciavo ma non ho mai imparato a tenere in ordine uno spazio senza operazioni finale di riorganizzazione e notevole impegno.

Ho sposato un uomo con il mio stesso difetto, per certi aspetti più acuto del mio, e siamo vissuti abbastanza sereni nel nostro generico disordine ciclicamente riordinato fino all’arrivo dei figli, in cui la situazione è presto degenerata in totale entropia anche per la mancanza di tempo ed energia da dedicare al refactoring, di cui rimango un’accanita fan e che ha secondo me, rispetto al “tenere in ordine”, alcuni grossi vantaggi in fatto di ottimizzazione e semplificazione costante. Urgeva però cambiare almeno in parte mentalità e provare a diventare, per quanto possibile, persone ordinate, nel senso di persone che tengono in ordine su una base costante. Abbiamo messo a punto varie strategie, alcune si sono rivelate funzionali, altre meno, e qui vorrei cominciare una serie di post sull’argomento.

Secondo me il punto principale di questa nostra sfida è stata di coglierla come coppia e come famiglia. Io da sola non l’avrei fatto, non è proprio nelle mie corde pensare di dover tenere in ordine per gli altri, e quindi abbiamo cercato dei meccanismi per autoeducarci a vicenda. Uno di quelli più efficaci si è rivelato il buon proposito mensile, che è diverso per ognuno. Io decido quello del Partenopeo, lui decide il mio, insieme decidiamo una piccola buona abitudine da insegnare ai bimbi. Sono cose piccole, che di per sé non cambiano improvvisamente il menage familiare ma man mano il cambiamento si fa evidente. Specialmente perché chi viene beccato in fallo paga pegno. L’abitudine, tenuta per un mese, alla fine abbiamo visto che tende a permanere, quindi è un processo lento e incrementale ma costante. Questo mese a me toccherà mettere immediatamente alcuni piatti tirati fuori dalla lavastoviglie nella credenza che si trova nel soggiorno. In genere li appoggiavo in cucina, aspettando di avere una scusa per andare di là, e li dimenticavo. Il Partenopeo invece impilerà correttamente i contenitori ermetici che venivano sempre riposti in ordine casuale, occupando molto più spazio del previsto. I bimbi riporranno i loro pigiami sotto il cuscino una volta vestiti la mattina. Sembrano banalità, possibile che non lo facessimo prima? Si, ma non immediatamente. Per cui mettevamo in ordine, non tenevamo in ordine. Non ci credo neanche un po’ che diventeremo una famiglia perfettina e precisina ma mi tocca ammettere che è molto più semplice e rilassante gestire le cose così, con pochi gesti costanti anche se non perfettamente ottimizzati, piuttosto che con le mie intense, gratificanti e impegnative sessioni di refactoring casalingo.

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