Archive for category Dare e Avere

Lo stretto necessario

http://www.flickr.com/photos/reneeanddolan/

Come vi dicevo, sono ripartita con il fare spazio, il liberarmi di quello che non mi serve e mi occupa e mi preoccupa. E ho trovato un nuovo stimolo nel semplificare ulteriormente quello che ho: quando vedo un oggetto non lo vedo più da solo e sulla sua generica utilità decido se mi serve o no. Ora, lo guardo insieme ai suoi compagni e mi chiedo “Quanti me ne servono?”.

Quante lenzuola mi servono? Quanti strofinacci? Quante penne? Quante coperte? Quanti pettini?

La maggior parte delle volte, è una domanda nuova. Le 21 penne che ho trovato alla prima ricognizione per casa mi hanno fatto pensare. Molte non funzionavano, ma la maggior parte era lì perché erano entrate in casa e nessuno si è mai messo il problema se ci servissero o no. Almeno 21 volte.

Voi ormai dovete pensare che io abbia una casa essenziale e minimalista come quella dei giornali. Non è così: ho una piccola casa disordinata e piena di molta roba vintage tipo libri, cd, dvd.  Mi pare che più elimino, meno compro, più possiedo. La prima volta che ho avuto questa sensazione è stato quando la ditta per cui lavoravo ha cominciato a non pagare più gli stipendi: sapevo che ce la saremmo cavata ma era chiaro che avrei dovuto rinunciare ad acquistare beni futili per un po’ di tempo. Ho preso la mia ansia e l’ho portata davanti al mio armadio e lì mi sono resa conto che avrei potuto non comprare più abiti per anni senza che mi mancasse di che vestire.

In un primo luogo questa riflessione mi ha consolato. Forse sarei stata un po’ fuori moda ma non necessariamente stracciona. Poi mi è subentrato un senso di angoscia al pensiero di rimettere sempre e continuamente quegli abiti. Erano tanti, e alcuni non li amavo. Non mi stavano bene, non li mettevo. Perché ne avevo più di quanti ne potessi considerare il giusto numero? E ancora, qualcuno avrebbe potuto considerare il mio guardaroba appena sufficiente, invece in quel momento in cui perdevo la sicurezza economica lo sentivo paradossalmente come un peso. Oggi i miei vestiti si sono ridotti alla metà ma non sono ancora soddisfatta.

La mia casa dunque è tutt’altro che sobria e vuota e c’è ancora da fare. Non tutto dipende da me e il mio desiderio di semplicità non sembra contagiare troppo gli uomini di casa. Inoltre non apprezzo in toto l’estetica minimalista. Amo gli oggetti, non amo l’ordine perfetto. Ma vedo fagotti di cose in più che se ne vanno e mi sento come mi fossi fatta un regalo.

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Non cambiare

Quando ho aperto questo blog era un periodo economico nero per la nostra situazione famigliare e forse una delle ragioni per cui l’ho iniziato è dimostrare a me stessa che in fondo non mi mancava nulla, apprezzare ancora di più, condividendolo, quello che avevo, magari piccolo ma con un alto valore personale.

Mi sono stupita di quanto alla fine le mie esigenze diminuissero ma aumentasse la qualità di quelle poche su cui continuavo ad investire. Dieci anni fa passavo la maggior parte delle serate della mia settimana fuori casa, compravo abiti su impulso, mangiavo per la maggior parte cibi confezionati. Ero felice ma forse mi sfuggiva anche una dimensione più quotidiana della felicità che non corrispondeva necessariamente al costo ma piuttosto all’attenzione alla qualità delle azioni di ogni giorno. Perché mangiare dobbiamo mangiare, coprirci dobbiamo coprirci, svagarci dobbiamo svagarci. Ma era come se volessi supplire alla mancanza di tempo aumentando le quantità: adesso mangio di meno, ma ho scoperto sapori agricoli locali che non conoscevo, e tutte le mie verdurine e i legumi biologici della cassetta del Gruppo di Acquisto sono per me dei piccoli lussi su cui baso la maggior parte della mia alimentazione. Mentre mi nutro penso che sto facendo del bene al mio organismo ed è la prima volta. Ho diminuito drasticamente l’acquisto di carne e cibi confezionati e alla fine questo fa sì che pur mangiando prodotti freschi e biologici spendiamo in 4 quanto spendevamo in due anni fa, con le dovute proporzioni. Non posso dire che il mio guardaroba sia ridotto perché in realtà ho ritirato in ballo molti abiti che non mettevo più ma mi capita sempre più spesso di entrare e uscire da un negozio rendendomi conto che non ho bisogno di nulla.

Ho intorno a me la mia famiglia e questo dare/avere quotidiano con le nuove e le vecchie generazioni mi farebbe venire voglia di adottare chiunque non lo può sperimentare giorno per giorno. Non sento vuoti e non mi struggo per riempire quelli che ho. Certo, vorrei una casa più grande. L’avrò, un giorno. Ma mi rendo conto che le dimensione del mio appartamento mi impediscono di accumulare e ringrazio queste 4 mura per questo.

Ieri mi ha folgorato un pensiero, dovuto ad un paio di prospettive positive. E se cambiasse? Se improvvisamente il periodo più o meno critico finisse? Cambierebbe  anche tutto questo? Il pensiero mi ha lasciato quasi un po’ di timore e mi sono resa conto che la verità è che non voglio cambiare, che ormai credo in questo stile di vita. Mi piacerebbe non avere preoccupazioni di sorta legate al denaro ma credo sinceramente che sia giusto limitare i miei bisogni materiali e indirizzarli verso un numero limitato di risorse,  lo stretto indispensabile di beni che abbia però caratteristiche umane forti di qualità, di calore, di eticità, di bellezza. Vorrei accumulare esperienze quotidiane, non oggetti. E poi non voglio riempire tutti i miei vuoti perché non lascerei spazio alla vita di stupirmi, a quello che io chiamo un po’ ironicamente e un po’ no Provvidenza di intervenire. Lo scrivo qui, a memoria futura. Ricordatemelo voi, nel caso.

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Leggera

Se vi capita di passare da casa mia oggi, vi regalo qualcosa. Abiti ormai larghi, libri già letti, tessuti, strofinacci che non si abbinano con la mia cucina, ebook, video di fitness, materiali per lavoretti che so che non farò mai. Cose vecchie forse ma amate e ancora in buono stato. Magari anche suggerimenti su come impiegare quanto vi dono, sul momento migliore di fare certe letture, su come mantenere bella quella maglia in pura lana. Le altre, le magliette sintetiche, elettrodomestici vecchi e poco usati, i giocattoli dei bambini andranno all’isola ecologica o nei sacchi per le donazioni. Quello che non riuscirò a regalare lo venderò. Voglio cominciare il nuovo anno più leggera, alla faccia della crisi e delle rinunce. Voglio cominciare il nuovo anno libera di quanto non mi serve veramente. E che magari può riempire un vuoto di qualcuno. Avrò tempo per riempire quegli spazi nel 2012, o di apprezzare l’assenza del superfluo. Buon 2012 leggero, vuoto e ottimista a tutti voi!

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I pensierini natalizi

Siamo al 20 Dicembre e non ho ancora fatto neanche un accenno al Natale su questo blog. Non è che qui (anzi, qui e lì, in trasferta a casa del Partenopeo) non si facciano albero e presepe o non si festeggi. Si festeggia con tutti i crismi, compresa messa di Natale a Santa Chiara, cantando Tu scendi dalle stelle come all’asilo da bambina. Ma dei regali, del cenone, degli ospiti, sono pieni i blog, con splendide immagini festose e presentazioni luculliane, e io mi beo di rimirarli e mi sento sazia e senza nulla da aggiungere sull’argomento.

Fortunatamente questo blog è per sua natura erratico e sforacchiato e sopratutto, non essendo fortunatamente un lavoro, posso permettermi di non sentire il bisogno di dire la mia sugli argomenti di rito. Leggo, immagino, e ripenso a quanto poco mi sono stressata quest’anno con addobbi e regali.

Secondo me è capitato perché ho ormai accettato il rischio di apparire poco attenta, frettolosa, non del tutto educata, ripiena delle mie fissazioni e forse anche poco generosa. Ho ammesso a me stessa che il regalo perfetto è difficile, quasi impossibile da trovare per qualcuno che non sia un familiare stretto o un amico altrettanto stretto, e una volta accettata questa affermazione mi sono dedicata a cercare regali poco indovinati che per lo meno non fossero di peso ai destinatari.

Allora in controtendenza con i consigli degli acquisti che troverete in giro, vi spiego qui come fare regalini che non rimarranno in mente a nessuno per quanto banali e semplici sono, che spariranno dalla memoria dopo pochi giorni, che probabilmente saranno considerate cosarelle poco indovinate, che faranno capire quanto poco vi siete impegnati a scovarli ma che saranno lievi per l’offerente, il ricevente e l’ambiente circostante. Non si tratta qui di parlare dei regali sentiti e voluti alla mamma, ai figli, al marito, all’amica del cuore, ma dei cosiddetti pensierini, quelli che comunque è necessario distribuire a lontani parenti e amici e tenere pronti per ogni eventualità.

La mancanza di tempo, quest’anno, mi ha evitato di mescolare improbabili miscele festive di té, di imbarattolare marmellate di mele alle spezie, di sferruzzare copritazze e scaldacolli non particolarmente riusciti e/o apprezzati. E non posso certo biasimare nessuno di non esaltarsi per i miei regali economici e autoprodotti, visto che io mi esalto poco per ninnoli natalizi e angeliche candele profumate.

Sono nel tempo arrivata ad una serena rassegnazione a proposito del cosiddetto pensierino natalizio. Va fatto, ed è pure piacevole da donare e da ricevere, ma oramai viene da me deciso e spesso anche acquistato con mesi di anticipo, ed è un regalo leggero, quasi invisibile, che sparisce, che non ingombra, che non fa sentire in obbligo, che non lascia dietro rifiuti non riciclabili, che magari concede uno sfizio extra, se la mia capacità di scovare un oggetto comunque grazioso o piacevole mi aiuta.

Cerco di scegliere una merce che sia prima di tutto un regalo per chi lo commercia, magari a scopi benefici, e lo compro in serie. Deve essere un regalo utile, di preferenza alimentare o per la cura personale, biologico, dall’imballo riciclabile. Sto magari attenta alla presenza di possibili allergenici ed evito cibi grassi e dolciumi, a meno che non siano a lunghissima conservazione, perché tengo alla salute dei destinatari e vorrei evitare di scambiare la spazzatura esterna regalando cause di spazzatura interna. Deve essere un regalo economico, perché un regalo costoso rischia di portare dietro un debito di riconoscenza che appesantisce i rapporti, perderebbe leggerezza ed, essendo per sua natura un regalo comune e poco azzeccato ingenererebbe il pensiero “Che peccato! Tanti soldi spesi per una cosa di cui non avevo necessità e che magari non è perfettamente di mio gusto!”. Inoltre il regalo economico è l’unico che mi posso permettere, e naturalmente le mie speculazioni sul costo medio del pensierino andranno nella direzione di trovare più idoneo un regalo poco costoso piuttosto che uno molto costoso.

Si tratta di oggetti che prima o poi devono sparire dalle case dei destinatari evitando di divenire direttamente dei rifiuti: il regalino, a mio parere, deve essere per eccellenza un oggetto che “non resta”, che si consuma, che lascia spazio, dignitoso e piacevole. Questo per l’assolutamente egoistico motivo che i regali che faccio preferisco che piacciano anche a me e rientrino nei miei criteri estetici e morali e che questa è la tipologia di regalino a me più gradita. Regalatemi saponette, creme per il corpo in bottiglia di vetro, olio d’oliva aromatizzato, té, tavolette di cioccolato al 70% e tenetevi i gioielli, l’argenteria e i vasi di cristallo, mi farete felice.

Quest’anno ho acquistato tutto da un’associazione locale che reimpiega nel lavoro e la trasformazione dei prodotti della terra persone a rischio di integrazione segnalate dai servizi sociali. Sono prodotti un po’ rustici della tradizione bolognese, a buon prezzo, non lo nego, ma almeno so che qualcuno comunque questo Natale sarà grato per questo acquisto.

Lo so, alla fine arriverò alla cafonaggine di impacchettare bigliettini con donazioni a terzi, e sarò per sempre bandita dal circolo delle persone per bene. Voi che mi leggete, tenetevi liberi per i Natali futuri, così lo potrò passare con voi online scambiandoci immagini di torrone e di ghirlande, a costo zero e completamente riciclabili, costruendo con l’intero budget dei mancati pensierini natalizi case famiglia alle Filippine e scavando pozzi d’acqua nella profonda Africa

Addendum. Il pensierino più indovinato ricevuto fino a ora quest’anno è stato un rotolo di carta igienica a disegni natalizi. Praticamente il regalino “leggero” ideale.

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Chiamala, se vuoi, Provvidenza

E’ una vita che non compro più riviste di moda ma non è che non mi piacciano. Sono però carta da buttare, non vedo nessuna ragione civile o morale per modificare radicalmente il mio guardaroba a seconda delle ultime tendenze della stagione e la magrezza delle modelle mi fa fare mediamente brutti pensieri, tipo prendere un imbuto gigante per obbligarle a mangiare. Quindi, niente riviste.

In compenso, seguo svariati blog di quelle che si dice siano fashion blogger e che ai miei occhi sono ragazze simpatiche che commentano, raccolgono fotografie per il web e  immortalano le loro mise preferite e che alla fine dei conti mi fanno fare varie riflessioni sul senso del vestirsi e dell’acquistare abiti. Perché, che si tratti di potevofarelamodellaeinvecehostudiato, di appassionate di vintage o di fashion victim presenti ad ogni incontro modaiolo, seguendole per un certo periodo quando ritorno regolarmente sui loro blog alla fine rimane un’impressione fortissima: che si vestano alla fine sempre più o meno allo stesso modo.

O, altrimenti detto, hanno uno stile molto ben definito. Ma allora, è poi così necessario comprare comprare comprare se costoro, che a volte si lamentano di non resistere agli acquisti e non avere più il minimo posto nell’armadio, danno invece un’idea così chiaramente precisa del loro modo di presentarsi? Perché alla fine, se sei tipa da minigonna e ballerine, puoi anche prenderle argentate o verdi a pois rosa, e variare con short e minidress, ma sempre l’idea che sei una da minigonna e ballerine rimane. Ed è pure una cosa positiva.

D’altro canto tornare nei loro blog è rassicurante. Vedi che anche quando sono in auge i tacchi sottili c’è chi se ne frega e chi li incorpora nel proprio stile, che se va il color blocking alla fine basta aggiungere un paio di ballerine rosse per fare l’affare, che il verde e l’azzurro sono deliziosi insieme e il rosso e il rosa ancora di più. E che forse davvero un guardaroba limitato allo stretto indispensabile, basta che sia azzeccato, e poche innovazioni ogni tanto può essere più che sufficiente per un’immagine varia, riconoscibile e curata, che sia gradita a te e a chi ti circonda. Perché sarà pur vero che è importante essere belli dentro, ma di tutta questa bellezza interiore forse qualcosina si potrà anche manifestare nell’accostamento dei colori e del tipo di capi scelti.

Uscendo dalla filosofia, io spesso vado a leggere Trashic, lì portata soprattutto dalla simpatia di Barbara e Caia, che sono donne assolutamente normali e prendono la moda con ironia e concretezza. Che vuol dire anche non spenderci troppi soldi, non comprare troppe cose e non esserne ossessionate. Ora sto seguendo le pratiche lezioni di stile di Caia, all’insegna del Less is more, che è sempre un buon biglietto da visita per me.  E lei mi ha convinto a riarchiviare lo zainetto, anzi, reinterpreto, riservare ai weekend rilassati i miei pratici zainetti, ritornati in auge dopo la nascita del Piccolo Guascone per l’esigenza di avere le mani sempre libere con due bimbi da riacciuffare, e passare nuovamente alle borse, più adatte forse al mio abbigliamento da lavoro (no, non quello a casa di fronte al computer, quello in cui devo andare in giro a parlare con la gente).

Il problema è che io di borse sufficientemente grandi per mettere il kindle, il lavoro a maglia, fazzoletti da naso in morbido tessuto nella loro apposita bustina, salviette, minitrusse da trucco improvvisato, cartelle di documenti, buoni sconto dei supermercati e le borse della spesa riutilizzabili non ne avevo. Perché la riduzione dell’usa e getta e portarsi sempre i propri hobby dietro hanno la loro tassa da pagare in spazio fisico.

Vado a vedere su Yoox, che ci sono i saldi fino all’85% e trovo una borsa arancione, capiente il giusto, di Gattinoni, a un quinto del suo prezzo. Starebbe benissimo con il mio citron, mi piace e mi pare un affare. Visto che ci sono infilo nel carrello virtuale anche un levi’s scontatissimo e un altro paio di cosine. Poi mi fermo. Vado a vedere lo stato di conto corrente e carta di credito e vedo che stiamo sforando il budget mensile. A malincuore chiudo la pagina e lascio scadere il carrello. Niente da fare, i tempi sono di magra e lo zainetto può fungere alla bisogna per un altro po’.

Fine prima scena. La seconda comincia il giorno dopo nel mio garage, in cui avevo accumulato delle cassette di legno delle arance acquistate con il GAS l’anno scorso. Dato che dovevo passare vicino a casa di un’amica (tra l’altro, un reale esempio di less is more vivente) a cui in genere le porto d’inverno per alimentare il suo camino, le carico in macchina, sento se è in casa e le consegno. Dopo le inevitabili piacevoli chiacchiere, mentre sto per uscire lei mi fa “Non è che ti serve una borsa?”. E mi fa vedere una borsa color melanzana, graziosa e capiente e che potrebbe aprire un proficuo dialogo con la mia sciarpa nei toni del viola. “Me l’hanno regalata, non mi serve e mi occupa posto nell’armadio e non mi fa trovare le cose che mi servono e mi piacciono” (impara, Lisa, impara). Un po’ meravigliata e molto felice ho in pratica barattato le mie cassette di legno con quella borsa che andava a soddisfare una delle poche esigenze del mio guardaroba. A volte bisogna avere almeno un po’ di bisogno, un piccolo vuoto, per vivere un po’ lo stupore dei perfetti incastri che la vita ti riserva.

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Col regalo pronto

Si tappino gli occhi tutti quelli del regalo pensato, indovinato, a lungo meditato. Niente contro di esso, anzi, ma qui si parla di altro, si parla del mio “scatolone dei regali” che mi salva tempo e portafoglio nei momenti critici e mi permette di non presentarmi a mani vuote.

Un esempio tipico. Sabato siamo stati invitati da un amichetto del Primogenito a festeggiare il suo quinto compleanno in un agriturismo non lontano dalla città. Questo evento arrivava al termine di una settimana all’insegna dell’arranco, come potete notare dal tasso di aggiornamento di questo blog, e andare a comprare in una costosa libreria dedicata (di cui comunque sono frequentatrice, ma non per gli acquisti all’ingrosso) un bel libro per bambini non ci stava neanche a inventarsi del tempo supplementare. Ho quindi aperto il mio scatolone dei regali e ho preso questo libro, comprato su Amazon (parecchio scontato) in 3 copie dopo che i miei bimbi lo hanno letto e adorato. L’abbiamo impacchettato insieme, loro molto eccitati perché regalavano qualcosa che conoscevano e amavano, io contenta anche perché regalare a un compagno qualcosa che loro già possiedono ti mette al riparo dai “Lo compri anche a me?” e consente di renderli partecipi di scelta, confezionamento e consegna. Certo, si tratta di un regalo preacquistato, ma anche di un regalo molto personale.

Ma lo scatolone è venuto in aiuto anche per un imprevisto (chiamamolo così). Mettiamo che il Cadetto abbia deciso che dormire tutta la notte non fosse una buona idea in questo periodo, mettiamo che il periodo sia così denso che ogni ritaglio sia riempito di lavoro per quello e lavoro per quell’altro, e non se ne abbia un briciolo per riposare. Mettiamo che in questo contesto la mamma si scordi le chiavi nel quadro della macchina, chiusa in garage, per fortuna. Succede che, prima di andare alla festa, ci si accorge che la batteria della macchina è completamente scarica e tale festa non è raggiungibile con i mezzi pubblici. I parenti sono lontani, gli amici fuori per il weekend, il palazzo completamente vuoto. Solo, al piano di sotto, una coppia con bimba, che probabilmente si riposava serenamente dal caldo, ci può venire in aiuto. Vicini benedetti, la batteria si carica e la macchina parte, si ringrazia diffusamente e si scappa via senza spegnere il motore, i bimbi sono felici e noi ci rilassiamo un attimo perché la festa è in un bel posto all’aperto.

Alla sera che si fa per ringraziare i nostri salvatori? Si attinge allo scatolone ed emerge qualche prodottino dell’associazione Streccapogn, conosciuta tramite il Gas: la confettura di rosa canina e delle saponette artigianali in un sacchetto colorato. E a buon rendere, come si dice, la batteria scarica è sempre una buona scusa per farsi aiutare da qualche buon samaritano e mostrare poi la propria tangibile gratitudine.

Il mio scatolone è davvero provvidenziale e mi piace tenerlo aggiornato. In genere ci sono sempre: 3 o 4 libri che i miei bimbi hanno già letto e apprezzato.  Tengo d’occhio la scorta, cerchiamo di non regalare lo stesso all’interno di un unico gruppo di amici e controllo i siti on line per prenderne il più possibile in forte sconto. Poi piccoli regali alimentari, presi in genere tramite il GAS o alla bottega del commercio equo, e saponette artigianali.

Se fossi la gran dama che vorrei ci terrei anche (virtualmente, il vino poi va in cantina): una bottiglietta di aceto balsamico invecchiato una decina di anni, non c’è bisogno di strafare, una di champagne, che è bevanda versatile sia da pasto che da festa, qualche stupendo libro di cucina, magari di blogger, con ricette e foto che mettano allegria, foulard di seta.  Ma gran dama non sono, altrimenti avrei tempo e soldi per cercare i regali adatti ad ogni occasione, e quindi ho il mio scatolone che mi permette di risparmiare ore e denaro e lasciarmi il lusso di far regali minimi ma tempestivi quando se ne presenta l’occasione.

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Il piccolo imprenditore, la resilienza e la propensione al rischio

Da un anno a questa parte tra le mie varie letture sto leggendo blog e articoli che presentano startuppers che da una piccola idea hanno creato un piccolo business innovativo. Molti di loro, parlando del momento di decidere di licenziarsi da un posto sicuro da dipendente, di lasciare un’attività già avviata o semplicemente di investire tutto il loro tempo, nel caso non avessero già un impiego, nel nuovo progetto, premettono “Per questa ragione/quell’altra ragione io e la mia famiglia avevamo ridotto i nostri consumi e quindi sapevamo di poter vivere con poco.” Le ragioni potevano essere molteplici e non sempre si trattava di un downshifting programmatico: si poteva trattare di un trasferimento lontano dalla città, un problema economico, l’inasprimento dei tassi di un mutuo ventennale, una maternità che decretava la fine di un contratto a termine, o anche la scoperta di un nuovo stile di vita meno consumista.

Ne conoscete, no, di gente così? Adesso il downshifting è più di moda di una borsa di Prada (si, una volta tanto siamo pure trendy, no, up to date, no, la parola che adesso è di moda per dire che qualcosa è di moda). Quello che non avevo realizzato è che questa potesse essere una chiave di innovazione economica. Non sto parlando delle tecniche di farsi il pane in casa, di realizzare da soli pannolini lavabili ultratecnici, di fare upcycling di cose vecchie non più usate o comunque di applicare la creatività alla vita di tutti i giorni.

Parlo della coscienza di essere resilienti ai cambiamenti, di potercela fare anche in condizioni considerate dai più difficili, di avere diminuito la nostra dipendenza da una grande quantità di denaro e di consumo per i bisogni quotidiani. Dato che non ho bisogno di tanto, posso rinunciare ad un po’ di sicurezza e rischiare. Mettere da parte quel tanto che mi serve per coprire il rischio di non guadagnare per qualche anno, o comunque accontentarsi di poche entrate, lasciare quel posto in cui non mi sento di esprimere il mio potenziale, andare tra la gente e vedere se da qualche parte c’è bisogno di quello che posso creare. Con i miei tempi e i miei modi, giocando il tutto per tutto per la mia idea, e cioè non in ricerca di un nuovo posto da dipendente ma da imprenditore, dove provare a farcela in prima persona.

La maggior parte di questi imprenditori sono i cosiddetti bootstrapper, cioè partono con mezzi propri, senza cercare finanziamenti esterni, cominciando magari con un solo prodotto indirizzato ad un pubblico ristretto, puntando sulla specializzazione e sulla qualità. Naturalmente questo non è che si può applicare ad ogni campo: ci sono attività che richiedono di per sé grossi investimenti iniziali e quindi non possono essere avviate in modo incrementale e immediatamente “sostenibile”. Ma se si può loro fanno la scelta consapevole di non ricercare investitori per la loro idea, intascando da subito parte del guadagno e mettendosi a capo di un grosso progetto con gli effetti collaterali di tenere conto della logica “ho investito, devo guadagnarci tanto subito ad ogni costo”, di entrare nel mercato in modo massiccio senza aver avuto il tempo di testare le proprie capacità e la relativa risposta, di non poter comunque decidere una strada veramente nuova perché vincolati dal parere di chi ci ha messo dei soldi per ottenerne molti di più.

Leggendo le premesse alle scelte di questi innovatori, perché di innovatori si tratta almeno nel modo di avviare e vedere il loro mercato, mi sono chiesta se non avevano semplicemente riportato il loro stile di vita, che bada alla qualità più che alla quantità, che limita le spese a quanto veramente è necessario, contando sulle proprie forze, nella propria attività imprenditoriale. Riassumendo in un facile slogan: chi riduce innova.

Questi piccoli imprenditori hanno in genere individuato una nicchia specifica non coperta dalle grandi aziende, o coperta con prodotti così generalizzati da diventare costosi e pesanti perché rispondenti ad esigenze troppo ampie. Io invece ti fornisco proprio quello che serve a te, dicono, senza costi extra ma dandoti la qualità di un lavoro artigianale che una multinazionale non potrà fornirti proprio per la massificazione dei propri obiettivi. In questo modo si va ad alzare la qualità del lavoro di chi opera in settori magari poco frequentati perché considerati marginali per il grande profitto, fornendo informazione e soluzioni ad hoc. Vincono tutti, come dicono gli americani, chi ha creato il prodotto/servizio e il cliente. Si produce mercato senza danneggiare nessuno.

Questo il piccolo imprenditore lo può fare anche perché non va alla ricerca immediata del guadagno, del potere, ma della soddisfazione personale. Chissà, forse anche perché si è esercitato in questo tipo di scelte prima nella vita personale. Senza voler generalizzare, non varrà certo per tutti, ma è un’ipotesi da considerare. Chi è sostenibile e cerca la qualità di vita nel privato, potrebbe farlo anche nel proprio lavoro, quando ci può mettere del proprio.

Pur non essendo un’economista, la prossima volta che qualcuno mi rimprovererà dicendo che la mia riduzione dei consumi rallenta l’economia, gli risponderò con le tante storie di imprenditoria sostenibile che ho letto in quest’anno. E anche se questo post non vuole essere altro che una sensazione e una provocazione , spero che non sia solo una visione ininfluente nel panorama macroeconomico, perché questo tipo di economia mi piace e spero che questa scelta di produrre quanto serve per chi lo utilizza, senza indurre bisogni che sfociano nell’accumulo, sia davvero la molla per un nuovo modo per pensare la legge di domanda/offerta.

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