Archive for March, 2012

Il cuscino portafedi

Questo episodio relativo al mio matrimonio l’ho raccontato due giorni fa ad una mia amica in ambasce per la scelta etico sociale dell’abito per la comunione della figlia, e ho pensato che sarebbe stato adeguato riportarlo qui. Fa parte delle mie piccole epifanie, quegli episodi che ricorrono spesso nella mente perché mi aiutano a fare scelte più leggere, a prendere meno a cuore cose che non necessitano di essere prese a cuore e a lasciar vivere felici gli altri senza affettare la loro vita con il mio desiderio di autonomia.

Mi sento molto nonna saggia quando li racconto, come se avessi 70 anni, e chissà, magari a quell’età li raccoglierò tutti, tanto avrò tutto il tempo di ripescarli qui sul blog, in un libro che li alternerà a modelli a maglia vintage e ricette di cucina con ingredienti ormai spariti dal mercato. Ora che lo scrivo mi appare davanti, con la copertina giallo pulcino e bianco panna e magari per quando lo scriverò avrò avuto il tempo anche di rifinire la mia educazione e saprà di buone maniere e lavanda.

Questa è la storia di un cuscinetto portafedi mai nato. Era un cuscinetto portafedi ricamato a punto croce, su tela aida con nodi d’amore rosa e bianchi. Questa almeno è l’immagine che mi è rimasta in mente quando mia suocera me l’ha mostrato, con la precisa intenzione di offrirsi di ricamarcelo. Io, che per motto per il mio matrimonio avevo scelto “semplice e svelto” da stampare sul retro dei biglietti delle bomboniere, ho glissato, apprezzando l’opera ma chiedendo con aria innocente :”Ma perché, è necessario avere un cuscinetto portafedi?”.

L’oggetto non fu da quel momento più menzionato, non so se e con quanto dispiacere perché, al contrario di me, la mamma del Partenopeo è una persona bene educata.

Quando ho riferito l’episodio a mia mamma, che nonostante lo stile bohémien è una donna molto saggia e potrebbe a sua volta scrivere un libro sul suo dono naturale di life hacker dal titolo probabile “Io sicuro che me la cavo”, mi ha detto che avevo fatto male. E mi ha raccontato di quando mia nonna paterna, una contadina sarda con un forte senso delle tradizioni e dell’economia domestica, appena la scrivente aveva veduto la luce voleva proporsi di ricamarmi il corredo. Mia madre si oppose, forse per evitarmi un fardello di lenzuola di lino a punto gigliuccio e una promessa di avvenire matrimoniale come unica prospettiva di felicità. O più probabilmente, come mi ha detto, sotto sotto perché voleva essere lei a provvedere a me.

Si era poi pentita per anni, perché avrebbe tenuto occupata e resa felice mia nonna, lasciato a me un suo ricordo, e quelle lenzuola di lino mai ricamate avrebbero comunque essere utilizzate da me in qualunque destino, matrimoniale o no, poi avessi scelto di spendere la mia biancheria da casa.

(Questa paraboletta nella paraboletta aggiunge un ché alla storia, mi ricorda Calvino, sarebbe da sistematizzare).

E aveva ragione. Due giorni prima del matrimonio il testimone dello sposo, custode dei nostri anelli, si è scandalizzato dell’assenza del cuscinetto portafedi, per lui elemento essenziale per compiere il gesto di porgerci il simbolo del vincolo matrimoniale con la dovuta eleganza. In compagnia della sorella del Partenopeo hanno girato i negozi di Bologna alla vigilia del matrimonio per rimediare alla nostra mancanza (previa approvazione degli sposi, naturalmente) mentre noi ci occupavamo di rimediare agli altri 1000 inconvenienti che naturalmente si producono in queste circostanze.

Quel cuscinetto semplice e svelto, acquistato in quella occasione, ha poi avuto altri momenti di gloria in matrimoni successivi della famiglia. E ogni volta, con un pizzico di rimpianto, penso che avrebbe potuto avere i fiocchi rosa ricamati a punto croce e lì vicino ci sarebbe stata una persona orgogliosa del lavoro fatto, a cui io senza nessun motivo ho tolto l’occasione di una piccola felicità.

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Continuiamo a chiamarla Provvidenza

Come dice il poeta, life happens mentre nel frattempo sei occupato a fare altro, e a volte passa più di un mese e avresti qualche post pellegrino tra le bozze e nulla di pubblicato sul blog. Che per fortuna è un diversivo e questo consente di trascurarlo senza sensi di colpa e senza interventi di quell’antipatico di super io, che, come tutti i super, un personaggio del tutto a modo non può essere.

Il lavoro, ringraziamo i cieli, procede e quel côté avventuroso che mi ha portato nella vita mi rende allegra quasi come il chiacchiericcio continuo del piccolo guascone e gli amori improbabili del primogenito. E poi ho sfoggiato il mio Adrift sulla stampa nazionale, mi pare il caso di citarlo. Il giorno della foto nevicava a secchiate e davanti all’armadio non mi sono mascherata e ho messo abiti che sento più miei, i jeans con i fiorellini ad uncinetto, il mio cardigan compagno di vacanze e, tra l’altro, una maglietta B.e.

Infine Sabato si parte per Genova, grazie un buono regalato da una cara amica, perché anche se hai bisogno di staccare o di una piccola vacanza, sempre bisogno è, e la Provvidenza, da denominazione, provvede. I bimbi sono estasiati all’idea di tornare all’acquario e di entrare finalmente nel sottomarino, e ai genitori cambiare il paesaggio aiuta a cambiare prospettiva, e la prospettiva, come direbbe Anton Ego, è un bene prezioso di questi tempi.

Concludo mandando a far conoscenza con l’es il super io che mi vuole convincere che non è il caso di pubblicare post così inutili, una piccola vacanza ci vuole per tutti. La vita accade, dice il poeta, e io me la faccio accadere un po’ più in là questo fine settimana.

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