Archive for March, 2011

Olio per il corpo alla lavanda

E adesso un post un po’ frivolo, non sia mai che qualcuno che è capitato per caso su questo blog con il post precedente poi pensi che si parla solo di roba seria.

Quest’estate mi sono imbattuta in questo simpatico libretto scaricabile dal titolo Cosmesi naturale pratica. Mi ha riportato all’adolescenza, quando copiavo con una grafia che voleva essere elegante su un quaderno rilegato in tessuto tutte le ricette di maschere e impacchi casalinghi che trovavo su giornali e affini. La storia era sempre quella, avrei voluto le potentissime creme ai nanocomponenti e ai tecnoidratanti che si trovavano in profumeria ma non le potevo comprare, quindi provavo a fare alternative casalinghe. Ricordo ancora la pappa di mela che mettevo sulle mani, non so bene che effetto sperassi di ottenere, e il tuorlo d’uovo sbattuto per nutrire i capelli. Consistenze scomode e intrugli da fattucchiera ma era divertente crearli e qualche volta risultavano persino efficaci. Ma rispetto ai miracoli promessi dalle pubblicità televisive sicuramente l’effetto era molto meno eclatante.

Ho ricominciato ad interessarmi alla cosmesi naturale, dopo anni di acquisti distribuiti tra il reparto cosmetici dei supermercati, le erboristerie e piccole follie in profumeria, con la nascita dei miei figli. Perché a quel punto ti tempestano la testa di parole come parabeni, resorcina, paraffina e tante altre cose che ho allegramente distribuito sul corpo in tutti questi anni (senza tra l’altro ottenere i risultati meravigliosi promessi dalla pubblicità) e che invece non mi sono sentita di spalmare sui culetti dei miei bambini. Magari non è detto che siano proprio proprio così nocive ma, se devo scegliere, perché non ricorrere invece a qualcosa di meno controverso? Partendo dal fatto che oltre l’acqua per lavare i bimbi non serviva molto, ogni tanto tra un pannolino lavabile e l’altro utilizzavo un po’ del meraviglioso olio weleda alla calendula. Incuriosita mi sono chiesta che olio usassero come base invece del solito paraffinum liquidum e ho notato la brevissima lista degli ingredienti: olio di sesamo e estratto di calendula. Tutto biologico, naturalmente.

Beh, però niente che non si possa fare in casa, almeno per questo prodotto specifico. In un periodo in cui stavo programmaticamente consumando quanto presente sulla mensola del bagno al fine di semplificare e migliorare il nostro parco prodotti, spronata dal libretto di cui sopra, ho compiuto la complicatissima mossa di mescolare insieme olio di sesamo (7.50 al negozio bio) e poche gocce di olio essenziale di lavanda, sempre bio (10.50 tutto il flaconcino ma potete metterci il profumo che volete). Ci ho aggiunto anche un pizzico di curcuma per le sue proprietà riequilibranti ma è stato un esperimento e credo se ne possa fare a meno. E da quel momento non ho più acquistato idratanti per il corpo, e dire che io ho la pelle delle gambe estremamente secca. Si assorbe facilmente e lascia la pelle meravigliosa, profuma, ed è naturale. E costa pochissimo, in proporzione ad altre creme, meno di un flacone da supermercato, contando che con una bottiglia di olio ne riempiresti 3 flaconi e che prima di consumare l’olio essenziale di lavanda bisogna prepararne parecchie volte. Senza contare la diminuzione dei rifiuti prodotti, visto che l’olio è imbottigliato in vetro. E’ o non è un piccolo lusso a basso impatto?

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Il piccolo imprenditore, la resilienza e la propensione al rischio

Da un anno a questa parte tra le mie varie letture sto leggendo blog e articoli che presentano startuppers che da una piccola idea hanno creato un piccolo business innovativo. Molti di loro, parlando del momento di decidere di licenziarsi da un posto sicuro da dipendente, di lasciare un’attività già avviata o semplicemente di investire tutto il loro tempo, nel caso non avessero già un impiego, nel nuovo progetto, premettono “Per questa ragione/quell’altra ragione io e la mia famiglia avevamo ridotto i nostri consumi e quindi sapevamo di poter vivere con poco.” Le ragioni potevano essere molteplici e non sempre si trattava di un downshifting programmatico: si poteva trattare di un trasferimento lontano dalla città, un problema economico, l’inasprimento dei tassi di un mutuo ventennale, una maternità che decretava la fine di un contratto a termine, o anche la scoperta di un nuovo stile di vita meno consumista.

Ne conoscete, no, di gente così? Adesso il downshifting è più di moda di una borsa di Prada (si, una volta tanto siamo pure trendy, no, up to date, no, la parola che adesso è di moda per dire che qualcosa è di moda). Quello che non avevo realizzato è che questa potesse essere una chiave di innovazione economica. Non sto parlando delle tecniche di farsi il pane in casa, di realizzare da soli pannolini lavabili ultratecnici, di fare upcycling di cose vecchie non più usate o comunque di applicare la creatività alla vita di tutti i giorni.

Parlo della coscienza di essere resilienti ai cambiamenti, di potercela fare anche in condizioni considerate dai più difficili, di avere diminuito la nostra dipendenza da una grande quantità di denaro e di consumo per i bisogni quotidiani. Dato che non ho bisogno di tanto, posso rinunciare ad un po’ di sicurezza e rischiare. Mettere da parte quel tanto che mi serve per coprire il rischio di non guadagnare per qualche anno, o comunque accontentarsi di poche entrate, lasciare quel posto in cui non mi sento di esprimere il mio potenziale, andare tra la gente e vedere se da qualche parte c’è bisogno di quello che posso creare. Con i miei tempi e i miei modi, giocando il tutto per tutto per la mia idea, e cioè non in ricerca di un nuovo posto da dipendente ma da imprenditore, dove provare a farcela in prima persona.

La maggior parte di questi imprenditori sono i cosiddetti bootstrapper, cioè partono con mezzi propri, senza cercare finanziamenti esterni, cominciando magari con un solo prodotto indirizzato ad un pubblico ristretto, puntando sulla specializzazione e sulla qualità. Naturalmente questo non è che si può applicare ad ogni campo: ci sono attività che richiedono di per sé grossi investimenti iniziali e quindi non possono essere avviate in modo incrementale e immediatamente “sostenibile”. Ma se si può loro fanno la scelta consapevole di non ricercare investitori per la loro idea, intascando da subito parte del guadagno e mettendosi a capo di un grosso progetto con gli effetti collaterali di tenere conto della logica “ho investito, devo guadagnarci tanto subito ad ogni costo”, di entrare nel mercato in modo massiccio senza aver avuto il tempo di testare le proprie capacità e la relativa risposta, di non poter comunque decidere una strada veramente nuova perché vincolati dal parere di chi ci ha messo dei soldi per ottenerne molti di più.

Leggendo le premesse alle scelte di questi innovatori, perché di innovatori si tratta almeno nel modo di avviare e vedere il loro mercato, mi sono chiesta se non avevano semplicemente riportato il loro stile di vita, che bada alla qualità più che alla quantità, che limita le spese a quanto veramente è necessario, contando sulle proprie forze, nella propria attività imprenditoriale. Riassumendo in un facile slogan: chi riduce innova.

Questi piccoli imprenditori hanno in genere individuato una nicchia specifica non coperta dalle grandi aziende, o coperta con prodotti così generalizzati da diventare costosi e pesanti perché rispondenti ad esigenze troppo ampie. Io invece ti fornisco proprio quello che serve a te, dicono, senza costi extra ma dandoti la qualità di un lavoro artigianale che una multinazionale non potrà fornirti proprio per la massificazione dei propri obiettivi. In questo modo si va ad alzare la qualità del lavoro di chi opera in settori magari poco frequentati perché considerati marginali per il grande profitto, fornendo informazione e soluzioni ad hoc. Vincono tutti, come dicono gli americani, chi ha creato il prodotto/servizio e il cliente. Si produce mercato senza danneggiare nessuno.

Questo il piccolo imprenditore lo può fare anche perché non va alla ricerca immediata del guadagno, del potere, ma della soddisfazione personale. Chissà, forse anche perché si è esercitato in questo tipo di scelte prima nella vita personale. Senza voler generalizzare, non varrà certo per tutti, ma è un’ipotesi da considerare. Chi è sostenibile e cerca la qualità di vita nel privato, potrebbe farlo anche nel proprio lavoro, quando ci può mettere del proprio.

Pur non essendo un’economista, la prossima volta che qualcuno mi rimprovererà dicendo che la mia riduzione dei consumi rallenta l’economia, gli risponderò con le tante storie di imprenditoria sostenibile che ho letto in quest’anno. E anche se questo post non vuole essere altro che una sensazione e una provocazione , spero che non sia solo una visione ininfluente nel panorama macroeconomico, perché questo tipo di economia mi piace e spero che questa scelta di produrre quanto serve per chi lo utilizza, senza indurre bisogni che sfociano nell’accumulo, sia davvero la molla per un nuovo modo per pensare la legge di domanda/offerta.

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Poesie in bagno

C’è stato un periodo che in bagno, nella mensola proprio di fronte al posto in cui si sta più soli, tenevo dei libri di poesie. Classici, un po’ scontati: Whitman, Neruda, Dickinson. Mi piaceva, mi sembrava un piccolo lusso per me, che la poesia la frequento poco e da profana, e per chi mi veniva a trovare. La saponetta biologica all’olio d’oliva, l’asciugamano pulito e una poesia da leggere: ironicamente, un battito di bellezza per il momento meno poetico della giornata. Oggi la radio mi racconta che è la giornata mondiale della poesia. E io faccio sparire i giornalini dei supermercati, riprendo quei libretti e li rimetto sulla mensola, che ce ne è bisogno.

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Giappone intorno

Hokusai. Ho lo Tsunami appeso alla parete sul divano. E’ poco più grande dell’originale, ammirato in una mostra a Milano. Non avevamo stampe alle pareti quando l’abbiamo comprata nello shop della mostra, l’abbiamo incorniciata e appesa ed è ancora lì, anche se ora mi suscita sentimenti diversi. Urashima Taro, con gli splendidi disegni nel mio libro di fiabe e leggende giapponesi, letto e riletto. Il racconto della bomba su Hiroshima. Miyazaki. Quanto mi piace Miyazaki. Pochi giorni fa abbiamo rivisto Ponyo, per i due anni del piccolo guascone gli avevo fatto un cappellino da Totoro, secondo questo modello. Libri, autori. Il sushi. Una volta una ragazza giapponese mi ha detto che per loro il sushi è come per noi le lasagne, si mette in tavola nei giorni di festa. Adesso anche questo pattern di Olgajazzzy. Vive lì, nella base militare, e offre per le 2 prossime settimane l’85% delle vendite dei suoi pattern per l’emergenza in Giappone. I miei colleghi, sempre gentilissimi. La prima volta che mi ha scritto Kobayashi per segnalarmi un baco si è messa a sorridere la trekker ignorante che è in me, perché questo nome mi era noto per via dell’Ira di Khan. Dicono che sono tornati a lavorare al 40esimo piano dei loro edifici. Leggo questo blog e mi rimane tanta ammirazione. E da piangere, è da sciocchi, con quel poco di Giappone che ho intorno ed era quanto ne conoscevo.

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Delle provviste, della fine dell’Inverno e della Quaresima

Da qualche anno a questa parte, senza davvero decidere e preventivare ma con un’abitudine che sta diventando costante man mano che passa il tempo, una di quelle fisse che mi prendono ogni tanto e pure cerco di trovarci un perché, in questo periodo riduco all’osso gli acquisti alimentari e cerco di esaurire le scorte presenti in casa. Svuoto freezer e dispensa e sperimento con quello che ho invece di acquistare gli ingredienti specifici per una ricetta; preparo frolle mescolando resti di farine diverse e invento condimenti per i formati di pasta meno usati rimasti in fondo alla dispensa. Il piatto forte di questo momento sono anche le zuppe di legumi e cereali misti, con abbondante rosmarino e una carota intera cotta dentro a insaporire.

Il primo anno che ho cominciato a prendere settimanalmente la cassetta di frutta e verdure del GAS, da perfetta cittadina mi sono stupita quando a metà Febbraio hanno annunciato che le verdure erano praticamente finite e la consegna sarebbe stata sospesa fino a Primavera inoltrata. Giustamente questo è il periodo che il terreno cova i suoi semi in attesa del rigoglio della nuova stagione e i frutti e le piante che comunque continuano ad arrivare alla nostra tavola vengono da lontano o da qualche serra. Avevo già preso a congelare parte delle verdure che trovavo settimanalmente perché eravamo un po’ stanchi di cavoli e zucche, e siamo andati avanti alternando con verdure fresche comprate al reparto bio del supermercato per almeno un mesetto.

L’anno dopo aumentai le dimensioni della cassetta e cominciai a mettere via una parte delle verdure già preparate e cotte via via che arrivavano. Avevamo anche il problema del freezer che doveva essere sbrinato regolarmente e una volta esaurito il raccolto invernale abbiamo consumato tutto quello che avevo porzionato nei mesi precedenti, fino a svuotare tutto. Lo stesso ho cominciato a fare con la dispensa, i legumi secchi, le farine, e le conserve. Mi pareva di seguire così un ritmo simile a quello di tempi in cui la ciclicità della terra condizionava molto l’afflusso di vettovaglie e ho continuato di anno in anno. In questi 2 mesi spendiamo di meno per la spesa, perché si consuma per buona parte quanto è presente in casa: non so se questo poi si concretizza in un risparmio finale, visto che comunque quel cibo lo avevamo già acquistato anche se a un prezzo conveniente ma sicuramente questo periodo aiuta nell’ottica di non sprecare e di fare pulizia in modo da non lasciar nulla deperire. E’ come un preparare la cucina all’abbondanza della primavera, facendola trovare vuota e in attesa, e stimola la creatività e gli esperimenti. Insomma, mi diverto a farlo. A conti fatti si tratta di giocare con dei limiti autoimposti. E’ come prendersi una vacanza dalla cucina classica, un po’ perché molte pietanze vanno solo scongelate, un po’ perché spesso non c’è la materia per riprodurre le ricette in modo classico. Inoltre fa spazio e risponde ad un mio ciclico impulso di pulizia e organizzazione e riduce gli acquisti proveniente da luoghi lontani. Non è che non si fa la spesa, che non si comprano prodotti freschi, ma questa viene ridotta al minimo ad integrazione di quello che abbiamo. E dato che le tradizioni religiose non venivano decise a caso, questo periodo di scarsità e di preparazione al nuovo corrisponde quasi sempre con la quaresima, e laicamente parlando ne riprende l’analogia con il ciclo della natura. Un fioretto di spendere meno e valorizzare ciò che già si ha.

E’ una piccola sfida e vale in quanto tale, non la propongo come modello ma alla fine di anno in anno la ripeto. Vorrei estenderla a qualcos’altro quest’anno, perché fare spazio e ridurre entro un periodo limitato è un gioco che mi fa sentire più leggera. Ci penserò.

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Adrift – alla deriva

Perché siamo nel 2011, ieri era la giornata della donna, e Penelope ha un piano, non solo fare e disfare e aspettare. Penelope ha lavorato un po’ troppo ultimamente e, come dice giustamente Eva nel commento al post precedente, l’inverno è stato faticoso e il cambio di stagione può fare vittime. Quindi la nostra brava eroina darà fondo alle riserve del freezer per evitare orrori culinari dovuti alla fretta e la smetterà di rimettersi a sviluppare la sera dopo aver messo a nanna le nuove generazioni e si dedicherà solo a un po’ di lettura sul kindle (magari un po’ di documentazione tecnica, sarà permesso?) e un po’ di maglia.

E come progetto ha scelto quello del Kal di Marzo, l’adrift. Fare un cardigan che si chiama “alla deriva” è catartico in questo momento. Per giunta ho fatto i gomitoli di un filato “sbagliato” comprato su ebay, una baby merinos bluette troppo sottile e adatta per la macchina, l’ho messo triplo ed ho cominciato. E’ leggero, e sicuramente non lo finirò a Marzo, ma dato che non si potrebbe portare perché non è ancora stagione è bene non finirlo troppo presto. Una scusa per darmi il tempo. Oltretutto è proprio di quello stile che mi intriga, quel tipo di modello che può essere fatto solo a mano, senza cuciture, di linea fluida, qualcosa che nei negozi non si trova e non si può trovare. Si, lo ammetto, zen a parte mi sento molto vicina a questo lato snob del fare a maglia che si diffonde in rete, fatto di pattern particolari, filati scelti con cura e costruzioni complesse. E poi chissà come mai alla fine la mia partecipazione ai Kal corrisponde con una settimana della moda di qualche genere.

Non è il solo modo per cui lavorare a maglia incita alla socializzazione. Giro con i miei microzaini con tutto dentro, compreso gomitolo e ferri circolari, e il kindle, e a seconda del luogo in cui mi tocca sostare vado avanti con una o con entrambe le mie passioni portatili. Non arrivo alla raffinatezza di Tibisay con il suo set portalavoro a puntocroce ma mi attrezzerò presto. E spesso raccolgo storie e curiosità, come oggi, in cui ho accompagnato mia mamma a fare un piccolo intervento in day hospital. Incuriosita dal mio lavoro, una vecchina ornata di occhiali televisivi con due cuori di strass sulle stanghette, alla sua quarta operazione all’anca, mi ha raccontato di come i suoi primi ferri circolari li avesse visti in Danimarca, anni e anni prima. E da lì la storia della sua vita, della sua mamma, di un pezzo di Bologna durante la guerra, mescolato di amori lontani, separazioni aristocratiche e fortune immense in terra straniera. Ho chiuso il kindle e ho ascoltato. La documentazione tecnica poteva attendere, alla faccia di Ulisse.

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Penelope

Ultimamente non mi riesce bene nulla. Ho fatto una torta di compleanno durissima, con la glassa screpolata e tante caramelle infilzate dentro per mascherare lo scempio. Comincio e ricomincio maglioni e kal ma non ne porto a termine nessuno, non mi convince il filato, poi il filato stesso mi chiama a far altro, poi non focalizzo il modello, poi lascio decantare in attesa della primavera. Non so bene come valutare la voglia di indipendenza e l’attaccamento ossessivo del Cadetto di Guascogna: provo a blandire, indurirmi, coccolare, gli lascio i suoi spazi, cerco i miei e poi mi ritrovo ghermita, abbracciata e prigioniera, lascio e riprovo da capo, un tango ineguale tra una mamma e il suo bimbo da ieri treenne.

Penso che sia meglio partire bootstrap ma guardo i bandi di finanziamento, focalizzarsi sul prodotto e accetto consulenze. Piango tanto e sono anche tanto felice. Ma lavorare a maglia mi ricorda che questo è il verso della vita, costruire provando, avere pazienza, che le maglie di perdono e i punti si sbagliano, ma alla fine, grazie al senso del fare e non dell’arrivare, si tengono a bada i dissipatori e si attende Ulisse.

Aggiunta che non c’entra quasi nulla del 10 Marzo: ho letto solo ora questo bellissimo post di Piattini Cinesi. Parla di Penelope anche questo, in modo diverso e molto più profondo.

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