Diluvia
Posted by Lisa in sciocchezze on June 4, 2013
Piove, diluvia, temporaleggia. Potevamo andare a fare rugby nei parchi come Sabato scorso, visto che al Primogenito era piaciuto tanto. E intanto si è già fatto Martedì, dieci giorni dopo, perché ho mollato due volte questo post a metà della prima frase e comunque sempre pioveva. Ho avuto una seccante influenza, me l’hanno attaccata i bimbi dopo aver passato notti abbracciata a loro rantolanti con il termometro che segnava 40,2, oh yeah, un record è sempre un record, sia lodato l’ibuprofene. E il piccolo ha perso la gita e il compleanno del suo migliore amico mentre il grande ha comunque aspettato di cantare la sua canzoncina in aula magna con tormento di maglietta come coreografia prima di beccarsela, ma di festa di compleanno ne ha persa una anche lui. E il troppo lavoro, che dopo un po’ ti chiedi anche perché. Tornerò, con la primavera, quando si deciderà ad avere un aspetto consono al suo stato e sarà già estate. Per ora, frasi mozze e diluvi. Di lacrime, che fa bene ripulire quei dotti lì, ogni tanto, di pioggia e di sciocchezze.
Owlet, un gufetto per il cadetto
Posted by Lisa in Fatto in casa (autoproduzione), lo zen e l'arte del tricot on May 5, 2013
Ieri ero a Napoli, sole, pizza e estate e tutte le banalità che ci vorrete aggiungere, mentre oggi a Bologna c’è una tempesta di quelle tutto buio in mezzo minuto, poi lampi impazziti a rischiarare e pioggia pioggia pioggia. E la Pollyanna che è in me ha pensato: ecco la mia ultima occasione per pubblicare le foto dell’Owlet, il maglioncino che ho regalato al mio bimbo per il suo compleanno a Marzo (il ritardo è talmente grande che lo ignorerò del tutto in questo post, siete quindi pregati di non farmelo notare).
Da tempo il cadetto mi chiedeva un maglioncino per sè, fatto da mamma. Ero perplessa perché i miei regali passati su fronte magliereccio non erano stati molto graditi, ma stavolta mi sono impegnata.
I miei figli hanno il diritto di scegliere cosa mettersi la mattina da quando hanno avuto la possibilità di comunicarlo. Il primogenito detesta di cuore i bottoni e ha avuto un anno che si è vestito prevalentemente di arancione e di verde e l’elegante gilet celeste che gli avevo fatto con un avanzo di lana della nonna non è mai uscito dal cassetto. No, vi assicuro che era carino, anche se presentato così non sembra.

Il cadetto poi ha gusti difficili e se per caso mi azzardo io a preparargli degli abiti adatti alla stagione, la mattina, una volta su due li prende, li risbatte nel cassetto e ne seleziona altri adatti al suo umore mattutino. Quindi la prova non era facile, capite. Ma a richiesta cuore di mamma risponde, e la richiesta “Ma quando mi fai un mallione anche a me?” c’era stata.
Ci voleva un animale, visto che il Cadetto si sente un po’ Manimal dentro, o almeno lo suppongo visto che dichiara di essere un cucciolo diverso ogni mattina, un filato robusto ma naturale e un modello veloce da fare perché la data si avvicinava.
Avevo adocchiato varie versioni l’Owlet qua e là su internet, e lo trovavo adorabile, però c’era il rischio che diventasse un po’ lezioso: fortunatamente avevo un filato grigio melange da lavorare con i ferri del 4, resistente e veloce da lavorare.
Per evitare il sovraccarico decorativo ho aggiunto gli occhi, semplici bottoni neri, solo ad uno dei gufetti dello sprone, mentre gli altri si intuiscono dal disegno a trecce.
Ho molto apprezzato il modello: dopo aver adattato il campione non ho dovuto fare altre modifiche, è venuto bene al primo colpo e ho ringraziato mentalmente l’autrice perché i tempi erano stretti. E ho avuto la mia soddisfazione perché ho dovuto metterlo via prima del cambio di stagione perché continuava ad essere scelto anche se era un po’ pesante per la temperatura attuale.
Successo completo, insomma. Mi è solo rimasta una gran voglia di farne uno anche per me, con quel gufetto solitario un po’ sghembo, ma ora arriva l’estate quindi se ne parlerà a Settembre, e magari mi sarà passato il desiderio poco raccomandabile di andare in giro con animali di maglia sui vestiti, che ho passato l’età. O forse no. In fondo un blog come si deve dovrebbe creare un po’ di attesa degli eventi, oltre a quella per i post terribilmente saltuari, vero?
Jole
Posted by Lisa in fashion tormentor, Fatto in casa (autoproduzione), lo zen e l'arte del tricot on March 19, 2013
Ci sono modelli che appena li fai avresti voglia di rifarli, magari cambiando lana e qualche particolare, per il gusto che ti hanno dato. Jole è uno di questi modelli versatili, con quel quid geniale dato dalla scollatura asimmetrica che si inserisce perfettamente nella lavorazione top-down. Lo si può trovare nel libro di unitecontroilcancro, che riconsiglio di avere perché si fa del bene e si fa del bello a comprarlo.

In realtà la sua lavorazione risale all’anno scorso. Che qui, quando si parla di gratificazione istantanea da maglia, per me il concetto si traduce nell’avviare le maglie per un maglioncino striminzito ©, cioè quei top aderenti fatti di pochi gomitoli, quanti quelli di uno scialle e poco più di quelli di un collo, che poi però ti metti addosso e non puoi definire solo “accessori”. Perché dire “ho fatto un maglione” anche se piccolo e stretto, alza comunque la tua autostima lanosa, pure se è il centesimo che fai.
Ho provato a fotografarlo a suo tempo da sola con spirito acrobatico ma le foto erano uscite terribili e poi non l’avevo messo spesso perché la manichina corta poco si addiceva ai freddi climi bolognesi. La lana non mi ricordo da dove viene e ora non ho più la fascetta ma era un misto mohair con 15% di acrilico, tollerabile visto che il mohair ha comunque bisogno di un po’ di sostegno, con questo colore e consistenza che sembra venire direttamente dagli anni ’80. Fortunatamente me ne avanzava un pochino, di filato, e sono riuscita ad allungare le maniche a 3/4, lasciando in fondo uno spacchettino simile a quello che avevo lasciato sui fianchi per facilitare la vestibilità.

Il maglione rivela un mio difetto atavico nel lavoro, il bordo delle coste che non mi viene mai dritto dritto come vorrei, e con i ferri circolari il problema sembra si sia acuito, devo capire perché, ma lo amo lo stesso, così, asimmetrico e un po’ imperfetto.
Lo indosso così, fermato dalla spillina con le perline di corallo del battesimo e abbinato al marrore per evitare l’effetto troppo eigthties e chi segue il mio profilo di instagram lo trova battezzato come pezzo del mio #guardarobasentimentale, perché addosso con lui porto la storia di Jole e di un bel libro con un pattern che porta il suo nome, un modello che va oltre il suo design perché racconta un pezzo di storia e di amore della figlia di Jole, che l’ha inventato e ha voluto donarlo per aiutare altre donne nella lotta contro il cancro.
La torta farfalla
Posted by Lisa in gratificazioni del palato on March 13, 2013
Chi mi segue su Instagram avrà capito che era periodo di compleanni questo. In realtà il compleanno è stato uno solo, quello del cadetto, che proprio quest’anno ha preso piena coscienza che compleanno vuol dire non solo un regalino, ma anche essere al centro dell’attenzione, invitare nonni e amici, fare mostra dei propri 5 anni nuovi di zecca, in una parola, essere festeggiato.
A casa nostra si sono susseguite torte, regali fatti in casa o meno, feste a sorpresa, feste di bambini, congratulazioni, baci e candeline. Perché l’attesa durava da mesi, con tanto di conto alla rovescia e sveglia all’alba dei genitori con l’annuncio “mancano X giolni al mio compleanno” e inviti personali ai compagni di classe del cuore.
Questa è la torta che ho preparato per la festa dei bimbi, questo Sabato. In passato sono stata tentata dalla coreografica pasta di zucchero ma l’ho abbandonata da anni con i suoi coloranti e compagnia e la brutta abitudine di non far respirare la torta sottostante e rendermela stoppacciosa. E poi sarà bella, ma buona mica tanto, extradolce come è. Poi c’è chi la sa trattare e fa meglio di me, ne sono sicura ma con me ha chiuso. Certo non è facile trovare alternative esteticamente allo stesso livello, anzi, praticamente impossibile. Ci sono i siti americani, che fanno delle torte di compleanno meravigliose ma io con le misure a cup e spoon faccio spesso disastri. E allora ho tirato fuori un mio cavallo di battaglia, la torta che ti imbroglia perché è facile ma non lo sembra, con quel trucchetto che la fai tonda, la tagli, la sposti e voilà, hai una farfalla e se non lo sai non ci pensi mica che è stata ottenuta così.
Questa ricetta viene da un calendario Pane degli Angeli del 1995, quei calendari con una ricetta ogni mese. Era l’ultimo anno di università e quelle ricette le ho fatte tutte, ho saltato un paio nei mesi estivi ma le ho recuperate l’anno dopo. Tutte buone, alcune pure belle, come questa. E tante hanno qualche ricordo appiccicato, di quando abbiamo fatto i krapfen con la mia amica Sara e ce li siamo mangiati tutti o delle torte salate del tardo pomeriggio, per trovare una scusa per smettere di studiare Istituzione di Analisi Superiore.
Quel calendario è ancora lì, diciasette anni e due figli dopo, piegato tra i miei libri di cucina, le dosi sono state modificate e si fanno al netto del dolceneve e degli aromi in fialetta, e da quel lontano passato viene la torta furba a farfalla, di cui vi lascio sopra una foto flashosa e qui sotto la ricetta.
Torta Farfalla
Ingredienti:
Per l’impasto: 6 uova, 220 gr di zucchero, un cucchiaino di estratto di vaniglia (io lo faccio in casa, vi racconterò), un pizzico di sale, 150 gr di farina 00, 75 gr di amido di mais, 1 bustina di lievito.
Per la farcitura e decorazione: 500 gr di panna fresca, 375 gr di ricotta (setacciata), 40 gr di zucchero a velo, un barattolo di pesche sciroppate, 1 cestino di fragole, 2 kiwi, granella di mandorle o mandorle affettate.
Preparazione:
Accendere il forno a 180 gradi. Sbattere i tuorli con la frusta elettrica versandoci sopra 6 cucchiai di acqua bollente, aggiungere gradatamente 150 gr di zucchero e l’estratto di vaniglia, fino a farne una crema omogenea. Montare a parte gli albumi con un pizzico di sale, aggiungere gradatamente lo zucchero rimasto.
Versare la neve di albumi sopra i tuorli, setacciarvi sopra la farina e l’amido mescolati con il lievito. Incorporare tutto con un cucchiaio di legno.
Versare l’impasto in uno stampo tondo da 28 cm foderato di carta forno bagnata e strizzata e infornare per 35-40 mn. Nel caso che la superficie tendesse a scurirsi coprire con un foglio di alluminio. Sfornare e lasciar raffreddare.
Nel frattempo montare la panna insieme allo zucchero a velo e incorporare lentamente la ricotta e mettere in frigo.
Farcire la torta fredda tagliandola in due strati, bagnando la parte inferiore con un po’ di sciroppo delle pesche, non troppo altrimenti non si riesce a spostare, un bello strato di panna e ricotta (circa un terzo), ricomporre e bagnare anche lo strato superiore.
Dividere la torta in due metà, disporle in senso invertito su un piatto di portata in modo da formare una farfalla e asportare due triangolini ai lati esterni per modellare le ali.
Spalmare su bordo e superficie la crema rimasta, guarnire con la frutta tagliata a fettine e cospargere la granella o le mandorle sul bordo inferiore della torta.
Riconoscerla
Posted by Lisa in FIL (felicità interna lorda) on March 4, 2013
Sono felice. Così tanto che devo scriverlo. Così tanto che le elezioni, la fatica del lavoro, la mancanza di certezze non riescono a scalfire questa strana gioia tranquilla.
Mi viene da abbracciare le persone e da scrivere frasi buoniste di cui so che mi vergognerò fra qualche settimana. Mi sento come se avessi incorporato da qualche parte uno scaldamani, un piccolo oggetto caldo e luminoso a cui attingere conforto se fuori fa troppo freddo. Sono felice da commuovermi, sono felice da pensare di affrontare imprese epiche, sono felice anche quando brontolo, sono felice da aver cancellato del tutto ogni briciolo di invidia. E’ quella felicità che non tintinna, che suona sordo se la tocchi, come un pezzo liscio d’ottone, che sembra così solida e duratura. Sono tanto felice da doverlo dire qui.
E non so perché.
Me ne sono accorta dopo il lungo week-end elettorale, che ho passato da sola con i bimbi a fare pupazzi di neve, leggere e giocare, con le notizie contraddittorie e la snervante attesa di risultati così diversi dalle aspettative. E io la sera alla fine non ero né stanca né realmente frustrata, e gli imprevisti non erano riusciti a togliermi il sorriso.
Non ho la minima idea della causa di questo alto livello di endorfine, non è cambiato nulla. Potrebbe essere l’aver serendipitosamente trovato il giusto equilibrio tra nutrimento e movimento, o i bimbi così allegri e contenti delle ultime scoperte scolastiche, o le altre relazioni famigliari, che si stringono quando c’è una difficoltà, o vedere il nonno di nuovo in salute e sereno, le giornate che si allungano, il lavoro oppure, chissà, una ragione spirituale. Sinceramente, boh! Non è che da un anno fa, mettiamo, sia cambiato qualcosa di sostanziale. E dopo aver effettuato un’analisi minuziosa per tutta la settimana ho deciso che me ne frego e me la prendo come regalo, che anche se ne scoprissi una ragione oggettiva non credo riuscirei a riprodurla in un altro momento.
L’altra verità è che non so quando sia cominciata. Magari sono così felice da mesi, e non mi ero fermata a dirmelo. Quindi anche qui la smetto di analizzare e me la godo, che certi regali hanno sempre una ragione di essere e bisogna farne tesoro. Riconosco e ringrazio, anche di aver riconosciuto.
P.S. Sono stata tentata di trasformare questo post in un finto giveaway di spazzolini omaggio, visto l’alto tasso di zuccheri, e invece ve lo beccate così. Vi confesso che a volte non è facile scrivere il positivo senza filtri cinici o materialisti ma questo è il programma di questo blog e mi ci voglio attenere.
Alla sbarra
Posted by Lisa in working (out) at home on February 23, 2013
Nevica tanto tanto. Fuori è un muro bianco fioccoso, noi ce ne stiamo rintanati in casa e io comunque posso concedermi la mia oretta di movimento, senza palestra, senza parchi, senza particolati attrezzature. Oggi ad esempio mi basta una sedia ma conosco anche chi usa il piano della cucina come barra di supporto alternativa per il tipo di allenamento che vi propongo oggi.
Nel mio viaggio tra i possibili allenamenti da fare a casa hanno infatti un posto d’onore quelli di tipo barre, estremamente diffusi nel mondo anglosassone con diverse varianti e classi dedicate. Credo, ma non ne sono certa perché ho studiato poco, che la maggior parte di questo tipo di ginnastica si possa far risalire a Lotte Berk e Callan Pinckney. Ho avuto modo di provare Callanetics ma non il metodo Lotte Berk, solo alcuni degli esercizi più noti, e, fatta la tara dell’atmosfera early ’80 ci si riconoscono i principi fondamentali, che consistono in movimenti piccoli e molto controllati che stimolano precisi gruppi di muscoli e che spesso vengono compiuti alla sbarra proprio per raggiungere posizioni difficili da mantenere che rafforzano e tonificano senza ingrossare. Così si finisce per stare minuti e minuti in plié o in attitude facendo minimi movimenti su e giù con un’immensa fatica per un esercizio a prima vista semplice. L’obiettivo degli allenamenti barre è infatti un fisico longilineo da ballerina, non si fa un uso intensivo di pesi e in genere il consumo di calorie è minore che in altri esercizi più intensi, naturalmente con le dovute varianti.
Quello che si trova adesso sul mercato è vario, spesso contaminato da fusioni con tecniche più decisamente ispirate al balletto, yoga, pilates o una struttura a intervalli per bruciare più calorie. Io li amo perché sono workout compatti che allenano uniformemente il corpo, con un’attenzione alle gambe, perché si fanno scalze, che per me è un valore aggiunto, e perché in generale aiutano anche a migliorare il portamento e, nonostante la fatica, non ti senti sgraziata mentre gli effettui. Sono a basso impatto, ottimi per chi comincia o ha problemi alle ginocchia e non può saltare. Li alterno a Tonique almeno due volte a settimana, proprio per il modo diverso di lavorare la muscolatura e preferisco quelli più intensi.
Ho raccolto un po’ di workout free su youtube, per chi volesse provare che effetto fa. Ce ne sono molte varianti, li ho provati tutti anche se non sono quelli che eseguo di solito ma alla fine il succo rimane quello, se piace si può girare un po’ per trovare l’istruttore ideale: ce n’è davvero per tutti i gusti. Ho evitato tutti quelli che utilizzano la palla da pilates, molto frequente, perché non è detto che si abbia in casa. Per il resto, le solite 2 bottiglie di acqua come pesetti, una coperta, una sedia robusta a sostituire la barra e i piedi nudi sono tutta l’attrezzatura che serve.
Qui si trovano brevi segmenti di esercizi spiegati piuttosto in dettaglio. Facendoli tutti uno dietro l’altro viene fuori un allenamento completo.
Io, i calzettoni, una sedia robusta e la neve fuori. Non vi viene voglia di muovervi, graziosamente certo, ma anche di far fatica almeno un po’, con tutta questa calma e silenzio?
La copertina
Posted by Lisa in Fatto in casa (autoproduzione), lo zen e l'arte del tricot on February 9, 2013
Mi sono beccata questa influenza molto pesante che gira quest’anno. Me l’ha attaccata il piccolo, che si è appeso a me come una cozza con la febbre a 39,7 e vuoi forse metterlo giù e prendere le normali precauzioni igieniche, tipo non farsi sbavare in faccia? Insieme a me si è ammalato anche il grande, e siamo finiti tutti e 3 nel lettone mentre il papà dormiva sul divano per 3 giorni per non essere contagiato, che se la prendeva anche lui eravamo fritti. E’ un po’ uno smacco, visto che io mi ammalo difficilmente e questi giorni avevo tipo 2 appuntamenti importanti e altre 40 cose da finire. Ma dopo aver provato a lavorare con la febbre per 10 mn ho ceduto. Di prendere qualcosa per i sintomi non se ne parlava, credo che sia una delle ragioni per cui mi ammalo con difficoltà: se sta per cascare il mondo posso anche farlo, per il resto se non riesco a lavorare con la febbre è volontà del mio corpo che mi riposi, e siccome spero che lui mi serva ancora per un bel po’ mi tocca ogni tanto dargli ascolto. Tanto comunque anche badare a due bimbi malati mi tiene attiva a sufficienza.
Fortunatamente i nonni, tenuti alla larga tramite segnali con teschi e grandi croci rosse per paura che si ammalassero, lasciavano davanti alla porta pacchetti pieni di cibo ipernutriente, succhi di frutta e biscotti, librini per i bambini e maipiùsenza come l’orologio dei bakugan che proietta una sorta di animale mostruoso sulle pareti. Con quello puoi giocare anche dal letto rantolante con la febbre, yeah.
E ritiravano sacchi di fazzoletti da naso a fiorellini, quadrettoni, eleganti di batista, di topolino e winnie the pooh da sterilizzare, che noi sia quelli che non usano e gettano ma che stavolta rischiavano di dare fondo alle scorte.
Alla fine ci siamo curati a polpettone, pasticcio di patate e merendine, che tanto alla pediatra non lo diciamo, e siamo passati dal letto al divano con copertina. E proprio dell’elogio della copertina fatta in casa vi volevo parlare.
Mai fatto copertine in vita mia fino a questo autunno. Manco per i miei figli.

Le ha fatte la nonna, due minuscole copertine che adoro, di
pura lana merinos, che però a me magliaia casalinga faceva un male cane vedere coperte di rigurgitini o amabilmente ciucciate agli angoli. Per il resto, una mia amica d’infanzia me ne ha regalata una di pile cucita da lei, con un grazioso bordino in sbieco a contrasto e un orsetto impunturato, e da quel momento ho giurato fedeltà alle copertine di pile che se si sporcano vanno in lavatrice alla temperatura che vuoi e poi escono praticamente asciutte. E poi non so, la copertina in lana mi è sempre sembrato un lavoro lungo e noioso, mangiatrice di tanta lana e di poca soddisfazione.
Però l’anno scorso c’è stato il terremoto qui in Emilia, hanno fatto i controlli, hanno fatto dei lavori, e al piano di sopra della scuola dell’infanzia del piccolo non si può più dormire. Da quest’anno il pisolino del pomeriggio lo fanno tutti nella palestrina morbida su materassini di spugna coperti da asciugamani da mare. Con l’avvicinarsi dell’inverno hanno chiesto le copertine “ma non di pile, che c’è già abbastanza elettricità”. Ecco, e io e la mia pila di copertine di pile eravamo sistemate. E quelle di lana di quando erano piccoli erano… piccole.
Però io avevo ancora un terzo della rocca di merinos sottilissima con cui ho fatto l’adrift usandone più fili. E se sovrapponevo il filo un numero di volte sufficiente il lavoro proseguiva rapido. Anche il pattern è stato semplice, stavo facendo a tempo perso degli americani presi da una vecchissima rivista con un punto a triangoli che secondo me era adattissimo anche ad una copertina.
La lavorazione è stata veloce, giusto in tempo per l’arrivo del freddo. E mi è piaciuto. In fondo, la copertina è come portarsi dietro un po’ di mamma ed ero felice di farla con le mie mani per il mio piccolo Linus. La copertina è un abbraccio, è facile da fare, se viene un po’ più corta o più lunga non è grave e mentre la fai ti cade sulle gambe, ti avvolge, ti ringrazia, e tu già ne saggi le potenzialità attorno a te. Non parliamo poi del fatto che, se ti viene l’influenza, la copertina e il divano sono il miglior farmaco che puoi procurarti.




