Archive for February, 2013

Alla sbarra

Nevica tanto tanto. Fuori è un muro bianco fioccoso, noi ce ne stiamo rintanati in casa e io comunque posso concedermi la mia oretta di movimento, senza palestra, senza parchi, senza particolati attrezzature.  Oggi ad esempio mi basta una sedia ma conosco anche chi usa il piano della cucina come barra di supporto alternativa per il tipo di allenamento che vi propongo oggi.

Nel mio viaggio tra i possibili allenamenti da fare a casa hanno infatti un posto d’onore quelli di tipo barre, estremamente diffusi nel mondo anglosassone con diverse varianti e classi dedicate. Credo, ma non ne sono certa perché ho studiato poco, che la maggior parte di questo tipo di ginnastica si possa far risalire a Lotte Berk e Callan Pinckney. Ho avuto modo di provare Callanetics ma non il metodo Lotte Berk, solo alcuni degli esercizi più noti, e, fatta la tara dell’atmosfera early ’80 ci si riconoscono i principi fondamentali, che consistono in movimenti piccoli e molto controllati che stimolano precisi gruppi di muscoli e che spesso vengono compiuti alla sbarra proprio per raggiungere posizioni difficili da mantenere che  rafforzano e tonificano senza ingrossare. Così si finisce per stare minuti e minuti in plié o in attitude facendo minimi movimenti su e giù con un’immensa fatica per un esercizio a prima vista semplice. L’obiettivo degli allenamenti barre è infatti un fisico longilineo da ballerina, non si fa un uso intensivo di pesi e in genere il consumo di calorie è minore che in altri esercizi più intensi, naturalmente con le dovute varianti.

Quello che si trova adesso sul mercato è vario, spesso contaminato da fusioni con tecniche più decisamente ispirate al balletto, yoga, pilates o una struttura a intervalli per bruciare più calorie. Io li amo perché sono workout compatti che allenano uniformemente il corpo, con un’attenzione alle gambe, perché si fanno scalze, che per me è un valore aggiunto, e perché in generale aiutano anche a migliorare il portamento e, nonostante la fatica, non ti senti sgraziata mentre gli effettui. Sono a basso impatto, ottimi per chi comincia o ha problemi alle ginocchia e non può saltare. Li alterno a Tonique almeno due volte a settimana, proprio per il modo diverso di lavorare la muscolatura e preferisco quelli più intensi.

Ho raccolto un po’ di workout free su youtube, per chi volesse provare che effetto fa. Ce ne sono molte varianti, li ho provati tutti anche se non sono quelli che eseguo di solito ma alla fine il succo rimane quello, se piace si può girare un po’ per trovare l’istruttore ideale: ce n’è davvero per tutti i gusti. Ho evitato tutti quelli che utilizzano la palla da pilates, molto frequente, perché non è detto che si abbia in casa. Per il resto, le solite 2 bottiglie di acqua come pesetti, una coperta, una sedia robusta a sostituire la barra e i piedi nudi sono tutta l’attrezzatura che serve.

Qui si trovano brevi segmenti di esercizi spiegati piuttosto in dettaglio. Facendoli tutti uno dietro l’altro viene fuori un allenamento completo.

Io, i calzettoni, una sedia robusta e la neve fuori. Non vi viene voglia di muovervi, graziosamente certo, ma anche di far fatica almeno un po’, con tutta questa calma e silenzio?

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La copertina

Copertina

Mi sono beccata questa influenza molto pesante che gira quest’anno. Me l’ha attaccata il piccolo, che si è appeso a me come una cozza con la febbre a 39,7 e vuoi forse metterlo giù e prendere le normali precauzioni igieniche, tipo non farsi sbavare in faccia? Insieme a me si è ammalato anche il grande, e siamo finiti tutti e 3 nel lettone mentre il papà dormiva sul divano per 3 giorni per non essere contagiato, che se la prendeva anche lui eravamo fritti. E’ un po’ uno smacco, visto che io mi ammalo difficilmente e questi giorni avevo tipo 2 appuntamenti importanti e altre 40 cose da finire. Ma dopo aver provato a lavorare con la febbre per 10 mn ho ceduto. Di prendere qualcosa per i sintomi non se ne parlava, credo che sia una delle ragioni per cui mi ammalo con difficoltà: se sta per cascare il mondo posso anche farlo, per il resto se non riesco a lavorare con la febbre è volontà del mio corpo che mi riposi, e siccome spero che lui mi serva ancora per un bel po’ mi tocca ogni tanto dargli ascolto. Tanto comunque anche badare a due bimbi malati mi tiene attiva a sufficienza.

Fortunatamente i nonni, tenuti alla larga tramite segnali con teschi e grandi croci rosse per paura che si ammalassero, lasciavano davanti alla porta pacchetti pieni di cibo ipernutriente, succhi di frutta e biscotti, librini per i bambini e maipiùsenza come l’orologio dei bakugan che proietta una sorta di animale mostruoso sulle pareti. Con quello puoi giocare anche dal letto rantolante con la febbre, yeah.

E ritiravano sacchi di fazzoletti da naso a fiorellini, quadrettoni, eleganti di batista, di topolino e winnie the pooh da sterilizzare, che noi sia quelli che non usano e gettano ma che stavolta rischiavano di dare fondo alle scorte.

Alla fine ci siamo curati a polpettone, pasticcio di patate e merendine, che tanto alla pediatra non lo diciamo, e siamo passati dal letto al divano con copertina. E proprio dell’elogio della copertina fatta in casa vi volevo parlare.

Mai fatto copertine in vita mia fino a questo autunno. Manco per i miei figli.

 

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Le ha fatte la nonna, due minuscole copertine che adoro, di
pura lana merinos, che però a me magliaia casalinga faceva un male cane vedere coperte di rigurgitini o amabilmente ciucciate agli angoli. Per il resto, una mia amica d’infanzia me ne ha regalata una di pile cucita da lei, con un grazioso bordino in sbieco a contrasto e un orsetto impunturato, e da quel momento ho giurato fedeltà alle copertine di pile che se si sporcano vanno in lavatrice alla temperatura che vuoi e poi escono praticamente asciutte. E poi non so, la copertina in lana mi è sempre sembrato un lavoro lungo e noioso, mangiatrice di tanta lana e di poca soddisfazione.

Però l’anno scorso c’è stato il terremoto qui in Emilia, hanno fatto i controlli, hanno fatto dei lavori, e al piano di sopra della scuola dell’infanzia del piccolo non si può più dormire. Da quest’anno il pisolino del pomeriggio lo fanno tutti nella palestrina morbida su materassini di spugna coperti da asciugamani da mare. Con l’avvicinarsi dell’inverno hanno chiesto le copertine “ma non di pile, che c’è già abbastanza elettricità”. Ecco, e io e la mia pila di copertine di pile eravamo sistemate. E quelle di lana di quando erano piccoli erano… piccole.

Però io avevo ancora un terzo della rocca di merinos sottilissima con cui ho fatto l’adrift usandone più fili. E se sovrapponevo il filo un numero di volte sufficiente il lavoro proseguiva rapido. Anche il pattern è stato semplice, stavo facendo a tempo perso degli americani presi da una vecchissima rivista con un punto a triangoli che secondo me era adattissimo anche ad una copertina.

La lavorazione è stata veloce, giusto in tempo per l’arrivo del freddo. E mi è piaciuto. In fondo, la copertina è come portarsi dietro un po’ di mamma ed ero felice di farla con le mie mani per il mio piccolo Linus. La copertina è un abbraccio, è facile da fare, se viene un po’ più corta o più lunga non è grave e mentre la fai ti cade sulle gambe, ti avvolge, ti ringrazia, e tu già ne saggi le potenzialità attorno a te. Non parliamo poi del fatto che, se ti viene l’influenza, la copertina e il divano sono il miglior farmaco che puoi procurarti.

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A scuola a piedi

Non credo ve lo stiate chiedendo.

Nel caso però vi chiedeste che cosa faccio io, oltre lavorare, fare ginnastica e stare con la mia famiglia, come passo le giornate invece di aggiornare il blog che langue e a fotografare i nuovi lavori lanosi che aspettano solo il loro momento di gloria, sappiate che faccio cose tipo perdere un sacco di tempo ad accompagnare il più possibile a piedi i bimbi a scuola.

Sono quasi 50 minuti, se mi toccano entrambi, altrimenti 35 per il Primogenito e 20 per il cadetto. Ce li alterniamo con il Partenopeo, per varietà di percorso e di relazione. A volte devo poi prendere l’auto per dirigermi per lavoro in qualche posto e se il tempo me lo permette, la macchina torno a prenderla dopo aver terminato il giro consegne, e conservo la mia camminata mattutina libera dalla guida.

L’anno scorso abbiamo giocato alla famiglia spensierata, che arrivava alla scuola dell’infanzia tutta insieme, accompagnava il piccolo al padiglione in fondo, dopo avere doverosamente letto il menù del giorno e guardato la bacheca comune. Il Cadetto normalmente entrava a quattro zampe, specialmente se c’era la maestra Claudia che apprezzava la sua aspirazione a essere un cucciolo di qualsiasi essere afferente al regno animale (“non zono un pittolo ptelodattilo tanto calino?”).

Poi ci dirigevamo verso l’altro padiglione per portare il Primogenito e la cosa era tradizionalmente più lunga. C’era il saluto sulla porta della sezione e la richiesta del disegno del giorno. Poi uscivamo, ci dirigevamo alla finestra della classe e, sopra la condensa, il papà faceva un disegno. Un giorno un pagliaccio, un giorno una barca, un giorno un dinosauro…  Un cenno del capo, come dire “Sto bene, potete andare” e il grande ci si salutava. Verso la fine dell’anno c’era sempre qualche altro bambino che assisteva alla performance, primo evento della giornata culturale dell’asilo che si prospettava davanti.

Perché solo ad uno dei fratelli? Perché l’attitudine teatrale del piccolo faceva che le volte che avevamo provato a salutarlo dalla finestra il momento si era trasformato in tragedia, con lacrime e saluti senza fine e con le maestre si era visto che era controproducente.

Quest’anno il grande ha cominciato le elementari, che non sono di fronte a casa ma neanche lontanissime, quindi ci dobbiamo separare. Il Primogenito, come si confà ad un bimbo avanti negli studi, pone già domande: “Insomma, perché noi andiamo a piedi, mentre il resto del mondo va in macchina?”.

Perché la benzina costa. Perché usare la macchina inquina. Perché guidare stressa. Perché muoversi fa bene. Perché così conosci le strade del quartiere. Perché voglio avere un po’ di tempo per chiacchierare da sola con te. Perché la mattina la mamma si sveglia a fatica e questa passeggiata la aiuta a carburare. Perché mio papà mi ha insegnato a camminare per arrivare dove voglio.

Se usassi la macchina risparmierei una ventina di minuti ogni mattina. Non sono pochi. Capisco chi corre per non perderli, anche io l’ho fatto, in passato. In venti minuti potrei fare tante cose. Però questa incombenza sono decisa a prenderla con lentezza, di perderlo quel tempo, di conservare questo lusso di camminare con i miei bambini e lasciare l’auto a dormire in garage.

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