Argilla – maglione da uomo

Ho finalmente acchiappato il Partenopeo perché posasse con indosso la mia ultima fatica, il mio primo maglione da uomo.

L’ho realizzato come ho realizzato la maggior parte dei capi da quando avevo 13 anni, preso un filato, immaginato un modello di massima, i ferri e via, come mi ispirava il percorso. In questo la lavorazione topdown è decisamente d’aiuto, infatti per questo maglione ho preso le misure del collo e poi man mano ho adattato la vestibilità.

L’ho chiamato Argilla per il suo colore grigio e proprio per questa caratteristica di aver lavorato un filato come creta, circolarmente, e di aver ottenuto questo capo che mi ha dato molta soddisfazione. Volevo losanghe che si intrecciassero davanti e dietro, partendo dall’alto e andando a  complicarsi man mano verso la base e il disegno è venuto come lo avevo in testa, con il particolare di unirsi sui fianchi, di scambiarsi sotto le maniche e di sfumare nelle coste del polsino, che è un risultato esteticamente molto gradevole.

Il filato usato è una rocca comprata su ebay, 78% alpaca, 20% lana e 2% nylon. Mi è piaciuto molto lavorarla, era morbida e leggera ma con una buona definizione, ne è avanzato un po’ e ci ho fatto un’altra cosina che vi mostrerò prossimamente. Non ricordo il costo, ma comunque era contenuto per la quantità di filato, segno che comunque si possono continuare a fare maglioni senza spendere miliardi.

Altri due particolari che sono contenta di aver curato è il punto con cui sono distribuiti gli aumenti degli scalfi. Non so se l’avevo mai visto in giro, di certo non sarò l’unica ad averlo impiegato, ma il motivo spigato che risulta dall’aver aumentato a diritto distanziando via via le maglie sul rovescio mi è piaciuto e penso che lo ripeterò.

Ultimo, il retro è elaborato esattamente come il davanti. Cerco sempre di curare il retro dei maglioni che realizzo, è proprio una mia fissazione, anche se devo acquistare una maglia non la prendo mai che abbia una importante decorazione unicamente sul davanti e un retro spoglio e magari poco curato. La schiena è visibile esattamente come il viso agli altri ed è un peccato che venga trascurata. Posto che che non è il caso di metterci nulla di particolarmente arzigogolato che possa dare fastidio quando ci si appoggia, se posso realizzare un capo che abbia una decorazione a tutto tondo il mio livello di soddisfazione aumenta.

Ora i difetti. Il collo è ripreso, non sapevo come farlo e l’ho lasciato con un filo di avvio provvisorio, poi l’ho lavorato da lì a coste 2/2. Ora che ho in mente il modello globalmente, avvierei direttamente dal collo e farei partire la losanga da lì esattamente come per i polsini. Inoltre gli scalfi sono un pelo troppo ampi per cui ho dovuto operare più diminuzioni di quante volessi nelle maniche, che hanno quindi una linea più morbida rispetto al busto che volevo piuttosto aderente. Indossato non si nota, ma quando lo rifarò aggiusterò questi particolari.

Insomma, sono abbastanza soddisfatta, soprattutto per la resa del punto con il filato. Voi che ne dite?

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Giveaway B.e Quality

Questo è un post davvero speciale e vorrei che lo leggeste con attenzione. Prima di tutto perché è il primo Giveaway che parte da lostrettoindispensabile e se permettete non è un evento banale, e poi perché è un Giveaway in cui qualcuno di voi riceverà un capo di abbigliamento veramente superbo, un lusso di reale qualità. Sono quasi emozionata a scriverlo.

Per presentarvi questo Giveaway vi devo prima presentare una mia amica, Pilar.

Pilar è una bella ragazza peruviana dagli occhi azzurri e tanta grinta, un ingegnere tessile preparatissimo, che ha lavorato per tanti anni come consulente presso aziende di moda piuttosto importanti, in Italia e all’estero. L’ho conosciuta più di un anno fa ad un corso per start-up innovative e abbiamo parlato dei nostri progetti: mi ha raccontato di come si sia resa conto che la maggior parte delle case tessili, anche di marchi esageratamente famosi, non percepiscano la massima qualità come l’obiettivo ma spesso la sacrifichino per investire nel marchio e nella pubblicità, credendo che i clienti alla fine si accontentino.

In conseguenza di questo un giorno ha deciso di creare un tessuto eccezionale, il cotone B.e, di produrlo e di creare, grazie all’aiuto di stilisti e ottime piccole aziende di confezionamento del suo paese, la sua linea di capi, dal disegno semplice e pulito e caratterizzati da una linea quasi sartoriale che metta in evidenza la naturale bellezza del tessuto.

E poi mi ha regalato un portacellulare fatto con il suo cotone.

Credo che sia quello il momento in cui mi sono innamorata delle sue magliette, quando ho sentito la morbidezza e la naturale elasticità di quella sottile maglina di cotone simile a seta. Non per nulla viene chiamato il cachemire dei cotoni. Inoltre è pure biologico,coltivato e raccolto in maniera sostenibile e nel rispetto dei lavoratori. Ci siamo scambiate i numeri di telefono e dopo qualche giorno sono andata a trovarla, mi ha offerto una buonissima tisana, ho provato alcune maglie, e durante l’ultimo anno ne ho acquistato otto per me, tra quelle invernali ed estive, qualcuna per il Partenopeo e varie per fare dei regali. Non sono affatto economiche, non lo nego, ma io le vivo come un investimento, hanno una pulizia di linee che non passa di moda e dopo un anno di lavaggi in lavatrice sono ancora perfette. E ancora più che quelle da donna sono fantastiche quelle da uomo, proprio per il loro “lusso pulito”, l’eleganza rilassata del capo. Senza contare che il piacere di abbracciare un uomo con una maglietta in cotone B.e è assolutamente da provare.

Si, sono proprio di parte, e neanche vengo pagata per tutta questa recensione entusiasta!

L’ultima volta che ho incontrato Pilar, mi ha parlato delle difficoltà attuali del mercato e della sua scelta di continuare a investire in qualità, senza mai abbassarla per destinare i guadagni a far conoscere i suoi capi facendo spese consistenti in pubblicità e branding.

Le ho chiesto se era interessata a fare un Giveaway su questo blog, anche se non parla specificamente di moda, per fare una prova e incentivare la diffusione tramite passaparola. Le ho detto che non avevo mai fatto un Giveaway ma potevamo provare insieme. E lei (che oltretutto non sapeva che avevo un blog) se ne è venuta fuori offrendo per questo giveaway un capo strepitoso, mica un porta cellulare. Guardate un po’ qua? Non la desiderate subito? Se non ne fossi la promotrice parteciperei immediatamente, questo modello (che indossa anche Pilar nella foto sopra) non ce l’ho!

 

Ecco qualche indicazione su come aggiudicarsela. Si partecipa lasciando un commento al post del blog, come prima cosa, lasciando un riferimento con cui rintracciarvi. Poi si possono aumentare le possibilità di vincita così:
  • cliccando “mi piace” sulla pagina B.e. Quality di Facebook
  • condividendo il post su Facebook, Twitter, Google+, quello che volete, basta che lo segnalate sotto.
  • iscrivendosi alla newsletter B.e. Quality (basta che inviate una mail a info@be-quality.com richiedendo l’iscrizione). Non vi preoccupate, Pilar manda solo notizie su dove trovare i suoi capi se per caso va a qualche fiera, e soprattutto invia ogni tanto dei codici sconto per acquistare direttamente dal sito!
  • e ovviamente, se avete un blog, scrivendo un post sul Giveaway e/o pubblicando questo banner con il link a questo post .

Segnalate tutte le vostre azioni nei commenti qui sotto, in modo che possa tenerne traccia facilmente, e pensate che state aiutando a diffondere un marchio che investe in qualità prima che in pubblicità, cosa niente affatto scontata. Il Giveaway si concluderà il 30 Gennaio con l’estrazione del fortunatissimo vincitore, che dovrà fornire la sua taglia e il colore richiesto da scegliere tra quelli al momento disponibili.
 

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Ballet Beautiful

Oggi mi sento un po’ Vogue e un po’ Donna Moderna e dall’alto della mia saggezza e della mia buona volontà nel non lasciare che le feste danneggino il mio stomaco finalmente piatto vi elargisco il mio consiglio per salvaguardare linea e tono o nel riprenderle nel caso di stravizi. Come già ho raccontato, l’incontro con i dvd di fitness e in particolare quelli di Tracy Anderson ha introdotto piacevoli e inusuali abitudini nella mia sforacchiata vita. Se qualcuno l’anno scorso, mentre facevo i propositi del nuovo anno, mi avesse detto che avrei fatto dalle 4 alle 7 ore di ginnastica alla settimana, che non avrei visto l’ora di sudare e fare fatica, che non sarei riuscita a fare a meno del movimento non gli avrei creduto. Quest’anno non faccio nessun buon proposito invece in tal senso, spero solo di continuare per questa strada. I risultati in termini di energia, sollievo dallo stress, qualità del sonno e forma fisica sono ottimi, e in più mi diverto. E dire che sono di natura fisicamente pigra pigra pigra, tranne che per quanto riguarda danza e affini e mi ero specializzata nel fare da arbitro e da raccattapalle pur di evitare ogni tipo di occasione di movimento sociale.

E invece lavorando prevalentemente da casa e continuativamente al computer la mia oretta di movimento, quando possibile, mi è diventata indispensabile. Il Partenopeo per Natale mi ha regalato un completino pantaloncini e canotta ornato dal logo di Superman e non vedo l’ora di sfoggiarlo nelle mie sedute, rigorosamente casalinghe, solitarie e lontano da sguardi estranei, senza foto e paparazzi.

Visto il periodo un po’ sbilanciato dal punto di vista dell’alimentazione ho cambiato la mia routine preferendo fare cardio piuttosto che esercizi muscolari, non solo per bruciare le calorie in eccesso ma anche per l’effetto di riduzione di tossine che sudare comporta. Inoltre richiede in genere meno concentrazione e meno difficoltà nel ripetere posizioni difficoltose. Il problema è in trasferta, quando non sei a casa tua, non puoi portarti dietro materassino e pesetti e soprattutto non ti puoi mettere a saltare a ritmo indiavolato senza attirare orecchie e sguardi incuriositi dei compagni di feste.

Per questo Natale, durante il soggiorno a Napoli, ho trovato una buona soluzione di compromesso acquistando i due cardio workout in streaming di Ballet Beautiful. Il costo è abbastanza contenuto, agevolato dal cambio, e se guardate sulla relativa pagina di Facebook trovate spesso degli sconti che quindi rendono l’acquisto conveniente. Sono ottimi in viaggio, anche se è necessario il collegamento internet per eseguirli, sono a basso impatto, brevi ma ripetibili, non richiedono di saltare su pavimenti del ’600 che potrebbero aversene a male, non hanno bisogno di abbigliamento particolare, metti che le scarpe da corsa non entrino in valigia, si fanno in piedi quindi niente materassino, e sono così discreti che se vi vergognate di fare su e giù con le braccia come nel Lago dei Cigni vi potete chiudere in bagno e nessuno si accorgerà che state facendo ginnastica.

E sono rilassanti. Mary Helen Bowers è serena, sorridente e infonde pace e tranquillità come se facessi yoga e la musica classica in sottofondo aiuta ancora di più a staccare la mente. E poi è una ballerina, cioè l’emblema della grazia e del portamento, e non è che a 38 anni non se ne subisca il fascino esattamente come a 8.

Per le già allenate i due video non sono molto intensi, infatti io aggiungevo le cavigliere da mezzo chilo, ma messi uno dietro l’altro danno quella giusta dose di movimento che, complici anche tre piani di scale, del ’600 pure quelle, quindi meglio dello stepper, mi ha fatto terminare le feste anche più leggera di come le avevo iniziate. E credo che questa circostanza sia unica da quando sono sposata, anche perché la cucina della famiglia del Partenopeo è goduriosa al punto da rendere molto molto molto difficile rimanere morigerati.

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Leggera

Se vi capita di passare da casa mia oggi, vi regalo qualcosa. Abiti ormai larghi, libri già letti, tessuti, strofinacci che non si abbinano con la mia cucina, ebook, video di fitness, materiali per lavoretti che so che non farò mai. Cose vecchie forse ma amate e ancora in buono stato. Magari anche suggerimenti su come impiegare quanto vi dono, sul momento migliore di fare certe letture, su come mantenere bella quella maglia in pura lana. Le altre, le magliette sintetiche, elettrodomestici vecchi e poco usati, i giocattoli dei bambini andranno all’isola ecologica o nei sacchi per le donazioni. Quello che non riuscirò a regalare lo venderò. Voglio cominciare il nuovo anno più leggera, alla faccia della crisi e delle rinunce. Voglio cominciare il nuovo anno libera di quanto non mi serve veramente. E che magari può riempire un vuoto di qualcuno. Avrò tempo per riempire quegli spazi nel 2012, o di apprezzare l’assenza del superfluo. Buon 2012 leggero, vuoto e ottimista a tutti voi!

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Buon Natale!

E’ Natale e io vi regalo la perla di saggezza esageratamente buonista che ho elaborato oggi. Essere felici è uno dei regali più belli che puoi fare agli altri o almeno, che puoi fare a me. Le persone che intorno a me sono felici non hanno bisogno che mi preoccupi per loro e mi danno già qualcosa con la loro sostanziale serenità. Anche se parlano troppo, anche se accostano i colori in modo stravagante, anche se non fanno regali ma ne ricevono tanti, anche se si credono dio in terra, anche se vivono una vita sforacchiata, anche se puzzano perché stavano in compagnia di buoi e asinelli, anche se hanno vissuto vite che mi mettono in discussione. Grazie a tutte le persone felici e che si sforzano per esserlo, mi rendono i Natali più lieti e significativi.

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I pensierini natalizi

Siamo al 20 Dicembre e non ho ancora fatto neanche un accenno al Natale su questo blog. Non è che qui (anzi, qui e lì, in trasferta a casa del Partenopeo) non si facciano albero e presepe o non si festeggi. Si festeggia con tutti i crismi, compresa messa di Natale a Santa Chiara, cantando Tu scendi dalle stelle come all’asilo da bambina. Ma dei regali, del cenone, degli ospiti, sono pieni i blog, con splendide immagini festose e presentazioni luculliane, e io mi beo di rimirarli e mi sento sazia e senza nulla da aggiungere sull’argomento.

Fortunatamente questo blog è per sua natura erratico e sforacchiato e sopratutto, non essendo fortunatamente un lavoro, posso permettermi di non sentire il bisogno di dire la mia sugli argomenti di rito. Leggo, immagino, e ripenso a quanto poco mi sono stressata quest’anno con addobbi e regali.

Secondo me è capitato perché ho ormai accettato il rischio di apparire poco attenta, frettolosa, non del tutto educata, ripiena delle mie fissazioni e forse anche poco generosa. Ho ammesso a me stessa che il regalo perfetto è difficile, quasi impossibile da trovare per qualcuno che non sia un familiare stretto o un amico altrettanto stretto, e una volta accettata questa affermazione mi sono dedicata a cercare regali poco indovinati che per lo meno non fossero di peso ai destinatari.

Allora in controtendenza con i consigli degli acquisti che troverete in giro, vi spiego qui come fare regalini che non rimarranno in mente a nessuno per quanto banali e semplici sono, che spariranno dalla memoria dopo pochi giorni, che probabilmente saranno considerate cosarelle poco indovinate, che faranno capire quanto poco vi siete impegnati a scovarli ma che saranno lievi per l’offerente, il ricevente e l’ambiente circostante. Non si tratta qui di parlare dei regali sentiti e voluti alla mamma, ai figli, al marito, all’amica del cuore, ma dei cosiddetti pensierini, quelli che comunque è necessario distribuire a lontani parenti e amici e tenere pronti per ogni eventualità.

La mancanza di tempo, quest’anno, mi ha evitato di mescolare improbabili miscele festive di té, di imbarattolare marmellate di mele alle spezie, di sferruzzare copritazze e scaldacolli non particolarmente riusciti e/o apprezzati. E non posso certo biasimare nessuno di non esaltarsi per i miei regali economici e autoprodotti, visto che io mi esalto poco per ninnoli natalizi e angeliche candele profumate.

Sono nel tempo arrivata ad una serena rassegnazione a proposito del cosiddetto pensierino natalizio. Va fatto, ed è pure piacevole da donare e da ricevere, ma oramai viene da me deciso e spesso anche acquistato con mesi di anticipo, ed è un regalo leggero, quasi invisibile, che sparisce, che non ingombra, che non fa sentire in obbligo, che non lascia dietro rifiuti non riciclabili, che magari concede uno sfizio extra, se la mia capacità di scovare un oggetto comunque grazioso o piacevole mi aiuta.

Cerco di scegliere una merce che sia prima di tutto un regalo per chi lo commercia, magari a scopi benefici, e lo compro in serie. Deve essere un regalo utile, di preferenza alimentare o per la cura personale, biologico, dall’imballo riciclabile. Sto magari attenta alla presenza di possibili allergenici ed evito cibi grassi e dolciumi, a meno che non siano a lunghissima conservazione, perché tengo alla salute dei destinatari e vorrei evitare di scambiare la spazzatura esterna regalando cause di spazzatura interna. Deve essere un regalo economico, perché un regalo costoso rischia di portare dietro un debito di riconoscenza che appesantisce i rapporti, perderebbe leggerezza ed, essendo per sua natura un regalo comune e poco azzeccato ingenererebbe il pensiero “Che peccato! Tanti soldi spesi per una cosa di cui non avevo necessità e che magari non è perfettamente di mio gusto!”. Inoltre il regalo economico è l’unico che mi posso permettere, e naturalmente le mie speculazioni sul costo medio del pensierino andranno nella direzione di trovare più idoneo un regalo poco costoso piuttosto che uno molto costoso.

Si tratta di oggetti che prima o poi devono sparire dalle case dei destinatari evitando di divenire direttamente dei rifiuti: il regalino, a mio parere, deve essere per eccellenza un oggetto che “non resta”, che si consuma, che lascia spazio, dignitoso e piacevole. Questo per l’assolutamente egoistico motivo che i regali che faccio preferisco che piacciano anche a me e rientrino nei miei criteri estetici e morali e che questa è la tipologia di regalino a me più gradita. Regalatemi saponette, creme per il corpo in bottiglia di vetro, olio d’oliva aromatizzato, té, tavolette di cioccolato al 70% e tenetevi i gioielli, l’argenteria e i vasi di cristallo, mi farete felice.

Quest’anno ho acquistato tutto da un’associazione locale che reimpiega nel lavoro e la trasformazione dei prodotti della terra persone a rischio di integrazione segnalate dai servizi sociali. Sono prodotti un po’ rustici della tradizione bolognese, a buon prezzo, non lo nego, ma almeno so che qualcuno comunque questo Natale sarà grato per questo acquisto.

Lo so, alla fine arriverò alla cafonaggine di impacchettare bigliettini con donazioni a terzi, e sarò per sempre bandita dal circolo delle persone per bene. Voi che mi leggete, tenetevi liberi per i Natali futuri, così lo potrò passare con voi online scambiandoci immagini di torrone e di ghirlande, a costo zero e completamente riciclabili, costruendo con l’intero budget dei mancati pensierini natalizi case famiglia alle Filippine e scavando pozzi d’acqua nella profonda Africa

Addendum. Il pensierino più indovinato ricevuto fino a ora quest’anno è stato un rotolo di carta igienica a disegni natalizi. Praticamente il regalino “leggero” ideale.

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Trousse e pochette da tovagliette americane provenzali


In cui si parla di Provenza, della Madrina Caffettiera, di tumori, di una donna dallo spirito mozzafiato, di pochette trapuntate, di viaggi e del senso dell’upcycling.

Mia madrina era un’originale signora che era stata compagna delle medie di mia mamma a Honfleur, parlava 10 lingue, viveva a Gratz, frequentava seminari di astrologia, era stata operata per un tumore al seno e da quel momento si nutriva secondo i principi ayurvedici. Una volta mi disse che in passato lei era una caffettiera che avrebbe voluto essere un annaffiatoio, e la sua vita era cambiata da quando aveva accettato di essere una caffettiera.  Un paio di mesi dopo la laurea partii per Nizza per andarla a trovare nel piccolo appartamento per le vacanze che aveva acquistato nel centro della città. Erano anni che non la vedevo e rimasi lì per tutta una soleggiata settimana di Febbraio e per puro caso beccai pure le stupende sfilate del Carnevale dei Fiori.

Ricordo la bellezza di quel piccolo appartamento arredato di materassi e cuscini colorati di giallo e di blu e di un grande tavolo rotondo su cui troneggiava un vaso pieno di tante, lussureggianti, luminose, odorose mimose. Facevamo passeggiate al mare e al castello, al marché aux herbes e per le viuzze, mangiando socca e tarte aux blettes, andavamo al cinema e leggevamo al sole.

Mi sono riportata come souvenirs da quel viaggio 3 cartoline colorate di blu con un particolare giallo vivo, questi americani provenzali e una passione per l’abbinamento giallo/blu.

Gli americani sono poi stati usati per un tempo limitato nelle mie case di neolavoratrice, ma alla fine si sono rivelati troppo piccoli per ospitare le mie abbondanti colazioni, si sono un po’ ristretti con il lavaggio e sono rimasti dimenticati in un cassetto. Poi si sono sommati due eventi. Il primo è che quest’estate  passata in viaggio avrei tanto avuto bisogno di trousse morbide in cui infilare alcuni effetti più delicati e non le avevo, il secondo è che ho cominciato a seguire questo blog e sono capitata su questa idea. Dopo qualche settimana mi sono detta che in realtà, pochette a parte, utilizzare gli americani per fare proprio le buste morbide che mi mancavano era la soluzione. Ho reclutato mia madre, che si stava giusto lamentando che non le davo più lavoretti di cucito da fare, e i due americani sono diventati uno una trousse con zip e l’altro una pochette portapantofole (o anche no, sarebbe anche carina da usare proprio come borsetta) da viaggio.

Poco tempo fa, su quel blog su cui avevo visto questa buona idea, si è cominciato a parlare la situazione di Ashley, l’anima del blog, e la sua improvvisa scoperta di un tumore in stato avanzato. Ashley ha una bambina bionda e tanto spirito e tra un tutorial e uno sponsor si affacciano le descrizioni del suo ombelico storto dopo l’operazione di asportazione dell’utero, dei suoi pantajazz e jeans premaman, gli unici che riesce ormai ad indossare, delle sue giornate, e i grafici dei risultati della chemio con una verve, un senso dell’umorismo e una forza che lasciano stupiti. Mi trovo a commuovermi e a sorridere davanti a queste pagine e a questa donna che ringrazio di condividere questa sua esperienza apertamente, perché il suo modo di vivere l’imprevisto e il dolore è stupefacente e affascinante, e in un mondo che normalmente il dolore lo nasconde a volte ho fame di esempi positivi.

Alla fine spesso il senso di modificare quanto ho in casa, di portare avanti la storia degli oggetti, arricchendola di ricordi, di utilizzi e significati nuovi è questo: quando infilerò qualcosa di delicato nella mia trousse provenzale mi verrà in mente Nizza in Febbraio, la mia Madrina Caffettiera, mia mamma e i suoi lavoretti di cucito che le riempiono le serate solitarie, una lunga estate itinerante e lavorativa, Ashley e la sua bimba, il senso della vita e della malattia. Non sarebbe sicuramente stata la stessa cosa entrare in un negozio e trovare esattamente quello che mi serviva, acquistarlo e lasciare questi americani e i ricordi ormai cuciti con loro a languire in fondo ad un cassetto.

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Sforacchiato a sproposito

Ieri ho adottato una parola e temo quindi che ve la troverete in tutti i post di qui alla fine dell’anno. Se qualcuno mai cercherà sforacchiato sul web forse alla fine arriverà qui, chissà. Mi è piaciuta, mi ha ricordato Dumas, cappa e spada, e qualcosa di vecchio e bucherellato con una storia da raccontare.

Ieri ripensavo a questo blog, e ad un altro che non aggiorno praticamente più, e alla mia nuova vita da imprenditrice. Qualche volta mi chiedo perché mi ostino ad avere una vita così sforacchiata, con energia che fuoriesce da tutte le parti, invece di prendermi un’ossessione e seguire solo quella. Pensavo che sarebbe meglio in questo momento che mi dedicassi ad un blog aziendale, invece di pubblicare ricette di scarti di verdura. O forse no, forse vale anche qui la questione dei vasi comunicanti e qualcosa sui piccoli lussi a basso impatto e l’impegno che ci metto a scriverne andrà a beneficio del mio lavoro reale e viceversa. Ho cominciato con il mio piccolo ideale, un passo per volta, di fare qualcosa di sostenibile anche nell’attività che sostiene finanziariamente me e la mia famiglia e non c’è nessun conflitto con il cercare di vivere una vita semplice e felice.

Nonostante questo ieri sera riflettevo su eventuali problemi di immagine. E se il cliente, a cui io vado a dire che posso fornirgli un software che rivoluzionerà la sua archiviazione documentale, facendogli risparmiare tempo, denaro e salute, viene a sapere che io “perdo tempo” anche a scrivere di scialli a maglia e di buccia di zucca?

Ho conosciuto un ragazzo fermamente convinto che le donne non siano tecnicamente portate come gli uomini perché sono incapaci di passare il loro tempo libero a valutare le prestazioni dell’ultimo processore uscito. Non credo che le donne ne siano incapaci ma oggettivamente io non passo il mio tempo libero così. Sul mio Google Reader si alternano abbastanza equamente blog di sviluppatori, blog di cucina, blog di maglia, blog di genitori, più qualcosa sulla moda, il marketing e i piccoli imprenditori. Ed effettivamente i primi sono scritti in prevalenza da uomini e indovinate quali sono in prevalenza tenuti da donne? Sta di fatto che io sviluppo tutto il giorno e invece di mettermi a parlare di librerie java la sera mi metto a parlare di zucca e salviette. Non ho una teoria, una spiegazione, sono così. L’unica parola positiva che mi viene per descriverlo è “eclettica”,  ma “sforacchiata” ci sta bene lo stesso. Penso si possa notare anche dalla mancanza di specificità e di approfondimento degli argomenti di questo blog che sono una donna per tutte le stagioni.

Una verità è che lavorare a maglia e scrivere qui lo trovo estremamente utile anche nel mio lavoro. Provo il software archiviando pattern in pdf con caratteristiche diverse, mi esercito a scrivere, a costruire interi maglioni o sistemi da un filo o da una riga scritta in linguaggi che non contengono la parola chiave “sforacchiato”. Mi aiuta a tenermi semplice nella vita e nel disegnare l’interfaccia utente, a non sprecare tempo e spazio disco. Mi spaventa un po’ che la rete non dimentica, ma sono io, qui ed ora, piena di buchi da cui fuoriescono vari aspetti dei giorni che passano e lasciano comunque un’immagine che spero la più coerente possibile nel vivere le mie diverse vite.

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Muffin alla buccia di zucca (con un pizzico di buccia di arancia)

Perché della zucca non si butta via nulla. Ok, c’è la crisi, ma non solo. Il pianeta non ci sostiene, dobbiamo evitare di produrre rifiuti etc. etc. Ma c’è anche quella meravigliosa sensazione del tutto compiuto, del non aver strascichi, avanzi, scarti, che dir si voglia.

Tempo fa avevo provato a riutilizzare la buccia della zucca cuocendola in forno con olio e sale, ma il risultato non mi aveva convinto fino in fondo. Poi mi sono ritrovata una bella zucca gialla, dalla buccia perfetta, ed ho provato questi muffin di ecocucina.org. Niente male, specialmente per l’abbinamento con il miele. Invece della scorza di limone ho utilizzato la scorza delle arance bio dell’anno scorso. In genere la lasciavo seccare sui termosifoni, così profumava l’ambiente, e poi la utilizzavo per farne delle tisane serali. Invece da Ester ho imparato a farne polvere (anche se a me un po’ a pezzetti rimane) e a metterne un pizzico qua e là nella dolce cucina quotidiana.

Questa è dunque la mia versione dei

Muffin di buccia di zucca (con un pizzico di buccia di arancia)

Ingredienti:

280g di buccia di zucca gialla liscia, 1 uovo, 200 g di farina 0 bio, 80 g di miele, 130g di burro morbido, 100 g di zucchero di canna, un pizzico di scorza di arancia essicata, un cucchiaio di lievito bio per dolci.

Preparazione:

Lavare bene la zucca e sbucciarla grossolanamente, tanto per una volta quella che rimane attaccata alla scorza non va buttata. La polpa la potete utilizzare subito o tagliare a pezzi e congelarla in sacchetti di plastica. Cuocerla in pentola a pressione con un dito di acqua per mezz’ora, lasciarla scolare per almeno 10 minuti quindi frullarla. Non è neanche necessario utilizzarla subito, io ho tenuto in frigo questa crema e l’ho utilizzata il giorno dopo. Frullare la buccia in crema con l’uovo,  il miele, il burro, lo zucchero grezzo di canna, il lievito in polvere e la farina. Foderare con i pirrottini uno stampo da cupcakes e riempirli fino a metà. Porre in forno preriscaldato a 180 gradi per 40 mn, sfornare quando il solito stecchino risulta asciutto. Si conservano bene per qualche giorno.

Se nel frattempo, non paghi, si vuole terminare l’opera di consumo globale della zucca, lavare i semi, asciugarli, spargerli su una teglia e cospargerli di sale, infilarli nel forno ancora caldo dei muffin e lasciarli lì a seccare.

E magari ad Halloween utilizzarli per fare gli occhi delle simpatiche mummiette di Little Kitchen World, che ho appena finito di preparare per la festa di stasera.

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Ci siamo!

E’ passato quasi un anno da quando Ciami ha lanciato questa bella iniziativa. Mi ero da poco affacciata nell’intricato mondo della maglia on line e cominciavo a frequentare simpatici blog di simpatiche donne che pensavano che fare a maglia non è tanto o almeno non è solo una cosa da nonne, e tra pochissimo uscirà il grandioso risultato del loro impegno per gli altri. Bando alle ciance, sfogliate il lookbook, andate a provare a vincerne una copia qui e diffondete il più possibile l’iniziativa. Ne vale la pena!

 

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